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Centocelle City Rockers

Il punk, la borgata, gli anni 70: storia di una banda metropolitana a Roma.

 

Con un nome che da solo evoca scabre periferie pasoliniane, neorealismi tossicomani e storie di partigiani, borgatari & piccola criminalità, Centocelle più che un quartiere è un topos letterario: per decenni il suo nome è servito a evocare terre di frontiera in cui era meglio non mettere piede, popolate da un’umanità rude e poco raccomandabile, forse un pizzico pittoresca ma perennemente segnata dallo stigma della devianza e della marginalità. Tra le borgate che affollano il quadrante est di Roma, Centocelle è in effetti la più grande e popolosa: una Dacia Maraini qualunque continuerebbe a dipingerla come una wasteland isolata dal mondo perché dal centro per arrivarci ti tocca prendere il tram, ma nella realtà Centocelle è oggi un “tranquillo” quartiere popolare certo sovraffollato (ed esteticamente pure un po’ bruttino), in cui si stanno persino insinuando i primi cenni di una gentrification data per molti come inevitabile. Sapete com’è, il Pigneto è ad appena quattro fermate di metro.

È in questo quartierone di palazzacce a quattro-cinque piani tra via Casilina e via Prenestina, che alla fine degli anni ’70 una banda di adolescenti fissati col punk inaugurò la saga dei Centocelle City Rockers. Questa sigla io me la ricordo da quando ero ragazzino, e da allora continua incredibilmente a spuntare sui muri di mezza Capitale, ben oltre i confini di Roma Est. Gli appassionati di fumetto l’avranno intravista su qualche vignetta di Zerocalcare, ma prima ci aveva già pensato la coppia Stefano Tamburini/Tanino Liberatore a immortalarla in una dedica di Ranxerox sul primo numero di Frigidaire, e io – che a Centocelle ci sono cresciuto in un’epoca in cui quando parlavi di punk la gente pensava ai Green Day – mi sono chiesto per anni che cazzo significasse e quale storia ci fosse dietro. Infine, un giorno ho incontrato Luigi Bonanni, l’uomo che i Centocelle City Rockers li ha di fatto inventati (e che in seguito è diventato il cantante del gruppo Garçon Fatal). Mi sono fatto raccontare il come il quando e il perché, e questa è la sua storia.

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Luigi Bonanni con Captain Sensible dei Damned, Roma, 1980.

Da via dei Lauri alla Lubna del Magia: il racconto di Luigi Bonanni
Tra 1976 e 1977 avevo 15 anni, ero veramente un ragazzino. Abitavo a Centocelle che già non era più periferia estrema ma era pur sempre una specie di borgo, di cittadina separata dal resto di Roma:  all’epoca spostarsi era molto difficile, e tra un quartiere e l’altro non è che ci fossero molti contatti. Più tardi la stessa atmosfera l’ho ritrovata in posti come Primavalle, San Basilio, quartieri periferici con un’identità molto precisa ed estranea al contesto cittadino vero e proprio. In più, a Centocelle c’era questa particolarità che già a fine anni ’70 trovavi i bambini di colore, figli di immigrati, che parlavano romanesco: e questo ti faceva pensare più a Brixton che a un quartiere romano – almeno ai miei occhi…

Esteticamente la Centocelle del 1977 non era molto diversa da quella che è adesso. I punti di ritrovo erano le tre piazze principali che scandiscono il lungo rettifilo di via dei Castani: e quindi piazza San Felice (dove Pasolini ha girato un pezzo di Accattone), poi piazza dei Mirti (dove invece furono girate alcune scene di Amore tossico) e soprattutto piazza dei Gerani. Poi c’erano le sedi dei collettivi e dei gruppi della sinistra extraparlamentare: Lotta Continua, Avanguardia Operaia, gli autonomi, gli anarchici, non mancava nessuno. C’era anche il Forte Prenestino (che fu occupato una prima volta proprio nel ’77) e un paio di covi delle Brigate Rosse: anche perché da Centocelle venivano brigatisti tipo Bruno Seghetti e Antonio Savasta, semplici ragazzi del quartiere che poi si diedero alla lotta armata. E fu una strada che intrapresero in tanti: non voglio dire che darsi alla lotta armata fosse “di moda”, però per tutto il quartiere si respirava un po’ quell’aria lì… Andavi a scuola con un tizio qualunque, ci passavi le giornate al bar, e a 19 anni te lo ritrovavi che era entrato in clandestinità.

La sera Centocelle si trasformava in una città-fantasma, nel senso che dopo le 21 scattava il coprifuoco e diventava difficile anche arrivare da una parte all’altra del quartiere. Un po’ per motivi politici – su via Casilina ti ritrovavi gli autoblindo coi sacchi di sale che presidiavano l’ingresso su via dei Castani – un po’ anche per le normali attività criminali che con la politica non avevano nulla a che fare. C’erano traffici illeciti di tutti i tipi: armi, droga… Credo anche che Centocelle sia uno dei pochi posti in cui la Banda della Magliana non riuscì mai ad affermarsi per davvero. Perché come dire, ci pensava già la criminalità autoctona, che bisogno c’era di gente che veniva da fuori?

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Centocelle in uno scatto d’epoca.

Io ero un appassionato di musica già da piccolissimo, mi piacevano i primi gruppi beat e poi i Deep Purple, i Pink Floyd, i Led Zeppelin, insomma le cose che andavano per la maggiore negli anni ’70. Ma a quindici anni subii veramente una rivoluzione personale: c’era il fratello di un mio compagno di scuola che in casa aveva Rock N Roll Animal di Lou Reed, e quello da un giorno all’altro cambiò tutto. Dico proprio in termini di mentalità, atteggiamenti, modo di vestire… Poi mi capitò un numero di Gong, il mensile di musica, in cui si parlava di Ramones e Patti Smith e lì la mutazione fu completa.

Era anche un po’ la mia indole, eh? Nel senso che sono sempre stato un rompicoglioni, un anarcoide, uno a cui non piacciono le mode dominanti: basti dire che, in un quartiere in cui praticamente chiunque tifa Roma, io sono diventato della Lazio! Comunque: dopo Lou Reed cominciai ad appassionarmi alle cose più trasgressive, ai gruppi che si truccavano, a sonorità più diverse, insomma al punk. Che all’inizio era una cosa veramente artistica, anche a livello di immagine, estetica e tutto il resto. L’unico problema è che a Centocelle, di gente interessata a quelle cose, non ce n’era. Nel senso: da una parte c’erano i freak, i vecchi hippie e tutto il resto; dall’altra le comitive di quartiere che si ritrovavano col vespino davanti al baretto e che si ascoltavano Sabato pomeriggio di Claudio Baglioni. Quindi mi misi in cerca di qualche adepto: insomma di qualcuno di convertire al punk.

 

 

Nel mio palazzo c’erano due ragazzini più piccoli di me di circa un anno, che individuai subito come possibili compagni di strada (formammo anche un gruppo chiamato Bads, e uno di loro finì con me anche nei Garçon Fatal). Dopodiché cominciarono ad aggiungersi altri ragazzi, ma all’inizio eravamo veramente pochissimi, quattro o cinque in tutto. Il grande cambiamento arrivò a ottobre 1977, quando la Rai mandò in onda questo servizio – in una trasmissione chiamata Odeon – tutto dedicato al punk inglese. Credo che praticamente chiunque in Italia si occupi di punk, ti parlerà di questa trasmissione: fu uno shock, un evento scatenante, il primo momento in cui i ragazzini italiani capirono cos’era il punk. E anche a Centocelle, da quattro o cinque che eravamo fino a quel momento, improvvisamente diventammo quindici!

Il gruppo si ingrandì: in mezzo ci trovavi di tutto, compresi tizi che parevano più Anna Oxa che Sid Vicious, gente che nel punk si era tuffata per moda, o anche tipi che percepivano istintivamente di “sentirsi punk”, come questo nostro amico che poi sarebbe diventata una drag queen parecchio nota a Roma. Per farla breve: arrivavano questi sedicenni che fino al giorno prima non ti eri mai filato, ed eccoli lì coi pantaloni a tubo e la giacchetta nera, che provavano a fare i trasgressivi con noi. Poco tempo prima ci eravamo inventati questo nome, Centocelle Rock City, che in realtà veniva da un pezzo dei Kiss chiamato Detroit Rock City: a me i Kiss piacevano sempre per quel discorso lì, le maschere, i trucchi, il glam… Poi però quando i Clash pubblicarono Clash City Rockers, subito diventammo Centocelle City Rockers. Non era altro che una sigla, il nome di una banda, una specie di omaggio che ci facevamo da soli. Cominciammo a riempire di scritte via dei Lauri – che era la strada in cui ci incontravamo – e be’… La cosa non passò inosservata.

 

“La moda e la musica punk”, il servizio Rai del 1977 che convertì al punk i giovinastri della penisola.

 

Gli alternativi del quartiere erano incuriositi da noi. Molti di questi erano freak che venivano dal tipico underground anni ’70, più grandi di noi di qualche anno, e che frequentavano gli stessi nostri bar – soprattutto il bar del Bocca, un personaggio incredibile con la barba tinta di verde e che si spostava su una Vespa gialla. Anche loro cominciavano a trasformarsi: i capelli da lunghi che erano si facevano sempre più corti, i giubbotti di renna vennero sostituiti dai giacchetti di pelle marrone e poi da quelli di pelle nera, qualcuno andava fino a Londra, qualcuno andava per negozi a rubarsi i dischi della new wave inglese che poi ci rivendeva a prezzo ridotto… Insomma, si venne a creare questa sinergia tra gli alternativi del quartiere, fino a quando lo stesso nome Centocelle City Rockers non cominciò a essere usato anche da chi, col nucleo originario di via dei Lauri, non c’entrava niente. A un certo punto ci fu anche una specie di fusione tra noi e un gruppo di Villa Gordiani, che di Centocelle è il quartiere confinante. E noi stessi cominciammo a spostarci.

A Centocelle l’aria era pesante. Nel marzo del 1978 poi, il rapimento Moro peggiorò tutto e il quartiere di fatto venne militarizzato. Ma c’erano anche problemi tra noi giovani punk e i vecchi militanti della sinistra extraparlamentare. Specie all’inizio, non fu per niente semplice. È difficile da spiegare… Dapprima, come dire, ci sopportarono: per loro eravamo poco più che dei ragazzini strani, quindici-sedicenni che andavano in giro con un lucchetto al collo e la giacca tagliata con le lamette e spruzzata di vernice, tutte cose molto naif.  Poi arrivarono le accuse di fascismo: adesso sembra assurdo, ma all’epoca se te ne andavi a spasso per la periferia di Roma con addosso un giubbotto di pelle nera anziché un eskimo, allora eri un fascista, poco da fare. Ed essere accusati di essere fascisti a Centocelle era mooolto pericoloso, credimi.

Non solo: oltre ai vecchi militanti della sinistra extraparlamentare, ce la dovevamo vedere pure coi coatti e i classici “pischelli di borgata”. Il nero, le borchie, le magliette tagliate, per loro erano un gesto inaccettabile, e quindi botte, risse, tensioni varie… Ho visto gente fermare la macchina e inveirci contro senza nessun motivo, tizi urlarci appresso “frociiiiii!” perché se ti vestivi strano allora eri omosessuale, cose di questo tipo. Gli davi fastidio semplicemente esistendo: la classica goccia d’inchiostro in un litro di latte.

La notte si creavano sempre situazioni di tensione. Era un po’ una roba alla I guerrieri della notte, con le bande che giravano per la città a far risse, e noi fatalmente – per via di come eravamo vestiti, del nostro look eccetera – ci finivamo mezzo.

All’inizio da Centocelle finimmo per rifugiarci poco lontano, e per la precisione al bar Apollo 11, che stava sulla Prenestina e che era frequentato da vecchi rocker, in mezzo c’erano anche tanti ex freak, e le cose cominciarono a mescolarsi. Nacquero i primi gruppi musicali – i Bads, gli Uglies, gli Urban Reportage – ma il gruppo originario cominciò anche a sfaldarsi: c’era chi era rimasto sotto con la droga, chi se ne era andato a Londra, chi era morto, chi era dovuto scappare da Roma per i soliti casini politici… A rimanere fu il nome: Centocelle City Rockers. Non so come né perché, ma la gente prese quella sigla e iniziò a usarla per la città: diciamo che raccolse la fiaccola. Era partito  come un gioco, ma in maniera strana si diffuse per tutta Roma.

Il Bocca – il tipo con la barba verde di cui ti parlavo prima – faceva parte di un piccolo gruppo artistoide composto da vecchi freak, fumettisti, militanti omosessuali e gente dell’underground (tra di loro c’era per esempio il ballerino Paolo Cannavale, che poi sarà uno dei primi morti di AIDS a Roma). Erano tipi che di tanto in tanto prendevano e se ne andavano a Londra o a New York e che, pur se col punk c’entravano poco, condividevano l’insofferenza per quel mondo tipicamente anni ’70 fatto di borse di tolfa, eskimo, barba lunga, pantaloni a campana eccetera eccetera. Molti di loro si ritrovavano al Magia, un locale di Trastevere frequentato dagli alternativi tossici del periodo. In breve, anche noi finimmo lì. Arrivarci era un’impresa: da Centocelle era un viaggio, il centro era lontanissimo, e per ritornare a casa dovevamo per forza prendere gli autobus notturni. Solo che per dei sedicenni strani come noi, i notturni non è che fossero un posto granché… accogliente.

La notte si creavano sempre situazioni di tensione. Era un po’ una roba alla I guerrieri della notte, con le bande che giravano per la città a far risse, e noi fatalmente – per via di come eravamo vestiti, del nostro look eccetera – ci finivamo mezzo. Una volta a Porta Maggiore venimmo pure arrestati: arrivarono una ventina tra poliziotti e carabinieri, mancavano solo i militari, ci tennero tutta la notte in commissariato a pestarci come l’uva, e poi ci mandarono via senza tante scuse. A quel punto, arrivati a casa, ti toccavano pure le sberle dei genitori – e lì altre botte, altri drammi… Insomma: per evitare di ritrovarci in situazioni spiacevoli, cercavamo sempre di radunarci in più persone possibile. Il motivo per cui puntavamo al centro, era proprio perché lì c’erano posti accoglienti come il Magia, e in generale c’era più possibilità di incontrare altre creature come noi. Perché quello che era successo a Centocelle, era ovviamente successo anche in altre zone della città.

 

“Rock and Roll Love” degli Elektroshock, uno dei primi gruppi punk romani (dall’album Asylum, 1978).

 

A Primavalle, dalla parte opposta di Roma, c’erano gli Incubo e il Metropolitan Punk Group. Un altro quartiere dove si era mosso qualcosa era San Basilio, altra borgata di ultraperiferia. Più verso il centro invece, e per la precisione a San Giovanni, c’era il gruppo capeggiato da Cristiano Rea, che si ritrovava in una discoteca per coatti che poi sarebbe diventata il Tube, uno dei club di riferimento del post-punk romano. Quando noi di Centocelle andavamo in centro e incontravamo qualcuna di queste bande, non era sempre facile. Anzi, a dirla tutta mi ricordo di un sacco di scontri, risse, botte,  minacce, specie tra noi e il gruppo di San Giovanni. Perché sai, c’era un discorso di territorialità, di faide tra quartieri… Ma c’era anche un discorso di mentalità, di modo di “essere punk”. Quando tu per esempio incontravi un punk di Roma Nord, lo sapevi subito che per lui era più un fatto di moda, di costume, mentre noi eravamo i pischelli di periferia che per andare a vedere i concerti al Titan dovevamo prendere il tram 19 e farsi un’ora e mezzo di viaggio. Poi col tempo le cose si sistemarono, e cominciò a svilupparsi una certa solidarietà.

Le donne erano rarissime e visti i tempi (e i rischi) erano praticamente trattate come creature da proteggere. I concerti erano pochi, così come i posti in cui esibirsi: gruppi come i Bads, i Trancefusion, gli Ulster, si esibivano raramente e quando succedeva si riaccendeva sempre la rivalità tra quartieri, con boicottaggi, lanci di oggetti sul palco e così via. Gli unici locali che ci accettavano erano il Titan (in zona Prati) e il Music Inn, un posto che di solito faceva concerti jazz e in cui nel 1978 si svolse il primo festival punk romano. Le sale prova ce le inventavamo: solite storie di cantine scalcinate coi vicini che si incazzano, roba così. Di incidere un disco, non scherziamo: manco se ne parlava.

Ogni tanto, per andare al centro, uno strappo ce lo dava Dino, uno dei dj del Magia. A quel punto avevo diciassette anni, e Dino veniva a raccattarmi in macchina assieme a qualche amico per portarci a Trastevere e catapultarci in questo ambiente sesso droga & rock’n’roll che per noi era un’avventura grandissima. Dino era amico di questo tipo che faceva gli striptease ad Amsterdam, e che aveva una ragazza bellissima che faceva la barista sempre al Magia: si chiamava Lubna. È la Lubna a cui si ispirò Stefano Tamburini in Ranxerox. Inutile dire che Tamburini era un altro frequentatore del Magia. E che lui era un tipo che osservava…

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“Dedicato ai Centocelle City Rockers”. Dal primo numero di Frigidaire, novembre 1980 (grazie Michele Mordente per la scansione).

Come un po’ tutto il giro del Magia, Tamburini era di qualche anno più grande di noi. Ma lui – che era comunque un borgataro, uno che veniva da Talenti insomma – rimase lo stesso affascinato da noi ragazzini iperattivi imbottiti di Plegine e anfetamine, coi vestiti strani fatti in casa e i capelli sparati. I primi esperimenti su Cannibale e Frigidaire li fece proprio osservando ‘ste schegge impazzite, questa schiera di formiche che gli girava attorno, questi minorenni sempre indaffarati… A un certo punto, come ricorda sua moglie Emi Fontana, cominciò direttamente a venire di notte a Centocelle per “trovare l’ispirazione”: ora, quando tu hai un personaggio come Stefano Tamburini che ti prende a modello su Frigidaire, o quando hai la barista del locale che frequenti che ispira il personaggio di un fumetto come Ranxerox, stai parlando di roba GROSSA. Cioè, si tratta di riviste, fumetti e situazioni tra le più importanti per la storia artistica e culturale di questo paese. E questa era una cosa che già percepivi all’epoca: c’era un clima, un’elettricità nell’aria, che ti faceva capire che eravamo agli inizia di una rivoluzione culturale i cui effetti ancora non si sono esauriti. In qualche modo, spianammo un autostrada.

Successe così che in pochi anni – da che avevamo dovuto pagare pegno perché “troppo strani” e quindi botte, minacce, accuse di fascismo eccetera – diventammo la “grande novità”. Tu dovevi vedere le facce degli avventori del Magia quando entravamo nel locale: erano così FELICI di vederci! Ci portavano alle feste, ci invitavano nelle situazioni più assurde, tipo a casa di Patty Pravo e altri fantomatici VIP dell’epoca, ci ritrovavamo con gli attori dei fotoromanzi Lancio, cose del genere… Un po’ ovviamente era perché, “particolari” com’eravamo, diciamo che facevamo colore. Ci fu anche un negozio di moda del centro (se non sbaglio in via Torino) che ci prese come modelli in stile Sex, la boutique punk di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood. Finivamo in vetrina, entravamo gratis nei locali, non solo a Roma ma anche a Bologna, a Milano, a Firenze… Eravamo i Centocelle City Rockers, cazzo!

 

 

Anche le borgate stavano cambiando. Tra Casilina e Prenestina, ci ritrovammo pieni di bande. Al Casilino nacquero i Lizard King, che di punk avevano meno che zero ma con cui in qualche modo finimmo per condividere gli spazi. Erano praticamente una versione di borgata degli Hell’s Angels, dei motociclisti-teppisti che tutti assieme formavano una gang vera e propria. Qualche tempo dopo invece, sempre a Centocelle vennero fuori i Road Kids. Erano un gruppo di ultrà della Roma e contemporaneamente erano anche punk, ma di un punk diverso da quello che avevo conosciuto io tra 1976 e 1977. Nel senso: erano più stradaioli, fissati coi Clash, coi vestiti militari e col tipico ideale del teppista da stadio.

Mettiamola così: entravi in camera mia, e ci trovavi i libri, i dischi, e il poster di John Lydon; entravi in camera di uno dei Road Kids e ci trovavi i bazooka, i poster della Roma e “annamose a magnà ‘a pajata”. Sensibilità diverse, diciamo. A noi non era mai interessato esibire questa storia della romanità, con la logica da teppisti e gli atteggiamenti da coatto. Certo, eravamo di Centocelle e se c’era da vedersela con qualcuno rispondevamo, mica ci facevamo mettere i piedi in testa. Ma i Road Kids erano veramente un’altra cosa: altro stile, altri interessi, altra mentalità.

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Il capolinea dei tram di piazza dei Gerani in uno scatto degli anni ’80 / Wikicommons.

Ancora in quel periodo – ormai siamo agli inizi degli anni ’80 – successe poi che piazza dei Gerani, che come ti dicevo era la piazza principale di Centocelle, divenne una volta per tutte il ritrovo dei punk e di tutte le cosiddette “creature simili”. E non solo del quartiere: di Roma intera.

Per tutti gli anni ’70, piazza dei Gerani era stata il principale punto di incontro della sinistra extraparlamentare, il luogo da cui partivano i cortei e in cui si organizzavano manifestazioni di varia natura. Poi capitò che alcuni punk del quartiere cominciarono a frequentarla e a contaminarsi coi giri dei compagni: devi ricordarti che nel 1980 uscì Sandinista! dei Clash, un disco che ebbe un ruolo fondamentale nel mandare all’aria la nomea dei punk come “mezzi fasci”, quindi ormai tra le due fazioni tirava un’aria più serena. Contemporaneamente, anche tanti ex militanti si erano convertiti all’estetica new wave, e più passava il tempo più le cose si confondevano. A prendere la leadership della piazza, ci pensò la generazione di punk immediatamente successiva ai Clash City Rockers: erano giovanissimi e un sacco vivaci, e in poco tempo la piazza si riempì di un gruppo molto eterogeneo di persone che divennero un riferimento dapprima per tutto il quartiere, e poi per il resto della città.

Per farti capire: all’inizio andavi lì e ci trovavi una ventina di persone; poi le persone cominciarono a diventare 30, 50, 100… La cosa assurda è che ci trovavi anche gente di posti lontanissimi, tizi di Roma Nord che una borgata manco l’avevano mai vista e che si facevano accompagnare a Centocelle per mischiarsi alla folla. E assieme ai punk ormai giravano le creature più varie: dark, rockabilly, gente di tutti i tipi…

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Dark e creature simili a Roma, dal volume Dark Portraits Rome 1982-1985, edito da Yard Press.

Va anche detto che all’inizio degli anni ’80 le bande ormai nascevano e morivano a getto continuo. Più passavano gli anni, più vedevi le persone trasformarsi da un giorno all’altro: uno prima era punk, poi era skinhead, dopo due mesi era diventato dark… Molti traslocarono da una stanza all’altra come nulla fosse: erano vere e proprie ondate modaiole, di creativo non era rimasto quasi più nulla. C’era gente piena di soldi – figli di magistrati, di politici, di giornalisti – che si faceva quest’avventura per un anno o poco più, provava il brivido della cosa alternativa, poi ritornava nel suo alveo naturale e tanti saluti.

Intendiamoci: non che tutto fosse così, eh? Il dark romano per esempio fu un fenomeno importantissimo. C’erano personaggi come Clarita e Rebecca che erano vere e proprie icone, figure eccezionali che a livello di stile e di originalità non avevano paragoni non solo in Italia, ma pure all’estero. I dark a Roma erano tantissimi, anche loro quasi tutti di estrazione popolare, proletari di periferia… Sostanzialmente, diciamo che quello che fu lo slancio creativo del punk primordiale, a Roma si trasformò nel dark.

Altro che l’hardcore, l’oi!, gli skinhead, la mentalità ultrà e tutta quella roba lì. Quando arriva qualcuno che mi tira fuori la storia “eh lo street punk, il punk di strada” mi viene sempre da rispondergli: senti, io vengo dalla strada. So’ de Centocelle, conosco questa scena e vengo dal quartiere che è la fotografia del punk a Roma. Ho vissuto questa cosa del punk dal primissimo giorno, e senza arroganza e con molta umiltà ti dico: il punk, per com’è nato, non ha nulla a che vedere con quello che è diventato poi.

Per me il punk è stato un modo di tirare fuori il naso da quella che era una condizione sociale data per scontata, eterna e inviolabile.

Perché per me il punk fu prima di tutto un movimento creativo, il tentativo di alzare la testa da tutto quel mare di merda che è la vita in periferia. E allora se sei fortunato vai con la comitiva, la ragazzetta, poi il matrimonio, il viaggetto di nozze, il lavoro, male che vada fai il manovale, nel peggiore dei casi finisci in mezzo a qualche traffico… Ecco, per me il punk è stato un modo di tirare fuori il naso da quella che era una condizione sociale data per scontata, eterna e inviolabile.

Io vengo da una famiglia proletaria, i miei non avevano manco l’istruzione elementare, mio padre si è inventato un lavoretto dopo l’altro fino a quando è morto, e tra l’altro è morto giovanissimo. Potevo fare la fine che hanno fatto tanti miei coetanei e amici del quartiere: l’eroina (che fu il mostro del periodo), la lotta armata (un’assurdità che ha coinvolto tanta, troppa gente), o al massimo aspirare a una banale vita piccoloborghese. Non l’ho fatto perché, secondo me, chi viene da una situazione del genere dovrebbe avere… ma sì, dovrebbe avere il dovere morale di migliorare la propria condizione. Innanzitutto come forma di rispetto nei confronti di se stesso, no?

Quindi massimo rispetto per chi ha intrapreso altre strade che hanno comunque una propria credibilità e una propria storia, punk o meno che siano. Poi ci sono quelle persone cresciute nell’agio e nel conforto borghese – tutta roba che da giovane avrei anche invidiato – e che per qualche tempo si sono vestite da deficienti mettendosi quattro spille da balia per farsi un giro a Centocelle, a scimmiottare quello che noi facevamo per necessità. E per loro nessuna stima, mi dispiace.

 

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Già attorno al 1983, quello che era nato come un piccolo fenomeno per pochi pionieri si era espanso a macchia d’olio. Per come la vedo io, tra il 1977 e 1980 sono 3 anni che valgono come 30. Dopo il 1980 tutto torna a ritmi più regolari, e in qualche misura si campa di rendita. Detta altrimenti: tra 1977 e 1980 ci facemmo il culo. Tra 1980 e 1983, grazie al culo che ci facemmo, si inserì tutto quello che venne poi, compresa un’esperienza fondamentale come il Uonna Club, un locale che stava letteralmente in mezzo alla campagna (si trovava al civico 871 di via Cassia) e che divenne il tempio della scena post-punk romana.

Al Uonna ho passato momenti bellissimi, serate stupende, ho visto concerti fantastici, ci ho persino portato John Lydon in una Prinz verde mentre era a Roma a girare Cop Killer (anche se lui non è voluto scendere perché c’era troppa gente e siamo finiti a passare la serata in birreria). Ma per quanto fosse bello il Uonna, non puoi paragonarlo a quanto accadde negli anni immediatamente successivi al 1977. Non puoi paragonarlo a un gruppo di sedicenni di periferia che sotto anfetamina ronzano attorno a Stefano Tamburini mentre parla con una barista di nome Lubna.

 

“100 Celle City Rockers”, un omaggio ai tempi che furono firmato dai Klaxon, 1997.