Superstudio, Le dodici città ideali, La prima città, Città 2000t, 1971. Courtesy: PAC, Milano.
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Sobborghi della mente

Distopiche, allucinate, profetiche: le città di J.G. Ballard.

 

Siamo in un futuro senza macchine e senza guerra, bloccati tra la folla, accalcati in una massa umana per raggiungere un punto della città che neanche ricordiamo più. Attraversiamo un tratto di strada di poche centinaia di metri; ci vorranno ore, forse giorni.

Leggendo i primi racconti pubblicati da James Graham Ballard, scrittore inglese nato a Shanghai e vissuto in un campo di lavoro tra il 1942 e il 1945, ci si ritrova spesso immersi in situazioni sconfortanti: a volte privati di acqua, altre di spazio o anche del sonno, vittime inconsapevoli degli esperimenti a cui vengono sottoposti i protagonisti. Gli scenari sono pura invenzione: città immaginarie descritte con tratti sommari e costruite su paradossi spaziali.

La sovrappopolazione e la conseguente – asfissiante – mancanza di spazio che riempie le pagine di Billennium (1962), è una delle variabili che fa esplodere lo sfondo, costruendo l’incubo narrativo rispetto al quale la trama stessa finisce per passare in secondo piano. Si direbbe che, nei primi esperimenti letterari di Ballard pubblicati su riviste di fantascienza come New Worlds o Science Fantasy, la trama sembri quasi un pretesto perché l’autore possa analizzare clinicamente le conseguenze psicologiche e le meccaniche di un mondo costruito sull’esasperazione di una fobia collettiva.

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Copertina di Billennium, Berkley, NY, August 1962 (illustrazione di Richard Powers).

Mentre lo spazio urbano, il territorio della grande scala, diventa invisibile, perennemente eroso dalla massa umana che lo percorre, in Billennium lo spazio privato è ridotto al minimo. Ogni edificio pubblico o privato sulla Terra è stato diviso in minuscoli cubicoli (individuali o familiari) di 3 o 4 metri quadri, per dare alloggio a una popolazione a crescita infinita. Tutti gli interni, tutte le scale, tutti gli ingressi, tutti i corridoi sono parte di un agglomerato continuo e labirintico occupato da una folla in preda a una perenne crisi di nervi collettiva.

In Concentration city, racconto del 1957, la città coincide invece con tutto l’esistente: le strade, gli edifici, quel che resta degli spazi pubblici, sono assorbiti in infiniti livelli di una griglia tridimensionale all’interno della quale gli abitanti si spostano – se decidono di farlo – su velocissimi treni che li ospitano per giorni. Più spesso, scelgono di non viaggiare affatto e di occupare all’infinito i pochi, costosissimi, metri quadri di costruito di una specifica coordinata urbana. Il paesaggio naturale è scomparso, scarsissimi sono gli alberi e ancora meno gli animali: la città ha fagocitato la vita, è diventata tutt’uno con ogni realtà fisica.

Il particolare interessante, è che quella che lo scrittore conduce durante gli anni Sessanta è un’esistenza all’opposto degli incubi metropolitani da lui descritti nei suoi primi racconti. Isolato, vedovo e con tre figli a carico, Ballard passa le sue giornate in una villetta alla periferia di Londra, in pieno sprawling urbano piccolo borghese, tra le routine scolastiche dei bambini e la battitura dei testi, concedendosi il trascurabile vezzo di oliare la scrittura con quantità indefinite di Johnny Walker.

Eppure è proprio la crudezza della vita metropolitana (che in effetti si svolge realmente a pochi chilometri dalla sua) a interessarlo nella nuova fase della sua carriera. Con l’avanzare degli anni e di una frenetica produzione letteraria, Ballard sente venir meno il bisogno di reinventare in assurdo la città, per concentrarsi su frammenti dell’esistente e immaginarli come scenari disfunzionali.

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Alcune edizioni di Concrete Island. Da sinistra a destra: Farrar, Strauss & Giroux, New York 1974; Jonathan Cape, London, April 1974; Panther, London, 1976.

L’isola di cemento dell’omonimo romanzo del 1974 è uno spartitraffico dell’autostrada che l’autore avrà attraversato mille volte prima di immaginarlo come ambientazione per una sua opera. Il protagonista non a caso è un architetto – Robert Maitland –, che su una Jaguar solca il traffico di un fine settimana londinese fino a ritrovarsi scaraventato all’improvviso fuori strada, oltre una barriera in legno. Naufrago nel cuore della sua Londra che sfreccia accanto senza degnarlo di attenzione,  Maitland – Robinson Crusoe postmoderno – combatte una lotta per la sopravvivenza. La città è osservata per la prima volta a partire da un pezzo di infrastruttura, una zona residuale che non assume mai le caratteristiche di un luogo definito. Lo spazio dei flussi previsti, della logica funzionale che organizza il territorio in schemi e ottimizza i traffici, nasconde un mondo parallelo incontrollabile e marginale: soltanto un evento violento come un incidente può causare la comunicazione fra i due universi. Una volta passati dall’altra parte, rientrare nel sistema è difficile.

Nel 1973 invece, Ballard e la sua nuova compagna si trovano in Costa Brava in un resort popolato da professionisti francesi di classe medio-alta. Dal suo balcone lo scrittore osserva gli edifici di fronte, mentre mozziconi di sigarette cadono dai piani alti per finire nei balconi sottostanti. Proprio per mettere fine a questa inaccettabile abitudine, qualcuno ha apposto un cartello passivo-aggressivo in cui minaccia che fotograferà chiunque getterà qualcosa sui piani bassi. La futilità che innesca tali contrasti stupisce e affascina lo scrittore, portandolo a gettare le basi di uno dei suoi racconti più celebri: High-Rise (da noi Il condominio, o Condominium), pubblicato poi nel 1975.

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Copertina dell’edizione originale di High-Rise, Jonathan Cape, London, 1975.

Trovandosi compressa in un grattacielo di abitazioni di lusso, la classe benestante che vi abita mette in scena progressive dinamiche di prevaricazione, fino a sfociare in una guerra tra gli abitanti dei piani inferiori e quelli dei piani superiori. L’edificio è descritto in maniera sommaria e lascia spazio a interpretazioni divergenti: l’adattamento cinematografico del 2015 sceglie come esterno un grattacielo (la cui silhouette ricorda quello costruito dallo studio spagnolo Abalos y Herreros a Las Palmas di Gran Canaria nel 2005) dall’aspetto genericamente brutalista e dagli interni quasi caricaturalmente anni ’70. Al contrario, l’edizione italiana pubblicata da Feltrinelli nel 2003, associa al testo un celeberrimo quanto inappropriato Disegno per una città futurista di Antonio Sant’Elia del 1914.

Uno dei protagonisti è ancora una volta l’architetto, vittima simbolica delle proprie ambizioni. Come in Billennium, l’edificio assorbe le intere funzioni di una città e nel tempo i suoi interni degradano fino a trasformarsi in un ambiente da guerriglia: i pianerottoli e le scale diventano le strade da percorrere, i piani sono dei quartieri da conquistare. In quegli anni in Inghilterra si sente parlare molto dei councils, grattacieli popolari a basso costo eretti nel dopoguerra, diventati protagonisti della cronaca per gli episodi di violenza che avvengono al loro interno. Il dibattito sulla congestione e sull’opportunità di concentrare in aree limitate individui della stessa appartenenza sociale è all’ordine del giorno. Tuttavia sono la classe media e le sue nevrosi a interessare davvero Ballard: la cronaca brutale dai quartieri popolari, viene messa qui al servizio dei benestanti protagonisti del romanzo.

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A sinistra: una scena dal film High Rise (dir: Ben Whitley, 2016). A destra: Torre Woermann, a Las Palmas de Gran Canaria (architetti: Abalos & Herreros + Casariego · Guerra).

Qualche anno dopo, l’autore non ha più bisogno di tessere distopie urbane: ambienti costruiti ben più estremi di quelli narrati nei suoi racconti forniscono scenografie reali e pronte per l’uso. Come quelle delle gated communities, quartieri residenziali isolati dal resto del mondo da grate e portali, che ospitano comunità privilegiate pronte ad auto-ghettizzarsi pur di sfuggire agli “inconvenienti” della vita metropolitana. Ballard ne approfitta per domandarsi cosa possa produrre un’esistenza completamente preservata da tensioni sociali e problemi materiali, e lo fa descrivendo i figli delle famiglie che abitano Pangbourne, gated community poco fuori Londra, che finiscono per massacrare tutti gli adulti del quartiere in Running Wild (in italiano Un gioco da bambini, 1988). O ancora, presentando gli abitanti di Eden-Olympia, complesso residenziale e di affari per l’elite europea, che per sopravvivere alle nevrosi dovute alla perfezione di una vita ovattata scelgono di indulgere in episodi di sesso e violenza (Super Cannes, 2000).

E poi c’è la sedicente “Florida d’Europa”, altro modello di città paradossale che ispira il Ballard delle ultime opere: una costellazione di villaggi-vacanze localizzati soprattutto nel sud della Spagna e abitati permanentemente da pensionati inglesi, venuti a godersi il cambio favorevole e gli sgravi fiscali in enclaves soleggiate. Rimosso qualsiasi legame affettivo e culturale con la loro terra d’origine e completamente isolati da quelle stesse terre che li ospitano, gli anziani abitanti di Estrella del Sol di Cocaine nights (1996) passano le giornate sonnecchiando al sole. Ovviamente, si tratta di mera apparenza: la noia in Ballard è come l’acqua in un bicchiere riempito fino all’orlo, che finisce per traboccare dando sfogo ad una violenza fin qui latente.

Dopo aver passato la vita a scrivere di delirio, violenza e nevrosi, l’autore viene interrogato su quale sia la sua paura più profonda. Che il futuro sia, semplicemente, “boring”, risponde Ballard. Noioso, come un ideale sobborgo di Düsseldorf, uno di quei quartieri ultra-moderni con case e giardini e Bmw, scuole immacolate, catene di supermercati e neanche una cicca per terra. In breve, una periferia urbana che corrisponde a un “sobborgo della mente” (“suburb of the soul”) in cui una piatta vita borghese ha il sopravvento su ogni possibilità di esistenza e l’unico antidoto, l’unica via di sopravvivenza, prenderà la forma di lucide esplosioni psicopatologiche.