Immagine per gentile concessione di: Università degli Studi di Cassino
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La città perfetta

Storia del megalomane progetto (nato in Italia) per una capitale del mondo intero.

 

Che hobby avete? Bricolage, scrivere parolacce al piccolo punto, collezionare tote bag, dinosauri, fare il cosplayer, costruire città dentro al videogioco preferito?

In questo caso siete in ottima compagnia, e l’ultimo tassello di una forma di evoluzione molto particolare. Nell’ormai lontano 2002, Ruth Eaton ci ha pubblicato su un librone massiccio: più di due millenni, da parte di artisti, intellettuali e politici (quasi in parità gli uni con gli altri), spesi a cercare di immaginare la città perfetta, perché in quella si vive in armonia, senza conflitti. Dare corpo a un’utopia: che non è solo un sogno, un gioco o un progetto d’arte da monarca illuminato e contemporaneamente fuori di testa, ma in qualche caso serve a controllare la popolazione e a governarla. Con lo strumento della pace, ma pur sempre regolandola. La studiosa si ferma prima dei mondi costruiti in Second Life o comunque nello spazio etereo fra mouse e schermo di PC – a latere, sarebbe interessante se decidesse di tornarci su, allargando il campo della sua ricerca anche al mondo online. Facciamo che è un invito formale che le rivolgiamo.

I sogni che lei ha catalogato in quello che è chiaramente il lavoro di una vita sono invece bozzetti, progetti, paesaggi immaginati nei fondali di quadri, famosi e meno. Il volume si chiama Ideal Cities – Utopianism and the (Un)Built Environment e insiste fin dal titolo su un fenomeno che è rimasto il più delle volte solo sulla carta (ma anche no: Eaton si sofferma a raccontare anche la nostra Palmanova). Stare appresso a tutti questi visionari non è cosa da poco, specie quando si chiamano Leonardo Da Vinci e Thomas Jefferson, Platone e Frank Lloyd Wright. Si scuserà allora Eaton per aver lasciato fuori delle figure altrettanto geniali e singolari, ma periferiche. Finite in un angolo per la loro minore rilevanza a livello mondiale. Del resto, sono laterali anche per noi: dici Hendrik Christian Andersen e pensi alla Sirenetta, solo che questo era danese, il nostro irrilevante amico invece è norvegese, anche se poi naturalizzato statunitense e finito a Roma fin dal 1893, dove morì nel 1940. Complicato? Complicato è cercare di arrivare alla Motorizzazione Civile con i mezzi pubblici. Questo è niente.

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Una delle prospettive di Hendrik Christian Andersen.

Dunque no, Hendrik Christian Andersen c’entra poco con la Sirenetta. Semmai avrebbe potuto scolpirla, perché quello faceva: scolpiva. E dipingeva, e (qui casca l’asino) progettava città. Una sola, in effetti: la chiamava The World City, e l’aveva disegnata in decine di versioni via via migliorate o più dettagliate. Quel progetto era accompagnato e completato da un altro volume enorme, anche peggio di quello di Ruth Eaton. Cinque chili e più di idee maturate fin dall’adolescenza e finite nelle pagine di questa cosa che si chiama A World Center of Communication: un manuale, un manifesto, un’idea folle e bellissima. Ovvero, dare a tutto il pianeta un’unica capitale mondiale.

I frutti dell’immaginazione di questo Andersen in particolare (deve essere una questione di cognomi) sono visibili a tutti, e gratis per di più, in uno spazio che esplode di immaginazione in un quartiere di Roma altrimenti a righe e colonne, ordinato come pochissime altre zone della città. Merito del primo piano regolatore, quello del 1909 voluto dal sindaco Ernesto Nathan. Un altro visionario mica da poco. Il sindaco italo-inglese aveva anche lui il pallino della città ideale, e infatti qualche parallela più a nord diede l’autorizzazione per costruire una striscia sperimentale di casette in stile inglese, così diverse dal resto dell’Urbe. La chiamano Piccola Londra, e dialoga a distanza proprio con l’edificio di Andersen. Parlano la stessa lingua.

Tornando a costui, il suo lavoro è conservato a Villa Hélène, che dal 1999 è un museo a ingresso libero intitolato proprio all’artista. Via Pasquale Stanislao Mancini passa inosservata tra piazza della Marina e il traffico arroventato di piazzale Flaminio. Fiancheggiata da oleandri e senza negozi, è una strada sonnacchiosa, strisce blu da un lato, bianche dall’altro. Tutto regolare. Se non fosse per quella palazzina rosa che richiama attenzione: l’ha costruita lo stesso Andersen, che voleva un’abitazione che permettesse allo stesso tempo di ospitare le sue statue monumentali, senza il bisogno di allontanarsi per raggiungere il proprio atelier.

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Villa Hélène, oggi sede del Museo Andersen.

Villa Hélène è uno di due frutti tangibili dell’idea di città immaginata da Hendrik. L’altro è la tomba dello scultore, anche quella autoprogettata e autocostruita nel Cimitero acattolico di Testaccio: una scatola di travertino davanti alla quale si passa di fretta andando a cercare Shelley, Gregory Corso o Carlo Emilio Gadda, ma che nasconde un meraviglioso cielo stellato tutto tesserine di mosaico, ricordandoci che il bello è quasi sempre ben nascosto. È così pure la sua casa-museo: la sorpresa è la prima delle sensazioni che si prova nel trovarsi di fronte statue enormi che affollano uno spazio inondato di luce. La maggior parte sono gessi, studi preparatori per un lavoro mai portato a termine, come la World City, e a essa profondamente allacciato: la Fountain of Life, che avrebbe dovuto essere eretta al centro di questa città. Sarebbe stata una metropoli dove arte e vita quotidiana sarebbero andate a braccetto per creare una società armoniosa. Scriveva Andersen: “Voglio fondare un’ampia e nuova città internazionale, nella quale le più grandi manifestazioni della civiltà umana vengano concentrate da ogni parte del mondo, per poi nuovamente essere riversate, coordinate e dirette, in torrenti apportatori di bene e progresso sul mondo intero”.

Il mondo andava verso le guerre mondiali (A World Center of Communication era già in lavorazione nei primi anni anni del ventesimo secolo) e ai totalitarismi, ma Andersen reagiva alle notizie che arrivavano fino a Roma pensando a una via alternativa. Col senno di poi, immaginava un antesignano del villaggio globale: niente nazioni, tutti i popoli uniti per far avanzare la civiltà umana.

Henry James gli scriveva: ‘Questa, carissimo ragazzo, è l’illusione terribile contro la quale ti metto in guardia – quella che si chiama in termini scientifici megalomania’.

Sono pensieri che non faceva in solitudine. L’artista era stato così convincente da coinvolgere due luminari francesi dell’epoca: Gabriel Leroux era un archeologo e storico, mentre Ernest Hébrard era un architetto. Il primo si era occupato di cercare una relazione fra le fantasie di Andersen e la loro presenza nelle antiche civiltà – si cercava una continuità con quelle – mentre Hébrard aveva seguito di più la parte progettuale. Alcuni dei suoi apporti all’idea trovarono poi una materializzazione nel grande progetto di ricostruzione della città di Salonicco, distrutta da un incendio nel 1917, usata quasi come un laboratorio all’interno del quale fare esperimenti utili a continuare l’intrigante possibilità tratteggiata da Hendrik.

La World City non era certamente un progetto che passava inosservato: il salotto di casa Andersen era molto ben frequentato, e non erano solo i busti e i gruppi scultorei di Hendrik a ricevere attenzione. Quella per il World Centre, tuttavia, non era positiva. I colleghi urbanisti ne parlavano come di un progetto ingenuo, anche da un punto di vista spaziale. Le cartine e i progetti ora incorniciati alle pareti del Museo Andersen prevedono spazi realmente monumentali, con costruzioni gigantesche e strade che definire solo ampie sarebbe un eufemismo. Le obiezioni fatte a Hendrik erano di diverso tipo. Dove trovare un terreno disabitato di così vaste dimensioni? In caso di abbattimenti di villaggi o città preesistenti, che fine avrebbero fatto gli abitanti di quelle comunità? Chi avrebbe pagato le demolizioni e gli interventi sul paesaggio necessari per far spazio al progetto? E ancora, in che nazione del mondo avrebbe dovuto prendere forma questa capitale universale? Andersen continuava, cocciuto, a immaginare scuole, zoo, palestre, piscine, giardini con piante secolari. Henry James, proprio lo scrittore, che ebbe un legame intenso con Hendrik, gli scriveva: “Questa, carissimo ragazzo, è l’illusione terribile contro la quale ti metto in guardia – quella che si chiama in termini scientifici megalomania”. Troppo grande, troppo fuori scala per un’Europa piccola, litigiosa e spezzettata.

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Vista a volo d’uccello.

È bello pensare che i semi piantati da Andersen con la World City abbiano trovato un’altra via, quella sì politica: l’Onu o l’Unione Europea non sono forse le manifestazioni “virtuali” della comunità che invece Hendrik insisteva per costruire fisicamente? Le sue idee potrebbero essere rimaste in forma aerea per anni, fino a riatterrare in un pianeta ferito alla fine della Seconda Guerra Mondiale (quando il norvegese morì, senza che la sua opera più grande avesse preso forma, era scoppiata da poco). E a proposito di quella, i viali della World City non assomigliano un po’, magari, a un’altra incompiuta come l’EUR? Forse architetti come Del Debbio, Libera, Terragni e Montuori, insieme a tutti gli altri ideatori del progetto, avevano presente Andersen. L’idea di collegare modernità a grandezza architettonica classica si avvicina molto al contributo creativo-storico di Gabriel Leroux.

E se questo è solo un sospetto, qualcuno che si è palesemente ispirato ad Andersen però c’è, ed è presentissimo proprio nel libro di Ruth Eaton da cui siamo partiti: Le Corbusier elabora il progetto della Ville Contemporaine nei primi anni Venti, quando la World City di Hendrik è ancora molto in ballo (anche se il sodale Hébrard era fuori gioco, spedito a lavorare nell’allora Indocina francese). La città di Le Corbusier è solo meno megalomane, e infatti non se ne parla come di utopia ma come della manifestazione del genio al lavoro. Non è un po’ un’ingiustizia?