Immagine: Matteo De Giuli.
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Chernobyl a Trieste

“Il Formaggino”, Cattinara e gli altri luoghi bruttissimi di una città meravigliosa.

 

Mi sono trasferito in città da poco quando un’amica triestina mi porta a uno spettacolo di cabaret. Il teatro è pieno e la gente ride di gusto mentre sul palco si alternano maschere comiche per me incomprensibili, caricature che non riconosco, appartenenti al piccolo mondo più o meno antico del territorio giuliano. C’è l’imitazione di un direttore traffichino di un casinò vicino al confine sloveno, lo sketch delle due signore ottantenni che vanno al bar in skateboard (il sotteso, almeno quello lo colgo, è che Trieste è la città più vecchia d’Italia), e il monologo di un comico sulle polemiche sollevate dalla costruzione di una nuova rotatoria.

A rendermi complicata la fruizione c’è la lingua che parlano gli attori, un triestino strettissimo e per me inintelligibile. Per la prima mezzora costringo la mia amica a bisbigliarmi all’orecchio una traduzione simultanea delle battute, poi mi abbandono alla corrente, inizio a sorridere e applaudire seguendo l’umore della sala senza capirci nulla.

All’epoca non lo potevo sapere, ma quello che avevo sperimentato a teatro sarebbe stato solo il primo di tanti momenti di incomprensione che avrei vissuto nei miei due anni a Trieste. L’esempio più lampante di questo sentimento bivalente e un po’ psicotico di amore e alienazione nei confronti di Trieste credo sia ben custodito nella mia passione per i suoi palazzi più brutti, un’attrazione del tutto sproporzionata rispetto all’effettivo valore estetico e architettonico di quegli edifici, un interesse che di solito lascia interdetti i miei amici triestini e che io stesso non riesco a spiegarmi poi così bene.

Trieste è bellissima, un gioiello, una delle città più belle d’Italia. Ma è anche piena di palazzoni molto molto brutti.

Trieste è bellissima, un gioiello, una delle città più belle d’Italia. Ma è anche piena di palazzoni molto molto brutti. Esiste o è esistita una certa idea di modernità e una certa idea di architettura contemporanea, forse condivisa da molte città italiane ma che a Trieste più che altrove è riuscita a trovare libero sfogo.

L’esempio più evidente e meno facile da ignorare è il santuario mariano che domina Trieste dal Monte Grisa, guardando il mare sulla destra. La sua struttura imponente è quella di una piramide spuntata composta da un reticolo di triangoli più piccoli. Più che a una chiesa il santuario fa pensare a un monumento massone o alla villa di qualche camorrista. E invece il tempio di Monte Grisa è un edificio con una storia ben diversa: fu costruito per volontà dall’arcivescovo di Trieste Antonio Santin come voto e omaggio alla Madonna dopo che la città si era salvata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il progetto venne firmato dall’architetto Antonio Guacci, ma si dice che l’idea della struttura così particolare sia proprio di Santin. La sua forma dovrebbe rievocare la M di Maria, madre di Gesù. Ai triestini però ricorda di più una fetta di emmentaler, e così lo chiamano da sempre “il Formaggino”.

 

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Un altro storico monolite grigio di Trieste è l’ospedale di Cattinara. Due palazzoni a L pressoché identici, due “torri di degenza” costruite una accanto all’altra a formare una sorta di W. Accanto agli edifici si innalza una inquietante e mastodontica ciminiera cilindrica, grigia anche quella, alta quanto i due palazzi e forse anche qualche metro in più. Gli ospedali italiani costruiti a partire dagli anni cinquanta sono spesso luoghi inclini al degrado, cupi e disarmonici. Quanto più brutto degli altri ospedali italiani potrà mai essere l’ospedale di Cattinara, vi chiederete? Non saprei descriverlo a parole, ma per fortuna c’è un piccolo aneddoto che ci viene in soccorso.

Il 26 aprile 1986, sabato notte, esplode il reattore n. 4 della centrale nucleare di Chernobyl, nell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Le autorità russe diffondono la notizia solo dopo alcuni giorni. A seguito del disastro, per intere settimane, TV e giornali sono alla disperata ricerca di foto e video che superino le strette maglie della censura sovietica. Thomas Garenq, un ragazzo francese di 24 anni, ha un colpo di genio: filma gli stabilimenti della zona industriale della periferia triestina, filma un bel primo piano dell’ospedale di Cattinara e vende il pacchetto completo a ABC News e NBC News spacciando il video come le riprese esclusive del luogo del disastro. Garenq fa il colpaccio: le agenzie gli offrono 11 mila dollari. Non fa in tempo a incassarli che il materiale nel giro di poche ore viene trasmesso dal TG2, che l’ha ricevuto dall’eurovisione, che a sua volta l’ha comprato dalle TV americane. E guardando il TG2 qualcuno a Trieste riconosce finalmente in quelle immagini il proprio ospedale comunale. La polizia italiana rintraccia e ferma Garenq a Roma qualche giorno più tardi.

Nel frattempo però agli occhi degli americani e a quelli di milioni di italiani, era sembrato tutto sommato plausibile che i resti di una centrale nucleare sovietica dopo il più grave disastro nucleare della storia dell’umanità potessero avere le sembianze dell’ospedale di Cattinara. E questo dovrebbe risponde in maniera credo piuttosto esaustiva alla domanda da cui siamo partiti: l’ospedale di Cattinara è universalmente riconosciuto come brutto. Eppure quando con la macchina uscivo da Trieste e dal finestrino mi appariva questa nostra piccola disastrata Chernobyl che si faceva sempre più vicina, Cattinara sembrava un amuleto alieno e spettacolare.

 

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Sfumature di grigio
Il mio rapporto confuso con la città di Trieste raggiunge la sua massima espressione nel momento stesso in cui scopro il cosiddetto quadrilatero di Melara. Uno spaventoso totem in cemento armato, un muro grigio di trenta metri, un complesso simile a quelli più noti del serpentone di Corviale, a Roma, o dello Zen di Palermo. Edifici-quartiere nati da quell’edilizia popolare che a partire dagli anni ’60 e fino ai primi anni ’80 sperimentò in Italia soluzioni architettoniche e urbanistiche ispirate a brutalismo e razionalismo e tirò su enormi complessi abitativi che oggi sono spesso abbandonati al degrado sociale.

La prima volta che vedo il complesso residenziale di Rozzol Melara giganteggiare tra gli alberi, sono in un’osmiza. Le osmize – un’altra di quelle cose che esistono solo a Trieste e dintorni – sono locali nelle case contadine un po’ fuori dalla città, sulla collina che sale sul crinale e che porta verso l’altipiano carsico. Metà al chiuso metà all’aperto, con banconi e grandi tavolate, nelle osmize si beve (molto e a poco prezzo) il vino prodotto dagli agricoltori e si mangiano uova, affettati, formaggi e pane. Sono in osmiza, in mezzo alla campagna, e bevo un terrano piuttosto scadente in un bicchiere da un ottavo quando mi accorgo di Rozzol Melara che sputa tra il verde e mi chiedo se il vino rosso non mi stia iniziando a dare alla testa.

 

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Il quadrilatero di Rozzol Mealara è stato ideato dallo studio Celli Tognon, che oltre ad aver collaborato alla progettazione dell’ospedale di Cattinara, a Trieste ha creato diverse altre opere sulla stessa falsariga brutalista, come il supermercato PAM di via dei Campi Elisi o il liceo scientifico Galileo Galilei. Il complesso di Rozzol Melara è composto da due ali a forma di a L, esattamente come l’ospedale di Cattinara, ma i bracci questa volta sono ben più lunghi e imponenti di quelli e qui si fronteggiano a disegnare un quadrato, da cui il nome più diffuso per indicarlo: il quadrilatero, appunto, più benevolo dell’altro nomignolo piuttosto in voga, “Alcatraz”.

Una strada-galleria interna percorre gli edifici e li collega, un corridoio contrassegnato da vari colori, giallo, verde, rosso o blu, a seconda dell’ala del complesso in cui ci si ritrova. Il pavimento è quasi interamente rivestito di linoleum nero a cerchietti e le pareti sono scandite da grandi oblò che guardano all’esterno. Le unità abitative ricordano le Unité d’Habitation di Marsiglia progettate da Le Corbusier e sono collegate tra loro da ulteriori corridoi e tunnel e ponti che rendono praticamente impossibile orientarsi all’interno degli edifici. Alcune zone del quadrilatero sembrano abbandonate ma Rozzol Melara ospita tutt’oggi circa 2500 abitanti.

Quelli di Melara sono però i resti di un’utopia incompiuta trasformatasi in utopia negativa (come è successo al Corviale, allo Zen, alle Vele e praticamente a ogni altro esperimento del genere). La dimensione angosciosa e sinistra di Melara è un fatto talmente palese che il quadrilatero riesce a fare, senza neanche un ritocco in postproduzione, da scenografia ideale al video del singolo di Dea Musica di Piero Pelù del 2004, dove poliziotti alla Fahreneit 451 perquisiscono le abitazioni alla ricerca di supporti musicali proibiti.

 

 

Davanti al quadrilatero, nell’enorme giardino centrale che viene spesso visitato dai cinghiali, sento di avere bisogno di qualcuno che mi spieghi lo spettacolo a cui sto assistendo, come quella sera davanti al cabaret. Trieste in fondo non è una città italiana, lo dicono tutti e lo ripeto anche io ai miei amici triestini; è un territorio straniero e sospeso, una lingua di terra isolata ritagliata nella parte sbagliata dell’Adriatico che come uno specchio antico riflette l’Italia distorcendone leggermente l’immagine. E allora Rozzol Melara è una delle macchie di quello specchio usurato, dico, un riflesso metafisico di qualcosa che forse neanche esiste, e così di solito i miei amici triestini mi fermano e mi rispondono un po’ seccati che “è solo un palazzone”, sperando che io non ritorni più sull’argomento, e forse hanno ragione loro. Forse non c’è niente da capire.