The Village, Howard Norton Cook, 1928, California State Library.
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Città memorabili della letteratura

Da Macondo ad Arkham al Villaggio: un viaggio nelle città parallele dei romanzi.

 

Quando parliamo di romanzi, di solito ci concentriamo sui personaggi. Seguiamo con coinvolgimento il conflitto tra protagonista e antagonista, commentiamo quanto piacevole o spiacevole sia il narratore, e analizziamo il cambiamento avvenuto nei personaggi alla fine della storia. Ma in alcuni libri, il “personaggio” più memorabile è l’ambientazione. La cornice di una storia può sembrarci viva e reale quanto un eroe o un cattivo. Mentre molti romanzi sono ambientati in luoghi reali, capita che un autore senta il bisogno di inventarsi una città da zero: per raggiungere il giusto distacco nel commentare un posto vero, o per creare un luogo che non potrebbe esistere nel nostro mondo. Ecco sette città indimenticabili che esistono solo nei romanzi:

Macondo, da Cento anni di solitudine di Gabriel Garcìa Marquez
“Chiese che città fosse quella e gli risposero con un nome che non aveva mai sentito, che non aveva alcun significato, ma che nel sonno aveva avuto un’eco soprannaturale: Macondo”[1]

Macondo, la città immaginaria di Marquez, rispecchia il realismo magico della sua scrittura: è al tempo stesso meravigliosa e banale. È una città dove gli abitanti fissano inebetiti il ghiaccio, ma a malapena battono ciglio davanti a un bambino seguito incessantemente da un nugolo di farfalle. Nonostante Macondo sia apparsa per la prima volta nel romanzo breve di Marquez Foglie morte, la città è più notoriamente legata al suo capolavoro del 1967, Cent’anni di solitudine. Il romanzo segue l’ascesa di Macondo da piccolo villaggio a grande città, prima di – spoiler alert! – essere spazzato via dalle mappe da venti magici. Si pensa che la città sia un sostituto della (presumibilmente non magica) città natale di Marquez, Aracataca, in Colombia. Ad Aracataca, in effetti, nel 2006 si tenne un referendum per cambiare nome in Aracataca-Macondo in onore di Marquez, ma la mozione fallì.

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Un Pueblo, Fernando Botero, 1998.

Il villaggio, da La lotteria di Shirley Jackson
“La gente del paese cominciò a radunarsi in piazza, tra l’ufficio postale e la banca, verso le dieci. In certe città, dato il gran numero di abitanti, la lotteria durava due giorni, e bisognava iniziarla il 26 giugno; ma in questo paese, di sole trecento anime all’incirca, bastavano meno di due ore, sicché si poteva cominciare alle dieci del mattino e finire in tempo perché i paesani fossero a casa per il pranzo di mezzogiorno”.[2]

La lotteria, violento e sconvolgente racconto di Shirley Jackson, è una delle più celebri storie americane di tutti i tempi. Descrive un piccolo villaggio americano che indice una strana lotteria una volta l’anno. La descrizione del paese e i dialoghi tra i paesani suonano contemporanei, ma la lotteria, al contrario, risulta incredibilmente arcaica e barbara. La lotteria è famoso per aver scatenato, dopo la sua pubblicazione sul New Yorker nel 1948, un fiume di lettere d’odio e di recessioni dagli abbonamenti della rivista. Come mai tanto scalpore? Be’, forse perché la critica al cieco e disastroso conformismo delle cittadine americane colpì troppo vicino al bersaglio. Il tema della bigotteria nelle piccole città è presente in altre opere di Jackson, specialmente nel magistrale romanzo Abbiamo sempre vissuto nel castello, ma da nessun’altra parte la sua satira nei confronti della provincia americana raggiunge le vette di ambiguità de La lotteria.

Middlemarch, da Middlemarch di George Eliot
Si esigeva che le donne avessero delle opinioni poco salde; ma il grande baluardo della società e della vita domestica era che non si agiva in base a quelle opinioni. La gente sana di mente si comportava allo stesso modo dei propri simili, cosicché se qualche pazzo era in libertà si poteva riconoscerlo e starne alla larga”.[3]

Middlemarch di George Eliot, del 1870, è uno dei classici del realismo inglese del Diciannovesimo secolo, ma la città che dà nome al romanzo nella realtà non esiste. Sottotitolato “Uno studio di vita provinciale”, Middlemarch descrive la società della provincia inglese, con le sue vedute ristrette e reazionarie nei confronti del cambiamento sociale e politico in atto, e al tempo stesso fornisce un quadro vibrante e completo dell’Inghilterra del Diciannovesimo secolo. Prima di trasferirsi a Londra, Eliot visse nella cittadina di Coventry, nella regione delle Midlands, che probabilmente l’ha ispirato nel delineare Middlemarch.

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La prima edizione di Middlemarch di Geroge Eliot.

West Egg, da Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald
“Io vivevo a West Egg, la… be’ la meno alla moda delle due località, anche se questa è una definizione molto superficiale per esprimere il contrasto bizzarro e non poco sinistro tra loro.[4]

Come Middlemarch, Il grande Gatsby è un romanzo fondamentalmente realistico. Al posto dell’Inghilterra del Diciannovesimo secolo, abbiamo l’America dell’età del jazz, con la sua frenesia e i suoi eccessi: in particolare, la trama si dipana tra la vita e i party dei ricconi di Long Island, nello stato di New York. Questo classico della letteratura delinea memorabilmente le distinzioni di classe della vita americana legandole in particolare a due luoghi: West Egg, l’ambientazione principale, è abitata dai nouveaux riches, come Jay Gatsby. West Egg si trova di fronte ad East Egg, la città del “vecchio denaro”, i cui residenti guardano dall’alto in basso i pacchiani West Eggers. Nel mezzo c’è la “valle di ceneri”, la zona operaia, il cui “scenario di squallore” giunge allo sguardo dei ricchi solo quando i loro treni sono costretti a fermarsi al ponte levatoio. La città e il panorama sociale sono ispirati a Great Neck, a Long Island, e a quei party che frequentava lo stesso Fitzgerald.

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La Swope Mansion a Sands Point, NY.

Il villaggio di dune, da La donna di sabbia di Kobo Abe
“L’uomo guardò il villaggio alle sue spalle, e vide che le grandi buche, sempre più profonde man mano che si avvicinavano alla cima del crinale, si estendevano in diverse file verso il centro. Il villaggio, che sembrava la sezione di un alveare, giaceva sparso sopra le dune. O piuttosto, le dune giacevano sparse sopra il villaggio. In ogni caso, era uno scenario sconcertante e inquietante”.

La donna di sabbia, romanzo dalle atmosfere kafkiane di Kobo Abe, è ambientato nel più strano paesino di mare che si possa immaginare. Il protagonista è un appassionato di entomologia che un giorno, intento a raccogliere insetti dall’acqua, perde l’ultimo pullman per tornare in città. Gli abitanti del luogo lo portano nel loro paese, costruito dentro le dune, e lo intrappolano in una casa costruita in una buca di sabbia in compagnia di una vedova. Il suo destino, come quello di Sisifo, sarà di dover scavare costantemente la sabbia che minaccia di ricoprirli e schiacciarli entrambi.

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La donna di sabbia, film di Hiroshi Teshigahara, 1964.

Arkham, dalle storie di H.P. Lovecraft
“Ciò che giaceva al fondo della nostra comune passione verso le ombre e le stranezze era, nessun dubbio in merito, l’antica, sgretolata, sottilmente paurosa città in cui vivevamo: Arkham, tormentata da maledizioni di stregoneria e da leggende sinistre. Arkham, certo: claustrofobici, corrosi tetti spioventi e verande sgretolate che da secoli incombono sull’oscuro sussurrare della corrente del fiume Miskatonic.”[5]

Ogni volta che leggete una storia horror ambienta in una cittadina sinistra, potete probabilmente ringraziare H. P. Lovecraft. Si sa che Lovecraft rimase inorridito dal periodo che passò nell’affollata New York, ma le storie di assassini, pazzia, e misteriose divinità aliene che definiscono il suo genere sono per lo più ambientate in piccole cittadine del New England. La più celebre è senza dubbio Arkham, nel Massachusetts. La città ospita molti elementi che sarebbero poi entrati a far parte della mitologia Lovecraftiana, come la Miskatonic University, la cui biblioteca custodisce una delle poche copie del temuto Necronomicon – un libro di magia nera che descrive la natura delle terrificanti divinità di Lovecraft – e l’Arkham Sanitarium. Questa sinistra cittadina è stata ripresa da generazioni di scrittori horror dopo Lovecraft, tra cui Robert Bloch e Ramsey Campbell. L’Arkham Sanitarium ha ispirato, tra l’altro, il famoso Arkham Asylum dei fumetti di Batman.

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La mappa di Arkham, disegnata da Lovecraft nel 1934.

Ottavia, da Le città invisibili di Italo Calvino
“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Come suggerisce il nome, Le città invisibili è un romanzo interamente dedicato a città immaginarie. Quest’opera di Calvino, pubblicata nel 1972, consiste in una raccolta di descrizioni poetiche di città inventate da Marco Polo durante un lungo dialogo con l’imperatore Kublai Khan. Il suo impero è talmente grande da non permettergli di visitarne tutte le città, e così Kublai Khan chiede a Marco Polo di descrivergliele. Tuttavia, Polo racconta di città a tal punto magiche e filosofiche che difficilmente potrebbero esistere nel mondo reale. Quasi tutte le città del libro potrebbero trovare posto in questa lista, da Eusapia – dove “perché il salto dalla vita alla morte sia meno brusco, gli abitanti hanno costruito una copia identica della loro città sottoterra” – a Isidora, “una città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine”. Ma una delle più indimenticabili è “la città-ragnatela” di Ottavia. Questa città è sospesa tra due montagne con “funi e catene e passerelle”, e di conseguenza “la vita degli abitanti di Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge”.

 

Traduzione di Alessandra Castellazzi. 

[1] Cent’anni di solitudine, Oscar Mondadori. Traduzione di Enrico Cicogna.
[2] La Lotteria, Adelphi. Traduzione di Franco Salvatorelli.
[3] Middlemarch, BUR. Traduzione di Mario Manzari.
[4] Il grande Gatsby ,Feltrinelli. Traduzione di Franca Cavagnoli.
[5] Il dominatore delle tenebre, Feltrinelli. Traduzione di Sergio Altieri.