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La solitudine è una città con le luci accese

Ritrovarsi soli nella metropoli: le storie di Hopper, Wharol, Wojnarowicz e Darger.

 

C’è Arthur Rimbaud in mezzo al marciapiede della 7th Avenue: sullo sfondo si riescono ancora a leggere i titoli dei film usciti quell’anno al cinema; James Bond al New Amsterdam e Amytiville Horror all’Harris, sono Rated X quelli del Victoria. È il 1979, è New York e la foto è una delle tante scattate da David Wojnarowicz prima di morire di Aids, giovane, infelice. Il giorno del suo funerale, il 29 luglio del 1992, un mercoledì, centinaia di persone si radunano nell’East Village, bloccando il traffico; un cartellone annuncia: DAVID WOJNAROWICZ 1954-1992 DIED OF AIDS DUE TO GOVERNMENT NEGLECT.

Di tutte le storie che racconta, la sua è quella a cui continuo a tornare quando finisco The Lonely City; l’ultimo libro di Olivia Laing parla di solitudine, di città e di arte contemporanea e di come questi elementi si combinino; di cosa significa essere soli in una metropoli e di come sia difficile dire davvero qualcosa di questa condizione.

The Lonely City è un libro sul desiderio di svanire nel nulla e sul tentativo di fermare questa sparizione infinita. Olivia Laing disseziona la materia della solitudine a partire dalle storie di quattro artisti: Edward Hopper, Andy Warhol, Henry Darger e, ovviamente, David Wojnarowicz – quattro loner nelle metropoli prima ancora che artisti, quattro storie che non si intrecciano tra di loro, ma che si innestano nella vita della stessa Olivia Laing, quando si trasferisce a New York senza una ragione valida per farlo.

Laing è britannica e dall’altra parte dell’Atlantico c’è un uomo che non la aspetta più, un appartamento in subaffitto e i palazzi che svettano sulle acque dello Hudson. “In assenza d’amore – scrive – mi sono disperatamente aggrappata alla città: la ripetizione di cartomanti, alimentari, il reticolo del traffico che scorre e si blocca, le aragoste vive all’angolo della Nona, il vapore che sale da sotto i marciapiedi”. Quando sei sola cammini, continuamente e ogni volta più lontano: è un espediente per rompere il cerchio delle giornate sempre uguali – se niente ti dice che appartieni a un posto, allora inizi a conquistare tu la città. Arrivi fino al parco di Dumbo: qui la domenica i matrimoni dei portoricani ti ricordano come in confronto il resto del mondo sia noioso e grigio. Manhattan brilla nella notte. New York I love you, but you are bringing me down: essere soli è un’esperienza di fantasmi, nessuno ti vede, nessuno si accorge di te (volevo svanire e volevo qualcuno che mi trattenesse, scrive Olivia Laing). Pensa cosa significa non essere sfiorati per settimane, mesi.

David Wojnarowicz non era solo un fotografo: era uno scrittore magnifico, orgoglioso e fragile come uno dei gigli di Mapperthorpe. Quando scrive che “alcuni di noi vivono nelle metropoli perché vogliono essere soli, per sfuggire a se stessi, e, vivendo in luoghi tanto affollati, avere amore o aiuto a portata di mano, se necessario” racconta la sua storia – quella di un uomo omosessuale in anni in cui questo metteva a rischio il suo corpo, la sua stessa sopravvivenza nella città – e anche quella degli uomini e delle donne che decidono di vivere in luoghi in cui il proprio isolamento si possa diluire nella folla, in cui l’anonimato diventi una forma di protezione, donne e uomini che cercano il sollievo dell’invisibilità.

Olivia Laing mette insieme i frammenti delle vite degli altri, per far sì che ogni perdita conti, che ogni sparizione parli a noi, almeno per un attimo, che quelle solitudini siano un rimedio alla nostra.

“Sometimes all you need is permission to feel”: Laing parla in difesa della solitudine, ricorda che “la solitudine è personale e in questo è anche politica”, perché è facile dimenticare come le regole dell’esclusione sociale siano un fatto culturale di cui ci rendiamo complici. La solitudine non equivale all’incapacità di creare legami, quanto più a un senso più intimo e imposto di esclusione, di non appartenenza al panorama che si apre intorno: la grande città può essere una cura, un luogo dove gli stranieri in patria, i fuori casta, i frutti strani trovano un posto.

Strange Fruit, lo strano frutto, è il titolo di una scultura di Zoe Leonard: l’artista ha conservato e disseccato le scorze d’arancia per poi ricucirle insieme, un rimedio parziale, prima che il tempo riduca i frutti in polvere una volta per tutte. È un tributo a David Wojnarowicz, amico e compagno di lotte della Leonard ai tempi dell’ACT UP: con fruit si chiamano gli omosessuali – il frutto strano e deviato, allontanato dalla società – e omosessuali erano Wojnarowicz, Peter Hujar, Klaus Nomi: tutti uccisi dall’AIDS, senza il conforto di un mondo a salutarli. Dimenticati, abbandonati, esclusi da una società che si è sempre preoccupata più del contagio che dalla perdita di vite umane, la loro solitudine è un fatto politico, un inferno creato in terra che si traduce in camere separate, stanze di ospedale, corsie deserte.

Peter Hujar – come Nan Golding – ha fotografato l’elite della cultura underground, gli outsider dall’interno; la sua è una testimonianza di esistenza: una città che sarebbe scomparsa tra malattie, paura e l’abbandono. Ogni immagine di Hujar è in bilico: mascolinità e femminilità, vita e morte, oblio e ricordo; anche la nudità ricorda quella delle statue, ogni volto un monumento alla memoria. La sua foto di Candy Darling, la superstar warholiana, compare sulla copertina del disco di Antony and the Johnson, I am a bird now, con il suo corpo morente reclinato sul letto d’ospedale: Peter Hujar vedeva i momenti di transizione – ne coglieva la assoluta solitudine, una città di lonely one che si raccoglieva intorno alla propria sparizione.

David Wojnarowicz, distrutto dalla morte di Hujar, trasformerà la sua scomparsa in un film. Il corpo avorio dell’amato, la luna, gli uccelli visti da un ponte di New York: Pete è diventato queste cose, il suo fantasma vive tra le strade e negli incroci. Il mondo svanisce e restano gli oggetti lasciati nelle scatole, gli appartamenti svuotati dai padroni di casa che non si chiedono cosa sia successo. È il 1987, la solitudine è una città di luci accese, di camere separate. L’anno successivo a David sarà diagnosticato l’AIDS.

C’è anche una canzone di Billie Holiday che si chiama Strange Fruit: parla di linciaggio e dell’inumanità del razzismo, perché anche la sua è una storia di esclusione. Quando collassa nel 1959 per abuso di sostanze viene portata al Metropolitan Hospital di Harlem e abbandonata in corsia, il suo un caso di overdose come un altro: così è il modo in cui finisce il mondo, con una cantante che saliva sul palco per il pubblico, ma veniva fatta entrare dalla porte di servizio, il corpo del padre speditole in una bara con ancora la camicia sporca di sangue, alcol e eroina ad attenuare questo dolore. Billie Holiday muore scortata dalle forze dell’ordine, abbandonata, il suo corpo senza valore: lo stesso accadeva regolarmente ai pazienti affetti da HIV, lasciati a morire come fosse quello l’unico destino possibile. Ricordate: DAVID WOJNAROWICZ 1954-1992 DIED OF AIDS DUE TO GOVERNMENT NEGLECT.

Come Zoe Leonard, Olivia Laing mette insieme i frammenti delle vite degli altri, per far sì che ogni perdita conti, che ogni sparizione parli a noi, almeno per un attimo, che quelle solitudini siano un rimedio alla nostra. Detriti è la parola che mi torna in mente, la stessa che Jenni Sorkin utilizza per parlare di Strange Fruit, ma assume una sfumatura intima, dolce e amara; così quella di Olivia Laing è una ricollezione di frammenti, di oggetti imprecisi e alieni, di opere dimenticate e polverose. Andy Warhol diceva di se stesso: I am glued together.

 

 

Si dice che spesso le persone sole diventino degli accumulatori ossessivi, quasi stessero cercando di riempire lo spazio che altrimenti occuperebbe un partner. Lo erano Vivian Maier, la tata diventata poi una fotografa amatissima: un documentario racconta dei pavimenti piegati dal peso degli oggetti, i centinaia di rullini non sviluppati, un archivio praticamente infinito di fotografie.

Lo era Henry Darger, il custode morto nella totale solitudine di Chicago dopo aver scritto un romanzo da quindicimila pagine – il più lungo lavoro di fiction del mondo occidentale, se mai fosse pubblicato – e aver lavorato a un impressionante numero di collage e dipinti, tutti conservati nella sua stanza, la stessa dal 1932 al 1972, senza che il mondo sapesse niente di lui. La sua è, forse, la storia più malinconica di tutte.

Nel suo libro, The Realms of the Unreal (titolo completo The Story of the Vivian Grils, in What is Known as the Realms of the Unreal, of the Glandeco-Angelinian War Storm, Caused by the Child Slave Rebellion), Darger racconta un mondo immaginario fatto di scontri finali, bambini da salvare e foreste intricate, un mondo tanto ricco e complicato, quanto spoglio e solitario era quello in cui Darger stesso abitava, orfano di madre e abbandonato dal padre sin da bambino alla cura delle istituzioni benefiche. Nel suo mondo altro ci sono le Vivian Girls, le eroine che nessuno sconfigge mai, che proteggono i bambini dalle forze del male, dalle violenze quotidiane, probabilmente specchio degli ambienti difficili a cui era stato affidato, case famiglia in cui le violenze erano all’ordine del giorno, che comprendono castrazioni, suicidi, decessi – i corpi dei bambini usati poi per le lezioni di anatomia. Quella di Darger è la storia di un uomo che non ha mai avuto niente e che nell’assoluta assenza di legami non ha imparato a discernere l’interno dall’esterno, l’amore dalla violenza; le crudeltà inflitte ai bambini, i fiori lascivi che sfiorano le innocenti ragazzine: la sua arte non parla di pedofilia, ma di un uomo che voleva proteggere gli altri, senza sapere come proteggere se stesso. Collezionava pile di giornali, per ritagliare le immagini per i suoi collage; poi collezionava lacci: tenere tutto, non gettare niente, legare a sé; il vocabolario dell’amore e degli hoarders è lo stesso.

Tra i progetti più affascinanti di Andy Warhol ci sono le Time Capsule: 610 scatole piene degli oggetti che invadevano la Factory, realizzate nel corso di tredici anni, dalle cartoline alle fotografie, fette di pizza e vestiti. Dietro l’uomo delle feste e della Factory fa la sua apparizione anche Andy Warhola, il figlio di una famiglia di immigrati che non sapevano parlare bene l’inglese, un uomo dal colorito pallido e dal naso rosso che collezionava oggetti e immagini e persone, un hoarder, anche lui. La scatola numero 27 è dedicata alla madre Julia Warhola e dentro ci sono le cose inutili e banali che ci lasciamo dietro quando moriamo, come un orecchino spaiato, un grembiule e una lettera che recita Dear Buba and Uncle Andy, Did Santa Clause come up here?. La numero 552 è per Basquiat, un artista divorato dall’eroina come lo era stata Billie Holiday.

Quando Basquiat scopre che non esiste una lapide per Billie Holiday decide di prepargliene una, nella consapevolezza di essere uno della stessa stirpe, un artista amato ma che la security non riconosceva all’entrata delle feste, uno per cui i taxi non si fermavano: un altro escluso per cui ci dimentichiamo che la fama non è una cura al razzismo. A Andy Warhol piacevano le cose, perché sono indifferenti a chi siamo, soli, isolati, amati, a loro non importa. Le star sui tabloid, la zuppa Campbell’s, una banconota da un dollaro: non possono ferirci, non possono abbandonarci.

In The Lonely City, il lavoro di rievocazione dei morti e degli scompasi – Jo Hopper, l’artista che era diventata la moglie di Hopper e che lui aveva scoraggiato per tutta la vita, Valerie Solanas, la femminista senza tempismo che aveva sparato a Andy Warhol, e molti altri – sembra derivare dalla città stessa, provenire come dagli scheletri dei grattacieli. Scrive Olivia Laing che ogni città è un luogo di sparizioni, ma Manhattan è un’isola e per reinventare se stessa deve letteralmente demolire il passato: questo la rende un luogo pieno di fantasmi, dove niente si crea e niente si distrugge.

In The Lonely City, il lavoro di rievocazione dei morti e degli scomparsi sembra derivare dalla città stessa, provenire come dagli scheletri dei grattacieli.

Allora le storie di ieri si mescolano al cemento con cui si tirano su i nuovi edifici: anche Ben Lerner descrive Il mondo a venire come un mondo di fantasmi, duecento anni di storia in un battito di ciglia, un blind spot che ci insegue e non si coglie. Dietro la vetrina della nuova agenzia viaggi resta traccia della tua pizzeria preferita dell’infanzia, dice Colson Whitehead: se guardi bene c’è ancora tutto, come un fantasma o una collezione di possibilità future.

Quando Olivia Laing cammina in mezzo alle piscine vuote di Manhattan, la sua solitudine si consuma e si somma a quella di tutti quelli che sono venuti prima di lei e che verranno dopo: la separazione dal mondo non diventa meno speciale così, solo più tollerabile. Edward Hopper rappresenta i solitari – così si definiva anche lui, a lonely one – nella città con la sconcia e dolorante apparizione di una donna vestita per piacere agli altri seduta da sola o in attesa in una stanza; forse, scrive la Laing, Hopper rappresenta i solitari come una grande città, un luogo abitato da anime isolate, inconsapevoli l’una dell’altra, incapaci di darsi conforto a vicenda.

Quasi un quarto degli abitanti degli USA dichiara di aver provato cos’è sentirsi soli, intendo davvero soli, e la percentuale sale al 45% quando si parla degli abitanti del Regno Unito: eppure questa è una condizione che per quanto diffusa sembra non solo resistente ai rimedi, ma addirittura autoalimentante. Il motivo si chiama ipervigilanza: il senso di pericolo diffuso di quando tutto pare congiurare alla rovina personale, i giorni in cui le facce in metropolitana sembrano più tirate, il vento soffiare più forte e chiunque tranne te gode della compagnia degli altri; il meccanismo per cui chi è solo si trova ancora più solo, diffidente verso il mondo, incapace di aprirsi agli altri e il resto del mondo percepisce solo l’aura di malessere che la solitudine crea attorno a sé, non il bisogno di contatto. Allora la pressione sanguigna si alza, il sistema immunitario si indebolisce, si invecchia prima: la solitudine uccide, in un certo senso, o aiuta a morire prima. Per questo ne parliamo – perché niente svanisca, tutto abbia un nome, qualcosa che ci aiuti a identificare la nostra presenza in mezzo a queste strade.

A un certo punto Olivia Laing sta scrivendo da una stanza a Times Square. È china sul computer e controlla la posta elettronica, in uno dei tanti appartamenti presi in subaffitto, la casa deserta, le luci spente, il suo volto illuminato dalla luce blu e pallida dello schermo e i neon fuori dalle finestre nella città che non dorme mai: è un’immagine comune, una delle tante declinazioni della solitudine, una donna al computer per cui il posto di lavoro è lo stesso in cui si lavano i piatti, si dorme, ci si cambiano i vestiti. In assenza di legami significativi con la città, ci vogliono allenamento e persistenza per percepire un senso di radicamento qualsiasi, nel momento in cui la propria presenza non è giustificata da niente (si potrebbe vivere ovunque, forse, e da nessun’altra parte), se non da un bisogno di appartenenza: I found myself clinging hopelessly to the city itself, aveva scritto.

È da questa condizione specifica che inizia uno dei capitoli più interessanti del libro, Render Ghost: qui Laing racconta come internet sia venuta in soccorso del senso di solitudine, cambiandone la struttura genetica e materiale, soddisfacendo i nostri bisogni sociali, senza chiederci di parlare, mai.

Dalla città che non dorme mai alla città infinita: internet e i social network ci hanno sollevati dall’incombenza di interagire fisicamente con il mondo, proteggendoci in mezzo alle persone. Ci hanno permesso anche di vergognarci meno della nostra inadeguatezza, perché abbiamo scoperto che quella inadeguatezza era comune, replicata su grande scala. Internet ci ha detto che la nostra tristezza era una fase, era solo un messaggio malinconico che qualcuno aveva già scritto: in qualche modo la condivisione delle difficoltà bastava a alleviarle, la condivisione della gioia a testimoniarne l’esistenza. Ogni giro su Twitter i soliti messaggi malinconici, tristi o talmente desiderosi di risposta da essere imbarazzanti. Dall’altra parte: la rabbia, i linciaggi pubblici, la violenza dell’anonimato.

 

 

Come James Stewart ne La finestra sul cortile guarda i vicini e li scopre più soli e fragili, come Hopper dipinge l’intimità di una camera da letto, così l’esposizione del privato su internet dona l’impressione di un mondo in cui tutto è vicino e chiaro; ma non lo è neanche per un attimo, perché come Stewart o Hopper non tocchiamo né siamo mai toccati davvero: il mondo è chiuso in una bolla di vetro senza porte per entrare – solo che questa volta anche gli altri stanno osservando. Il fatto è che internet non ci ha resi più o meno soli di quanto non lo fossimo prima: forse ha solo estremizzato i sentimenti, legando alla nostra presenza una performatività che è difficile da gestire. La nostra solitudine si muove oggi in una città infinita e inesauribile: è eccitante, quanto terrificante, perché un posto così non smette mai di esercitare il suo richiamo.

E, ancora, voglio partire da David Wojnarowicz per tornare a lui, alla New York sporca e pericolosa, a un ragazzino che si prostituisce perché conosce un piacere che viene dal contatto con gli sconosciuti e che esiste senza dover essere condivisibile. Ci sono giorni in cui David Wojnarowicz si appende dal cornicione del suo palazzo: i limiti fisici indicano un confine da superare e le ginocchia si graffiano contro i mattoni nel tentativo di tenerti lì, vivo, in bilico, ma vivo. In alcuni dei passaggi più belli di Close to the Knives, il memoir che dedica al compagno Hujar, racconta cos’era la vita che si consumava lungo i piers negli anni Settanta, in quegli incontri occasionali con uomini a cui non chiedeva il nome, ma che seguiva nelle macchine, nelle stanze buie. Racconta queste ombre sfuggenti, le voci, le sirene e i gabbiani che risuonano nelle orecchie come un legame ininterrotto con la città: di quei mesi ricorda tutto, “la curva di un braccio, di una schiena, il profilo di un collo che appare in una stazione, in mezzo alla folla, intorno a cui si potrebbero scrivere intere poesie”.

Leggere Close to the Knives è un’esperienza tanto intensa, quanto dolorosa. È guardare un mondo che è stato esiliato provare a ricostruire un senso di comunità, di comunione fisica, a tratti così forte da essere abbagliante, di amore senza condizioni: è nella pioggia, chiuso dentro una macchina a fare sesso con un ragazzo che non incontrerà più, che vede l’universo aprirsi a un contatto, gli aeroplani attraversare le nuvole, il fumo di una sigaretta che esce da una stanza, “nell’amarlo, lo vedo liberarmi dal silenzio della mia vita interiore”. Ma Close to the Knives è anche il resoconto di una disintegrazione: è vedere quella comunità smettere di incontrarsi nei night club per trovarsi nelle sale d’aspetto dei dottori che promettono una guarigione, è la rabbia di assistere a un mondo crollare poco alla volta, sotto il peso della mortalità, del dolore, la solitudine che torna e rivela la città così com’è – un posto che ti ha esiliato, dove la tua invisibilità ha smesso di proteggerti.

Per questo è importante descrivere le solitudini nelle città immense, metterle accanto a noi, nel loro dolore sordo: “La solitudine è collettiva, è una città. Non ci sono regole per risiedervi, né c’è alcun bisogno di vergognarsi, basta solo ricordarsi che la ricerca della propria felicità non ci esime dagli obblighi che abbiamo l’uno verso l’altro. Ci siamo dentro, insieme, un cumulo di cicatrici, un mondo di oggetti, un paradiso materiale e temporaneo che spesso assume le sembianze di un inferno”.