Foto per gentile concessione di Il Centro.
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Pasolini e KFC

Un reportage dal centro commerciale più grande d'Europa ad Arese, la nuova capitale del pollo fritto e dell'abbigliamento tinta unita.

 

Sullo schermo incrinato del mio iPhone c’è scritto che sono le 9 di mattina. L’insegna alogena del primo negozio Primark in Italia vira in tonalità azzurro metallizzato le facce delle decine di persone accalcate di fronte all’ingresso del negozio, a pochi passi da me. Un fiume di ragazzi e ragazze che non hanno più di vent’anni (e che hanno palesemente saltato scuola), che per argini ha quattro promoter dal viso già stanco e sei guardie di sicurezza in giacca e cravatta, impassibili, una delle quali somiglia a una versione leggermente invecchiata dell’ex allenatore del Milan Sinisa Mihajilovic. Anche il suo viso è virato azzurro.

Il mio viso al contrario è solo pallido, perché mi sono svegliato presto e non ho ancora fatto colazione. Invece ho preso la macchina, ho imboccato l’autostrada e sono venuto qui, a vedere il centro commerciale più grande d’Italia nel giorno della sua apertura ufficiale al pubblico. E adesso osservo la fila davanti a Primark, tenendomi un po’ in disparte e succhiando una caramella gelatinosa con dentro scritto “I <3 Primark” che una promoter mi ha allungato quando le sono passato distrattamente davanti. Una parte di me è affascinata, un’altra vorrebbe piangere, una terza sta per scoppiare in una risata isterica. Tutte e tre concordano sul fatto che ho fame e che quella caramella fa schifo.

Il centro commerciale in cui mi trovo si chiama semplicemente “Il Centro”, non so se per falsa modestia o per mancanza di creatività. Personalmente a me questo nome trasmette un senso di inquietudine: ci vedo un’affermazione di status, una titanica rivendicazione della propria importanza connessa probabilmente anche alle dimensioni mastodontiche del complesso; allo stesso tempo però mi sembra anche comunicare come un presagio di sventura, di fine imminente, di dopo-di-me-il-diluvio. “Il Centro”, perché è il centro commerciale definitivo, perché dopo non ce ne saranno altri. Quando esci dall’autostrada, giri e te lo ritrovi davanti nuovo e scintillante che sembra estendersi fino all’orizzonte, circondato intorno e sotto da parcheggi affollati di auto, ti sembra effettivamente così.

 

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Costruito ad Arese, a circa 15 km da Milano, in un’area che prima ospitava degli stabilimenti dell’Alfa Romeo, il centro commerciale è stato salutato fin da subito con l’entusiasmo che in genere si riserva alle grandi opere. Un nuovo polo commerciale tra i più grandi d’Europa, più di un migliaio di nuovi posti di lavoro, un investimento di 300 milioni di euro: tutti questi aspetti hanno trasformato l’apertura di questa cattedrale nell’hinterland in un evento atteso con foga poco meno che millenaristica.

Che l’euforia di massa per l’apertura del centro commerciale fosse qualcosa di reale e palpabile anche al di fuori delle pagine e degli eventi Facebook, l’ho capito prima ancora di arrivarci, quando mi sono ritrovato imbottigliato nel traffico e non erano ancora le nove di mattina. I rallentamenti cominciavano all’uscita dell’autostrada e diventavano critici all’altezza della rotonda a due corsie da cui si accede al parcheggio del Centro, presidiata dai vigili urbani che agitando le palette dirigevano il traffico che scorreva a passo d’uomo.

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Secondo la direzione del centro commerciale, in occasione dell’apertura al pubblico erano previste almeno cinquemila persone; ma bastava un’occhiata al numero di auto parcheggiate per rendersi conto che potevano tranquillamente essercene il doppio. In questo senso, vale la pena notare che la pagina Facebook del centro commerciale ha 27mila like. Quante persone conoscete che metterebbero like alla pagina Facebook di un centro commerciale? Ecco.

Ci sono due reazioni che questo genere di folla riunita per questo genere di evento può suscitare in un osservatore esterno che con l’evento in sé ha poco o nulla a che fare. La prima è lo stupore di fronte all’evidente esistenza di validi motivi per andare al centro commerciale giovedì mattina alle nove. La seconda è la meraviglia, che subentra quando realizzi che in quella folla sterminata ci sono sicuramente persone – e sicuramente non sono nemmeno poche – che hanno un lavoro e che per essere lì hanno preso delle ferie.

Il centro commerciale in cui mi trovo si chiama semplicemente ‘Il Centro’, non so se per falsa modestia o per mancanza di creatività.

Nella percezione comune, i centri commerciali sono spesso considerati dei non-luoghi – degli spazi che non sono identitari, relazionali e storici, luoghi in cui non si creano veri rapporti sociali ma si espletano solamente riti di consumo. Spesso è effettivamente così, ma ho sempre ritenuto questa analisi semplicistica, perché non tiene conto del contesto in cui i centri commerciali si inseriscono. Il quartiere periferico dove sono nato e cresciuto, ad esempio, contiene un centro commerciale e da quello prende il nome, ma nella mia esperienza il Bonola non è mai stato un non-luogo. È sempre stato, se mai, tutto l’opposto: il posto in cui si andava a fare la spesa ma anche la sede della biblioteca in cui si andava a studiare e – dato che c’era l’aria condizionata – il posto in cui ci si ritrovava d’estate. Era insomma un luogo vero e proprio, in parte dedicato al consumo e in parte alla socialità.

Insomma, se è vero che i centri commerciali hanno tutte le caratteristiche dei non-luoghi, il fatto che lo diventino o meno dipende dal contesto in cui sorgono e dal modo in cui le persone vi si rapportano. Quando sorgono in periferia, ovvero si trovano a essere dei non-luoghi contenuti in altri non-luoghi ancora più grandi, finiscono per essere frequentati da persone che sanno già cosa significa abitare un non-luogo e che quindi sono in grado di creare identità e socialità dal nulla, anche dove apparentemente queste due cose non dovrebbero esserci. È questa la caratteristica peculiare e per me più interessante dei centri commerciali: possono essere tutto e il contrario di tutto. Possono essere dei simboli dell’alienazione consumistica e farti venire voglia di morire quando ci metti piede oppure possono diventare dei centri di aggregazione e salvarti l’adolescenza. Nella mia vita ne ho frequentati di entrambi i generi. E la ricerca del 2010 secondo cui i centri commerciali sono uno dei luoghi di aggregazione preferiti dagli adolescenti italiani non fa che confermare questa mia opinione al riguardo.

Ovviamente, è presto per dire a quale di queste due categorie appartenga “Il Centro” di Arese. Per ora non lo si può giudicare. Forse è troppo grande e troppo isolato per poter diventare uno spazio di aggregazione; forse quando sarà passato l’entusiasmo iniziale e i suoi parcheggi cominceranno a svuotarsi (o a non essere mai pieni) si potrà attraversare i suoi enormi corridoi senza mai incontrare anima viva. Può sembrare un’esagerazione – ed effettivamente lo è – ma pur essendoci andato in quello che probabilmente rimarrà per sempre il giorno di massimo affollamento nella storia del Centro, non ho percepito la presenza di altre diecimila persone intorno a me. Non sembrava più affollato di un centro commerciale qualsiasi in un giorno qualsiasi. Un effetto provocato dall’estrema diluizione delle persone nello spazio.

È questa la caratteristica peculiare e per me più interessante dei centri commerciali: possono essere tutto e il contrario di tutto.

In parte, il motivo dietro l’attenzione particolare che gli era stata riservata (e il motivo per cui la sua apertura è diventata un vero e proprio evento mondano) stava nel fatto che il Centro ospita il primo negozio di Primark in Italia e il primo Kentucky Fried Chicken di Milano. E in effetti, questi erano gli unici due angoli del centro commerciale in cui si riusciva a percepire realmente sia quanta gente fosse accorsa per vederlo, visitarlo, farne esperienza sotto ogni aspetto, sia, di riflesso, la sua estensione fisica effettiva. E qui torniamo al momento in cui guardo l’ora sullo schermo mezzo spaccato del mio iPhone mentre osservo una folla di adolescenti fare la fila da Primark. C’è un dettaglio che prima ho omesso nel descrivere questo momento: la mia posizione. Sono un po’ spostato di lato, di fronte al negozio accanto a Primark. E il negozio accanto a Primark è H&M. Di fronte a H&M non c’è nessuno, solo io. È per questo che una parte di me sta per scoppiare a ridere.

Ho fatto un rapido giro dentro H&M e più tardi ne farò uno altrettanto rapido dentro Primark per conferma: i due negozi sono uguali. Vendono esattamente le stesse cose, variazioni minuscole sugli stessi temi. Anche i prezzi sono simili, così come con ogni probabilità sono simili anche gli abissi di sfruttamento e profitto che vi stanno dietro. I due negozi sono uno accanto all’altro, eppure da una parte c’è una coda bella lunga mentre dall’altra non c’è nessuno e io non riesco a capire come sia possibile una tale sproporzione. Scommetto che buona parte dei ragazzini che oggi hanno saltato scuola per venire a curiosare e fare acquisti nel primo negozio di Primark in Italia siano già stati a curiosare e fare acquisti in qualche negozio di Primark all’estero, perché altrimenti non saprebbero dell’apertura e non sarebbero qui. E allora perché ci sono venuti, da dove deriva la loro curiosità?

Questa confusione mi è rimasta in testa per tutta la mattina e le stesse domande hanno continuato a rimbombarmi in testa anche dopo che mi sono allontanato da Primark; mentre camminavo senza meta per il centro commerciale osservando la gente o i negozi, provavo a decifrare l’atmosfera per calarmici o semplicemente cercavo di capire come un negozio di cento metri quadri che vende unicamente soprammobili e oggettistica in legno possa rimanere aperto più di due mesi senza sussidi statali o attività parallele di riciclaggio di denaro per l’ndrangheta.

Perché, a parte Primark e KFC, gli altri 200 negozi ospitati dal Centro non sono niente di particolare: sono quasi tutti punti vendita di grandi catene e per la maggior parte vendono roba che non solo puoi trovare ovunque, ma in molti casi puoi persino ordinare facilmente su internet e fartela consegnare a casa nel giro di un’ora. Eppure, hanno aperto dentro il centro commerciale e con metrature di tutto rispetto. Quasi tutti i negozi sono grandi come casa mia. Ma la maggior parte della gente non ci entra, la maggior parte della gente si limita a camminare per le vie del centro commerciale affacciandosi di tanto in tanto timidamente a guardare le vetrine.

Quando arriva l’ora di pranzo sono ancora spaesato, come se non avessi ancora realizzato bene dove mi trovo, chi sono le persone intorno a me e perché fanno quello che fanno. Non riesco ancora a capire appieno l’atmosfera, e respingo con forza il sospetto che in realtà sia io che sto cercando di razionalizzare e approfondire troppo, che in realtà non ci sia nulla da cogliere o da capire ma soltanto un’enorme rito orgiastico di partecipazione.

 

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Perché alla fine è di pura partecipazione che si tratta: il consumo è superfluo, è un di più molto pubblicizzato ma che nessuno si aspetta veramente. I negozi più affollati sono quelli che hanno promoter all’esterno che offrono prove gratuite e offerte speciali; gli altri sono vuoti o semivuoti. Quasi nessuno è qui per consumare, piuttosto quasi tutti questa mattina si sono svegliati presto e hanno preso la macchina e hanno guidato fino ad Arese per partecipare a un “evento”. E questo evento non ha caratteristiche peculiari: è solo un evento in quanto evento. Mentre cammino per questo enorme centro commerciale che sembra semivuoto e invece è pieno come non sarà mai più, penso che se per Debord lo spettacolo è il capitale giunto a un tale grado di accumulazione da divenire immagine, allora i centri commerciali di provincia sono il consumo giunto a un tale grado di accumulazione da diventare pura partecipazione.

Me n’ero già accorto osservando la coda di fronte a Primark. Me ne accorgo di nuovo e in modo ancora più evidente quando arrivo davanti a KFC, il primo KFC di Milano e provincia, probabilmente il primo KFC della Lombardia. KFC è un marchio ben più noto di Primark, per cui qui l’urgenza di partecipazione è ancora più evidente. Ci sono altri posti dove mangiare dentro il centro commerciale: eppure, credo che tutte le diecimila persone che sono venute qui oggi mangeranno da KFC. Non è una questione di qualità, non è una questione di soldi, non è neanche una questione di cibo: è solo e soltanto una questione di partecipazione. Decido di partecipare anch’io e diligente mi metto in fila per ordinare le mie alette di pollo piccanti cercando di non pensare all’infinito ciclo di reincarnazioni dell’olio in cui sono state fritte.

Un fast food affollato, un negozio di vestiti che vende magliette tinta unita a 2,50 euro l’una, un centro commerciale talmente nuovo che addirittura profuma di nuovo e che in certi punti è affollato come in un Black Friday. È tutto così americano che quasi mi dimentico di essere ad Arese. Mentre sono in coda da KFC (ho fatto qualcosa come un’ora di coda, forse anche qualcosa di più) prendo il cellulare, guardo le notizie e leggo che secondo un nuovo studio l’Italia è il secondo paese al mondo per obesità giovanile, davanti anche agli Stati Uniti. Sul momento, mi è sembrato come se il posto in cui mi trovavo e questa notizia fossero in qualche modo collegati, l’uno causa dell’altra, e come se tutto facesse parte di un grande disegno superiore. Il consumismo all’americana ha vinto e ora avvolge nel suo abbraccio tutte le terre emerse, influenzando la nostra cultura al punto da ribaltare persino gli stereotipi più radicati.

Può sembrare una fantasia folle o una paranoia, ma come tutte le fantasie folli e le paranoie ha delle fondamenta reali. La cultura americana non solo influenza davvero tutte le altre, ma è praticamente fatta apposta per questo scopo. A differenza di altre culture nate da una sintesi di elementi locali o regionali, la cultura americana è prima di tutto una costruzione economica. Lo è fin dal principio, da quando i padri pellegrini sono arrivati a Plymouth a bordo della Mayflower; non c’è stata alcuna assimilazione delle culture locali preesistenti.

Il consumismo all’americana ha vinto e ora avvolge nel suo abbraccio tutte le terre emerse, influenzando la nostra cultura al punto da ribaltare persino gli stereotipi più radicati.

È per questo che la tradizione culturale statunitense assomiglia tanto spesso a qualcosa di posticcio, di costruito a tavolino per sopperire a una mancanza. Sono gli obelischi e i memoriali neoclassici di Washington, con l’enorme statua di Abraham Lincoln che è un po’ la versione moderna della statua crisoelefantina di Zeus scolpita da Fidia per il tempio di Olimpia. È per questo che gli shopping mall sono così evocativi, è per questo che quando ci entriamo ci sembra di essere a New York anche se siamo al Carosello di Carugate. È per questo – penso – che sono in fila da KFC in mezzo a centinaia di persone.

Ho mangiato di fretta e in piedi, perché trovare posto a sedere in quella ressa di mandibole intente a sgranocchiare pollo era semplicemente impossibile. Ho bevuto un bicchiere di Coca Cola – o forse era Pepsi, non ho guardato bene, non so quale delle due servano al KFC – e poi sono andato fuori a prendere un po’ d’aria, perché iniziavo a sentirmi male. Non male in senso morale, come se fossi in qualche modo nauseato dal posto in cui mi trovavo e da tutto ciò che avevo visto: niente di tutto questo. La sensazione che provavo era completamente fisica, tanto che mi è rimasta addosso anche dopo che me ne sono andato e ho continuato a provarla quando sono arrivato a casa e mi sono sdraiato sul divano con il preciso desiderio di compiere quanti meno movimenti possibile fino all’ora di andare a dormire.

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In parte ero semplicemente esausto e spossato: dopotutto avevo camminato per ore avanti e indietro, senza mai fermarmi, e per di più l’avevo fatto con dedizione e concentrazione, aguzzando ogni senso per cercare di non perdermi nessun dettaglio dell’evento, di quella che ormai ero anch’io propenso a considerare una vera esperienza. In parte era l’iperstimolazione sensoriale, il bombardamento a tappeto di input sotto cui mi ero trovato a rimanere per ore. C’era anche qualcos’altro, però: una sensazione che faccio fatica a descrivere ma che per certi aspetti era simile al coma da cibo, all’abbiocco post-prandiale. Forse in questo caso, però, il responsabile non era il centro commerciale in sé ma il mio stomaco italiano troppo delicato.

Fuori dal centro commerciale c’era il sole e faceva più fresco: stando al chiuso avevo finito per acclimatarmi al calore umano fino a non farci più neanche caso. Sono andato a sedermi su un muretto. Intorno a me, tutte le altre persone erano impegnate a fumare, accendersi o rollarsi sigarette, come se l’esterno del centro commerciale esistesse solo ed esclusivamente per soddisfare questo genere di bisogni. Come se non potesse esserci vita al di fuori del pollo fritto e dell’abbigliamento monocromo. Mentre le guardavo, mi chiedevo se anche le altre persone stessero provando le stesse sensazioni di fiacchezza fisica che stavo provando io in quel momento (con ogni probabilità sì). E il fatto che si fossero svegliati così presto per accorrere al primo giorno di apertura dimostrava inequivocabilmente che le conoscevano già, ma che non vedevano l’ora di provarle di nuovo.

 

Foto per gentile concessione di Il Centro.