Immagine per gentile concessione di: Tony Garnett.
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Cathy Come Home

A cinquant'anni dall'uscita del docufilm di Ken Loach, la parabola discendente della middle class londinese è più attuale che mai.

 

All’inizio degli anni Sessanta, prima che diventasse “l’acclamato regista doppia Palma d’Oro, ottantenne socialista” Ken Loach era un giovane impiegato dalla BBC conosciuto con il suo nome di battesimo, Kenneth Loach.

Stiamo parlando dei tempi di gloria della BBC, quelli del grande afflato sociale, in un periodo storico in cui l’industria televisiva era così poco satura che se, appena fresco di laurea, ti presentavi agli studi tv, avevi il posto fisso. Era anche l’apice di una tendenza televisiva inaugurata nel decennio precedente, quella dei “documentari drammatizzati” (oggi docudrama): delle specie di pièce teatrali trasmesse in tempo reale e girate in uno studio televisivo, nelle quali un gruppo di attori metteva in scena una questione sociale rilevante per i milioni di telespettatori che si sarebbero sintonizzati.

Non si trattava di documentari veri e propri, ma la presa sul pubblico era indubbia, e la fiducia non era malriposta: i testi si basavano su fonti giornalistiche e su una rigorosa attività di ricerca da parte degli sceneggiatori, così che spesso i risultati erano un ibrido tra il cinegiornale e un film di finzione.

 

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Che bel periodo, direte sospirando; Eh no, ecco le cattive notizie, dico io. Da un lato del campo abbiamo il boom culturale, gli Swinging Sixties, il relativo benessere economico della popolazione, dall’altro la Gran Bretagna sta per attraversare una feroce crisi immobiliare – è dai tempi della guerra che non si costruisce quasi più – il numero dei senzatetto raggiunge picchi prima inconcepibili, Margaret Thatcher è una deliziosa trentacinquenne etc.

Siamo nel 1966. Quell’estate i Beatles hanno fatto uscire Revolver, David Cameron è un neonato, John ha appena incontrato Yoko, e il 16 novembre viene trasmesso Cathy Come Home, un documentario drammatizzato da Jeremy Sandford, nonché una delle prime regie di Ken Loach. Viene visto da dodici milioni di persone, un quarto della popolazione.

Il film è innovativo di per sé: girato tutto tra strade, tetti ed edifici inglesi, piuttosto che negli studi BBC come la maggior parte degli altri “documentari”; e così ci sono fruscii, rumori di traffico, distrazioni sonore e visive anomale, supportati da un montaggio frenetico, “godardiano”, in cui intere sequenze narrative vengono riassunte dall’accostamento di più immagini, o da una voce fuori campo da cinegiornale che enuncia statistiche reali. Espedienti sperimentali che ci sogniamo, nella tv di oggi, perché nessun executive direbbe “ok, con quattro inquadrature di auto che si schiantano capiamo che X ha un incidente”. Al contrario, direbbe “no, qui manca tutto regaz, dài, dobbiamo scrivere la scena in cui X dice di andare al lavoro, poi qui c’è la scena di lui che guida, poi c’è la scena del camion che lo fa sterzare, poi quella del dopo-incidente, poi i soccorsi, poi l’afflizione dei cari”.

 

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Ma la presa sul pubblico del film è dovuta soprattutto al tema che tratta.

Cathy Come Home è la storia di Cathy, una ragazza di paese che lascia la campagna per Londra. Cathy fa una vita felice: si innamora, si sposa, fa figli. Poi, per una serie di circostanze, la sua situazione economica si deteriora gradualmente, obbligandola a cercare sistemazioni sempre più inadeguate, a separarsi dal marito e, infine, a non avere più un tetto sulla testa. Un sistema burocratico disumanizzato, sommato allo stallo edilizio della nazione, è in grado di distruggere le persone.

 

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È una visione del mondo che Ken Loach ha trasmesso spesso nei suoi lavori: sotto molti aspetti, Cathy Come Home, che ha appena compiuto cinquant’anni, è il prequel spirituale di Io, Daniel Blake, uscito nel 2016, un film che Loach non avrebbe neanche realizzato (prima di allora si definiva “in pensione”), se David Cameron non fosse stato rieletto nel 2015, e se il suo governo non avesse nuovamente implementato un sistema di tagli al bilancio che, come è ovvio, sfavoriva i ceti bassi. In Io, Daniel Blake il personaggio che dà titolo al film si trova in un’impasse kafkiana per cui, da un lato, il medico gli ha detto che se torna a lavorare senza un periodo di riposo rischia di morire; dall’altro, il sistema non lo considera abbastanza ammalato da giustificare un’indennità di disoccupazione. La parabola discendente è la stessa di Cathy. Se vivi un’esistenza soddisfacente ma non hai dei soldi da parte, ti capita una disgrazia e la tua vita rischia di non essere mai più la stessa.

È questo – il senso di immedesimazione – la ragione per cui dodici milioni di persone si erano sintonizzate a guardare il melodramma di Cathy Come Home quel novembre. Negli anni Sessanta, quello dei senzatetto era un problema sociale che poteva essere nascosto sotto il tappeto, una realtà con cui la middle class inglese non doveva scontrarsi ogni giorno: scoprire che fosse così vicina, così comune, era uno shock.

 

 

Con una presunzione di innocenza per cui il “barbone” non si “merita” necessariamente di esserlo, e forse c’è una serie di circostanze che l’hanno condotto fin qui, Jeremy Sandford e Ken Loach dimostravano che non è poi così difficile diventare senzatetto – anche quando, insomma, non sei tu a cercartela.

Era l’inizio di un cambiamento di opinione pubblica riguardo al tema, agevolato anche dal fatto che Shelter, la storica associazione di beneficenza per i senzatetto e per le persone che si trovano in condizioni abitative inaccettabili, sarebbe stata fondata pochi giorni dopo, e Crisis un anno più tardi. Sfortunatamente, queste iniziative hanno avuto un impatto a livello empatico, ma a livello governativo era un altro paio di maniche. Dopo una parentesi di grandi progetti pubblici e grandi utopie architettoniche, la sempre più dilagante privatizzazione dei servizi e lo smantellamento delle uniche reti protettive del sistema di welfare inglese, la visione si è sempre più avvicinata a quella di una presunzione di colpevolezza: non hai una casa? Cazzi tuoi. Con 8000 senzatetto soltanto a Londra, il doppio di sei anni fa, l’atteggiamento di disinteresse è sempre più prominente, e Cathy Come Home ha una rilevanza pari a quella che ha avuto Io, Daniel Blake, il cui discorso conclusivo è stato proiettato sul Palazzo di Westminster.

 

 

Che valgano come simboliche del generale disinteresse le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Genesis, una “housing association”, associazione senza fini di lucro il cui nucleo originario era nato proprio nel 1965, apposta per far fronte alla crisi edilizia e aiutare chi ne era una vittima involontaria: quando, infatti, il governo non se ne occupava, erano le housing association a costruire case popolari da offrire in affitto a una frazione del prezzo di mercato. Ma, poiché la domanda è cambiata, ha detto l’amministratore delegato di Genesis, “potrei usare parole dure e dire che [occuparsi delle abitazioni per famiglie a basso reddito] non sarà un problema mio.”