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Case per tutti

Ascesa e declino dell'edilizia popolare a Londra.

 

A fine agosto Jeremy Corbyn, presidente del partito laburista britannico, ha sganciato quella dichiarazione che molti leader di partito si trovano a fare in prossimità delle elezioni: ha promesso delle case. Se eletto primo ministro, ne costruirà un milione in cinque anni. Cinquecentomila di queste saranno case popolari.

Il contesto? Il Regno Unito sta vivendo un periodo particolare, in cui il primo ministro Theresa May utilizza la sua ventennale linea anti-immigrazione per fare leva sul malcontento delle classi più disagiate e assicurarsi cinque anni al timone del partito Conservatore. Una Thatcher in nuce, da quando è stata nominata lavabicchieri ufficiale del party disperato che è stato il referendum su Brexit primo ministro, May ha giocato la carta “vi capisco, poveri” per ottenere il consenso delle classi medio-basse, puntando tutto sull’opposizione “veri britannici” vs “gli invasori, chiunque essi siano” che aveva ispirato (parte del) 52% della popolazione a barrare “Ok, usciamo dall’Europa” sulla scheda referendaria il 23 giugno. Inasprendo, insomma, il mai rimarginato noi contro loro, quel divario caro anche a Donald Trump e, uh, ai Biechi Blu di Yellow Submarine.

Ma basta parlare di olocausto nucleare. Jeremy Corbyn, dicevamo. Le case popolari.

Il fatto che le abitazioni si possano considerare, alla stregua di sanità e istruzione, un diritto umano, e quindi accessibile come parte dello stato sociale, è un concetto semplice quanto rivoluzionario, caro agli utopisti del Diciannovesimo secolo, caratteristica architettonica pregnante nel Nord Europa e nell’ex-Unione Sovietica.

Le case popolari sono parte dell’immaginario visivo britannico almeno quanto lo sono le corse dei cavalli e quelle maschere con gli occhi cavi e la faccia della Regina.

Per tutto il 1900, quello britannico è stato un terreno fertile di sperimentazione sociale in fatto di “case per tutti”. Infatti, più di qualsiasi altro tipo di abitazione, quello che viene chiamato “council housing” ha definito la topografia del Regno Unito e, con essa, anche la sua cultura. In Anarchy in the UK, i Sex Pistols parlavano di “another council tenancy” e, da Ken Loach in avanti, non esiste regista che sia passato per la casella del realismo sociale senza ambientare un film in un condominio popolare inglese. Sono parte dell’immaginario visivo britannico almeno quanto lo sono le corse dei cavalli e quelle maschere con gli occhi cavi e la faccia della Regina, e hanno avuto un ruolo estetico fondamentale nello sviluppo urbano di Londra. Cammina per il centro della città, in qualsiasi direzione, e ti troverai di fronte a quelle che sono, o sono state, case popolari.

Sottolinea Paul Watt della Birkbeck University che dove, per esempio oltreoceano, i project statunitensi si trovano in larga parte in aree urbane segregate, e le banlieues francesi hanno una localizzazione periferica e suburbana, la conformazione londinese è un riflesso della storia politica della capitale. Lo è anche l’aspetto di alcuni tra i più famigerati edifici che simboleggiano la “casa popolare” britannica. Eccone un esempio:

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Cranbrook Estate, Londra.

Gli edifici ad alta densità dei modernisti (prima) e dei brutalisti (poi) si sono sviluppati proprio negli anni della più grande spinta assistenziale del governo britannico, a tal punto che c’è chi è arrivato a dire che “il modernismo era diventato l’architettura ufficiale del welfare”. Questa visione delle cose, marchiata a fuoco nell’immaginario popolare, non è frutto soltanto di una preponderanza architettonica, quanto di un piano politico nell’assimilare una classe sociale a un certo tipo di ambiente.

Oggi, i condomini popolari storici sono un campo di battaglia attraversato dallo sfottò superficiale dei membri delle classi più abbienti, e da passanti casuali che inneggiano al capolavoro dell’architettura. Ciò che viene spesso ignorato è che gli agglomerati di case popolari hanno avuto più forme ed esistono da molto più tempo: non appartengono necessariamente a una corrente architettonica, ma a una serie di correnti politiche che ne hanno plasmato la sorte. Ciò che viene ancora più spesso ignorato è che, lì dentro, abitano le persone.

È chiaro che, sul terreno prezioso che è la città di Londra del 2016, le grandi costruzioni popolari sono un argomento contenzioso. Gli vediamo volteggiare sopra le ombre incombenti di imprenditori edili che annusano l’affare e, come Daniel Plainview ne Il Petroliere, conoscono bene l’oceano di petrolio che questi poveri immeritevoli si trovano sotto i piedi. Ma, per comprendere come siamo arrivati fin qui, è bene fare il punto su un po’ di storia.

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Avondale Square Estate, Londra.

“Un po’ di storia”
Nel Regno Unito, quello delle case fornite dallo Stato è un concetto relativamente recente. Dovete immaginarvi la Londra di metà Ottocento non come una tentacolare metropoli estesa per largo dove andare da Fopp a comprare i blu-ray scontati, bensì come una città di un milione e mezzo di abitanti la cui popolazione è vorticosamente triplicata nel giro di cinquant’anni. Nel periodo di cui parliamo Londra, ok, è tentacolare, ma non è assolutamente attrezzata per fronteggiare il boom demografico che ha accolto. Le sue infrastrutture e canalizzazioni sono così tenui e inadeguate che, nella calda estate del 1858, si verificherà quella che la Storia definirà “la Grande Puzza”, e che nel 2016, in seguito alla Conferenza dei Conservatori a Birmingham, verrà rinominata “la Puzza Media (se guardiamo agli eventi attuali)” [quest’ultima informazione non è al momento verificabile].

Tutt’intorno al centro cittadino, nelle zone industrializzate o ad alta concentrazione di botteghe, sorgevano le bidonville. Bethnal Green, zona a est del centro che oggi sorge a un passo dalla City, era un agglomerato di vetrerie, fabbriche di mattoni e sapone, immersa costantemente in una coltre di smog. L’est della City – avvolto nel fumo, senza elettricità ma con le incursioni di Jack lo Squartatore – era noto come “il continente nero”. La classe operaia che viveva nell’area era composta da nativi del luogo e da persone che erano state rimosse dalle sponde del Tamigi (bonificate dal governo cittadino), e che ora si concentravano nell’area, creando sovraffollamento in case e strade: la mancanza di luce naturale, acqua potabile e norme igieniche basilari rendevano le condizioni così difficili che l’aspettativa di vita media di manovali e meccanici era sedici anni.

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Lodging house a Field Lane da Sanitary Ramblings by Hector Gavin, 1848/ Wikicommons.

Ne La situazione della classe operaia in Inghilterra, Friedrich Engels – un tipo che di situazione della classe operaia si intendeva abbastanza da metterla nel titolo del suo best-seller del 1845 – citava il pastore di St. Philip’s a Bethnal Green: “Essa contiene 1.400 case, che sono abitate da 2.795 famiglie, ossia circa 12.000 persone. Lo spazio in cui abita questa grande massa di popolazione misura meno di 400 yarde quadrate (1.200 piedi), e dato tale affollamento, non è cosa eccezionale che un uomo, sua moglie, quattro o cinque figli e talvolta anche il nonno e la nonna, abitino in una sola stanza di dieci o dodici piedi quadrati, nella quale lavorano, mangiano e dormono. […] non ho mai visto un così totale abbandono dei poveri come da quando sono a Bethnal Green. Non un solo padre di famiglia su dieci in tutto il vicinato ha altro abito oltre l’abito da lavoro, e questo è, per di più, lacero e consunto oltre ogni dire”.

La condizione dei lavoratori nelle aree più povere di Londra era tale da allarmare addirittura il primo ministro inglese, un conservatore dal nome poco sgargiante di Robert Arthur Talbot Gascoyne-Cecil, terzo marchese di Salisbury, che esprimeva concetti molto simili al pastore di Bethnal Green: “migliaia di famiglie dispongono di una sola stanza in cui dormire, mangiare, moltiplicarsi e morire. È impossibile esagerare la miseria causata da queste condizioni di vita, e l’inevitabile impulso verso le cattive abitudini”. Così non andava, e quindi, a partire dal 1885, Lord Salisbury promulgava una serie di leggi destinate alle abitazioni della classe operaia: prima, rendendo i proprietari delle case responsabili della salute dei propri affittuari; poi, dando potere legale ai singoli distretti di Londra (i “council”) di comprare terreni e costruire case per la popolazione locale, smantellando le preesistenti bidonville.

 

 

Nel 1896, proprio a Bethnal Green, veniva costruito il primo esempio di “council housing”. Erano le prime case della classe operaia che avessero servizi igienici e cucine agibili, ma gli affitti erano ancora troppo alti per gli operai che disponevano di stipendi irregolari: se li potevano permettere soltanto commessi e piccoli artigiani. Questo almeno fino alla fine della Prima Guerra Mondiale. Dopo la stagnazione edilizia degli anni di guerra, il 1918 conduceva la nazione a un “occazzo” generale, prima del quale tutti i membri del governo, contemporaneamente, si erano resi conto che non c’erano abbastanza case per tutti.

I costi edilizi erano troppo alti e, se all’inizio del Novecento le prime case per le classi meno abbienti erano state finanziate da filantropi dal cuore d’oro, ora serviva un’azione centralizzata, un sussidio da parte del governo. E qui entra in scena David Lloyd George, primo ministro del partito Liberale, oggi riconosciuto come uno dei fondatori del welfare. In una spinta patriottica risvegliata dalle gravi perdite del tempo di Guerra, Lloyd George annunciava il bisogno di “case adatte a degli eroi” (homes fit for heroes): ne prometteva cinquecentomila in tre anni, lo stesso numero di Corbyn, ma sarebbe riuscito a costruirne poco meno della metà.

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Home fit for heroes/ Bristol Record Office.

L’arrivo al governo del partito Laburista darà inizio, dalla metà degli anni Venti, a un florido periodo di sussidi ai distretti di Londra (e del Regno Unito) per la costruzione di case destinate alle fasce di popolazione meno facoltose: i nuovi edifici erano più piccoli di quelli costruiti prima della guerra, ma erano anche meno costosi, il che dava la possibilità a tutti – non soltanto ai ceti medio-bassi – di affittarli. Nel frattempo, il Labour concentrava tutti i suoi sforzi nella definitiva bonifica delle catapecchie di lamiera concentrate nelle zone industriali, e nel trovare un nuovo alloggio ai loro abitanti.

Quando i primi abitanti si trasferiscono, è una rivoluzione: le nuove case hanno cucine moderne e bagni interni! Per la prima volta nella storia inglese, lo Stato – con i suoi incentivi per i ceti meno abbienti – affittava case al pari dei proprietari privati.

Ma non aveva fatto i conti con un’altra guerra, e con un nuovo stallo dell’edilizia, popolare o meno che fosse. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, non solo la domanda era dilagante, ma il Blitz di Londra aveva lasciato in eredità uno stuolo di case da ricostruire dalle fondamenta. Alla scarsità di abitazioni si era fatto fronte con una soluzione immediata e a breve termine: l’uso di prefabbricati effimeri, con pannelli in amianto, destinati a essere usati per periodi limitati (ma che finiranno per essere utilizzati, in piccola parte, fino agli anni Novanta).

La fine della guerra aveva portato in carica un nuovo governo Laburista. La sua priorità, nel contesto del welfare, erano le case delle persone, e la convinzione che la qualità delle abitazioni fosse più importante della quantità. Il Labour non amava l’idea dei prefabbricati e puntava su una politica di costruzione, costruzione, costruzione (un milione di case prima del 1950) e sulla fondazione di paesi e città-satellite, ai margini della metropoli, che offrissero i benefici della città e le dimensioni a misura d’uomo di un paese: le famosissime new town (magari di queste parliamo in privato davanti a un caffè).

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Robin Hood Gardens/ Wikicommons.

Accanto a queste iniziative, faceva capolino un personaggio che si ripresenterà tra non molto: il pannello prefabbricato di cemento armato. Questi pannelli, facili da assemblare con manodopera meno costosa, erano un po’ l’Ikea dei muratori.

L’era del cemento e il boom della popolazione avevano aperto la strada alla costruzione in massa di edifici ad alta densità abitativa. In questo periodo – la fine degli anni Cinquanta, e gli anni Sessanta – l’impennata edilizia era appoggiata sia dai governi laburisti sia da quelli conservatori, con questi ultimi che spesso si garantivano una rielezione con la promessa della quantità. D’altra parte, l’impennata demografica richiedeva spazi nuovi.

In ogni municipalità di Londra che avesse un consiglio laburista, il numero dei council estate si moltiplicava (ancora Paul Watt fa l’esempio di Barnet, distretto storicamente conservatore, che non ha mai costruito più del 19% in case popolari), dando forma alla Londra che conosciamo ancora oggi, quella dei palazzoni. Siamo a pochi anni dal Condominio di Ballard e la capitale inglese, una città che si è sempre sviluppata in largo, cerca di svilupparsi verticalmente. E quale situazione migliore se non questa per ospitare il programma sociale dei modernisti. E, con loro, i brutalisti: guardali arrivare, con il tramonto alle spalle, a cavallo dei loro fedeli ronzini, e i palazzi multipiano con cemento a vista che inneggiano a funzionalità e onestà strutturale.

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Trellick Tower.

La scelta architettonica “minimale” era un modo per anteporre l’etica all’estetica e offrire case a poco, a un numero crescente di cittadini. Ma non tutto è utopia architettonica ciò che luccica: gli imitatori, e gli speculatori edilizi che seguivano gli esempi illustri, non sempre lo facevano a beneficio delle persone che, nei palazzi, avrebbero dovuto vivere.

È il 1968, e nell’Est un tempo dominato dalle bidonville sorge Ronan Point: un palazzo di 22 piani costruito secondo il metodo Larsen-Nielsen, che prevede l’uso di elementi prefabbricati per ridurre la mole del lavoro edilizio. A due mesi dall’inaugurazione, in una mattina di maggio, una fuga di gas fa esplodere un appartamento al diciottesimo piano, portandosi via l’intera fiancata del palazzo. L’incidente uccide quattro persone, e mette in luce le contraddizioni di costruire tanto e a tutti i costi: Ronan Point era stato completato con materiali scadenti, utilizzando un metodo raccomandato per edifici non più alti di sei piani. Il problema non era la costruzione di massa; era la costruzione di massa indiscriminata.

 

Il disastro di Ronan Point.

 

Lynsey Hanley, un’autrice che ha vissuto la sua intera esistenza nelle council houses, acuta studiosa dei conflitti di classe in Inghilterra e delle case popolari come veicolo estetico dell’ingiustizia sociale, ha scritto un saggio, Estates, a partire dalla sua esperienza.

Hanley non nutre particolare simpatia nei confronti del Modernismo: “Gli anni Cinquanta e Sessanta avevano offerto alle autorità locali un’opportunità monumentale di farsi belle di fronte ai propri elettori: queste torri futuristiche erano visibili segni del progresso, che segnalavano la morte delle bidonville e la vittoria finale del lavoratore, che non solo aveva un lavoro che lo sosteneva, ma anche un attico da cui potesse guardare la città che aveva costruito. O meglio, questa era l’intenzione. Nei fatti, però, i bisogni e i desideri delle persone – che, nonostante la loro istruzione e il loro ottimismo post-bellico, avevano la convinzione che gli appartamenti fossero luoghi inospitali per i bambini, e che le case con giardino li avrebbero resi più felici – erano fuori dall’equazione […] le persone incaricate di mettere dei tetti sulle loro teste si sono fatti prendere dalle linee pulite di cemento del Modernismo in un momento in cui il Regno Unito non aveva la forza economica o politica di rifiutarlo.”

A parte il nome provocatorio che non ha resistito alle ingiurie del tempo (“chi ti ha spaccato il bicchiere in faccia?” “un brutalista”), i limiti della visione sociale di questi movimenti si sono manifestati più avanti, a dimostrazione che il problema non sono necessariamente gli edifici in sé o le idee da cui sono scaturiti, bensì la storia che è venuta dopo di loro. E se non state pensando “fino a qui tutto bene”, è perché non avete ancora incontrato Margaret.

 

Il documentario BBC The Great Estate – The Rise and Fall of the Council House.

 

Grazie, signora Thatcher
Nel 1979, più di un terzo della popolazione del Regno Unito viveva in council houses. Ma, come ci insegnano gli eventi attuali, gli inglesi hanno una strana predilezione verso il promettere cose a breve termine al proprio proletariato per poi garantirgli un futuro fatto di sale buttato sulle rovine di Cartagine.

Nei primi anni Settanta, il conservatore Edward Heath aveva cercato di introdurre nel suo programma politico il “right to buy”: il diritto di comprare, da parte di un inquilino, la casa popolare in cui abitava a un prezzo largamente scontato. Uno dei più strenui oppositori di questa iniziativa era Margaret Thatcher, che riteneva che i poveri non avessero gli stessi diritti della borghesia – bassa o media che fosse – che non aveva incentivi simili e doveva risparmiare tutta la vita per comprarsi una casa. Le cose cambiavano, dice ancora Lynsey Hanley, quando “[Thatcher] si rese conto che la sua vittoria del ’79 dipendeva dai voti degli operai qualificati che avevano il desiderio, e la disponibilità economica, per comprare la propria casa con uno sconto fino al 50%, sulla base di quanto già pagato d’affitto, al council, nel corso degli anni.”

Era una mossa populista (inizialmente, e poi in futuro, abbracciata anche dal Labour) che avrebbe avuto effetti disastrosi. Prima di tutto, per quanto riguardava gli affitti del council: sotto Thatcher, gli affitti percepiti dalle case popolari venivano rimescolati nella cassa governativa. Le autorità locali disponevano solo del 20% di quella cifra da destinare alla manutenzione ordinaria, o a qualsiasi perfezionamento degli appartamenti in affitto. Quando invece il distretto vendeva ai privati, quell’entrata andava a coprire il debito governativo, e non veniva reinvestita in nuove proprietà da affittare a nuovi inquilini. Ovviamente, qualora i compratori originari avessero deciso di rivendere la loro casa a un privato, il profitto era individuale. Insomma, per farla breve: il valore di mercato delle singole proprietà saliva, i distretti possedevano sempre meno case e si impoverivano.

 

 

Al tempo della rielezione di Margaret Thatcher nel 1983, mezzo milione di famiglie aveva comprato la propria casa popolare a un prezzo di favore; in contemporanea, il numero dei senzatetto cresceva, e la propaganda conservatrice stava lentamente sgretolando il pilastro abitativo del welfare, minando alla base il concetto che fosse possibile avere una casa decente per la quale si pagasse un affitto (ridotto) al governo. Il Thatcher-pensiero può essere concisamente riassunto con queste sue celebri parole del 1987: “Abbiamo attraversato un periodo in cui a troppi bambini, a troppe persone è stato passato il messaggio che ‘Ho un problema, è compito del governo aiutarmi!’ o ‘Ho un problema, chiedo una sovvenzione per farmi aiutare!’ o ‘Non ho una casa, il governo deve trovarmi una casa!’ e quindi si buttano i propri problemi sulla società, e chi è la società? La società non esiste! Esistono gli individui, uomini e donne, ed esistono le famiglie, e nessun governo può fare niente, se non attraverso le persone, e le persone sono innanzitutto responsabili di se stesse.” È lo stesso approccio che vede i poveri come scrocconi, e che ritiene che chi non guadagna abbastanza da poter acquistare una casa, be’… non meriti una casa e basta.

Margaret Thatcher plasmò la forma mentis che avrebbe stigmatizzato quegli stessi ceti per i quarant’anni successivi. Quando, nel 1997, Damon Albarn celebrò la fine di diciott’anni di governo conservatore gridando “Per i lavoratori” al concerto del Primo Maggio a Roma, non sapeva cosa stava dicendo. Quando Tony Blair è salito al potere, l’idea di poter fare a meno delle case aveva attecchito con tutti.

Quando nel 1997 Damon Albarn celebrò la fine di diciott’anni di governo conservatore gridando “Per i lavoratori”, non sapeva cosa stava dicendo. Quando Tony Blair è salito al potere, l’idea di poter fare a meno delle case aveva attecchito con tutti.

Nel frattempo, quelle migliaia di case che erano state costruite fino alla fine degli anni Settanta avevano bisogno di milioni di sterline spesi in restauri. Per fare le cose per bene, si intende. Ma al New Labour di Tony Blair, l’idea delle case popolari non interessava (che dico, John Prescott, il vice-primo ministro, ha proposto di abolirle). In più, il “right to buy” aveva cambiato la testa delle persone, e il calo di interesse della popolazione nei confronti delle abitazioni come bene pubblico favoriva una campagna dei laburisti incentrata su altri pilastri del welfare: dateci le case, un sacrificio minimo, e in cambio possiamo continuare a offrirvi sanità e istruzione gratuita. Come se una cosa potesse essere usata come moneta di scambio per l’altra.

Tra la metà degli anni Ottanta e il 2005, sono state costruite meno di cinquantamila case popolari, e l’onere di affittare agli strati di popolazione in difficoltà finanziarie è passato alle housing association, organismi privati e no profit che ricevono pochi incentivi dal governo e che hanno liste d’attesa di milioni di persone, tenaci quanto lo era Margaret Thatcher nel prendere a pesci in faccia il proprio elettorato (e gli inglesi di pesci in faccia ne sanno qualcosa).

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Da A Right to Build.

E ora?
Oggi la vecchia architettura popolare in stile brutalista viene vista dai detrattori come un’utopia applicata e imposta alle classi più povere, ma il problema è la scarsa edificazione e la scarsa fabbricazione delle case. Come diceva il rappresentante in parlamento della new town di Harlow, Bill Rammell, “Se costruisci tutto nello stesso momento – in particolare, se usi tecniche sperimentali – allora tutto smetterà di funzionare nello stesso momento.” E i soldi per far funzionare quelle case non sono mai più tornati.

Nel 2016 i palazzi storici del council soffrono della carenza di manutenzione e dei tagli al bilancio, e sono un guscio di ciò che erano. Ma quelle che un tempo erano località periferiche, sono ora considerate il centro di Londra: alcuni dei palazzi sorgono sull’oceano di petrolio di Daniel Plainview: l’unica strada verso un profitto sicuro consiste nel demolirli e far posto a soluzioni di lusso appetibili per gli investitori di Dubai e di Singapore (il 75% delle case del centro di Londra è venduto a investitori stranieri, che ricevono le offerte prima che arrivino sul mercato locale).

Il problema è, ancora una volta, che la gente, in quelle case che frutterebbero-se-solo-venissero-demolite, ci vive. Per far fronte a questo inghippo, si crea un ciclo che vede centinaia di famiglie in attesa di una nuova sistemazione, infilate in sistemazioni temporanee ai margini della città, o nei bed & breakfast in attesa di una casa.

La Londra degli anni ’10 si premura di mantenere, sulla carta, una facciata storica (quella Storia per cui le case popolari erano integrate nel tessuto urbano) mentre nei fatti affoga in una comoda ovatta di segregazionismo.

Oggi, soltanto il 7% dell’intera popolazione del Regno Unito vive in case affittate dal council. Gli affitti denominati “sociali” (metà del prezzo di mercato) vengono sempre più spesso sostituiti da quello che viene chiamato “affordable housing” (l’80% del prezzo di mercato): affordable, una cosa che ci si può permettere. Il problema è che, a Londra, il concetto di “potersi permettere” ha contorni molto vaghi. Anche se le case lo fossero davvero, “affordable”, vengono comunque garantiti due ingressi separati: uno per i ricchi e uno per i poveri. La capitale degli anni ’10 si premura di mantenere, sulla carta, una facciata storica (quella Storia per cui le case popolari erano integrate nel tessuto urbano) mentre nei fatti affoga in una comoda ovatta di segregazionismo.

Per l’intera Gran Bretagna, e specialmente per l’Inghilterra, è un momento delicato in cui la divisione tra classi sociali è fomentata dall’alto. Ci sono stati i pro-Brexit “paesani ignoranti” vs. i pro-remain “cittadini istruiti”; oggi ci sono i pro-remain “che andrebbero chiusi nella Torre di Londra per quanto si lamentano” (tralasciando che si tratta del 48% della popolazione).

Jeremy Corbyn che promette cinquecentomila case popolari su tutto il territorio nazionale, lo fa in omaggio agli innovatori sociali che hanno fatto la storia del suo partito. L’intenzione è nobile, anche se restano da comprendere le modalità di costruzione e manutenzione delle case future nonché la loro integrazione nel tessuto cittadino. Ma soprattutto, è urgente abbandonare quella forma mentis che, nel corso degli ultimi trentacinque anni, ha trasmesso l’idea che avere una casa popolare sia qualcosa di cui vergognarsi. Come dice John Harris, nonostante i limiti intermittenti del council housing, “all’origine della sua storia c’era un ideale semplice – quello di abitazioni sicure per tutti – e un dato sociale molto chiaro: che vivere in una casa popolare era una cosa perfettamente normale”.