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Cartografia Bolaño

Da México DF a Ciudad de México passando per Calle Bucareli.

 

Nel parco dietro casa mia hanno appena eliminato la scritta México DF per sostituirla con quattro lettere cubitali, “CDMX”. Ciudad de México. Non credo molte città da ventiquattro milioni di abitanti (secondo alcuni ventuno, secondo altri solo otto) abbiano cambiato il loro nome negli ultimi anni. Il DF, pronunciato “defe”, è un’entità liquida, i francesi la chiamano Mexicó (marcando la o finale, per distinguerla da Mexique, il Paese), noi italiani Città del Messico (come gli americani), per i locali, detti chilangos, è il Distrito Federal. Poco conta che delle miriadi di autoctoni, nati e cresciuti in una delle sedici delegazioni, non siano in molti quelli che sanno dire dove realmente finisca la città e dove inizi lo stato del Messico (Estado de México, da non confondersi con il Messico come repubblica federale) o quante siano le colonie che la compongono.

C’è una sceneggiatura di Juan Villoro, che si chiama El Mapa Movedizo, in cui si racconta l’esperienza di un cartografo che deve offrire uno stradario della città. Ogni volta che consegna il suo lavoro viene rimproverato dalle autorità per la miriade di errori compiuti nella compilazione. Maniacalmente pignolo, il cartografo riprende da capo il suo lavoro senza fine, sbagliando ogni volta. Mentre ne traccia i confini, immancabilmente, la grande metropoli cambia, cresce e si modifica. Io sono arrivato in Messico prima che la città cambiasse nome (anche se continuava a cambiare forma), con due amiche e con una copia illeggibile (nel formato) dei Detective selvaggi di Bolaño in edizione Sellerio. Di quel libro, non mio, sono riuscito a leggere solo Messicani persi in Messico e nel Paese, a quasi due anni di distanza, mi ci sono smarrito per lavoro, diventando permanentemente un italiano perso in Messico. Forse Roberto Bolaño è stato la mia Lonely Planet e il mio corso DELE di lingua spagnola. Nelle varie lingue – francese, spagnolo, inglese – esistono moltissime varianti di itinerari bolañiani per la città, tutti accomunati dal tentativo di ricreare l’intertestualità dello scrittore cileno, spostando luoghi o offrendo riferimenti alternativi. Ho quindi deciso di percorrere le strade della città rigorosamente a piedi, annotando quello che esiste come quello che è sparito definitivamente.

3 Novembre 2016, Facoltà di Lettere e Filosofia, h 8.30
Città Universitaria, Copilco, Città del Messico (ex Messico D.F.)

La UNAM non assomiglia a nessun’altra università. Non è antica e non è neppure uno di quei campus dal sapore anglosassone, è l’impossibile sogno architettonico di un Paese, che unisce i suoi geni migliori per dare forma a una città utopica, un po’ agorà modernista un po’ urbe campanelliana. Qui inizia I Detective Selvaggi, con un seminario di poesia di Julio Cesar Alamo. Non è la mia prima volta a CU (Ciudad Universitaria) e mi dirigo alla facoltà di Lettere e Filosofia. Vado alla prima bacheca disponibile sperando di trovare un seminario di poesia, vedo annunci di: un festival di flamenco, un mercatino natalizio in collaborazione con l’ente nazionale per l’artigianato, un laboratorio sulla rappresentazione del crimine nella letteratura messicana, una scuola di specializzazione per progettare aeroporti, una decina di corsi o seminari su temi di genere in cui immagino perfettamente il collettivo femminista di Angelica e Maria Font, Messicane al grido di guerra.

 

 

Cerco di entrare nella biblioteca di facoltà. Una segretaria mi vede vagare. Senza credenziale non si passa. Chiedo almeno se posso andare al bagno. Entro solo per lavarmi le mani e immaginare Auxilio Lacoture. La poetessa uruguagia protagonista di Amuleto (e personaggio dei Detective) nella realtà si chiamava Alcira Soust Scaffo. Da sola, durante l’occupazione militare, era sopravvissuta per dodici giorni, dal 18 al 30 settembre 1968, rinchiusa nei bagni della facoltà di Lettere e Filosofia. Mentre i militari picchiavano e uccidevano, Alcira riuscì a nascondersi e a resistere mangiando carta igienica e bevendo acqua del rubinetto. La leggenda vuole che mentre le forze dell’ordine violavano la legge d’autonomia dell’università lei mise il disco Voz Viva del poeta León Felipe. Auxilio/Alcira è la UNAM: la madre di tutti i poeti messicani. Il motto universitario lo dice chiaramente: Por mi raza hablarà mi espiritu.

4 Novembre 2016, Cafè La Habana (Caffè Quito), h 8.45
Calle Morelos 62, Colonia Juarez, Città del Messico (ex Messico D.F.)

La seconda tappa del viaggio è decisa dal romanzo stesso: il Caffè Quito. Nella realtà Cafè La Habana. Punto di ritrovo e d’attesa, il bar che il realvisceralismo e la sua controparte reale, l’infrarealismo, avevano eletto a loro rifugio esiste ancora e porta con sé un insieme di storie e aneddoti letterari come politici. Era frequentato da Fidel e Che Guevara, che tra un caffè e un piatto di chilaquiles potrebbero aver immaginato proprio lì la rivoluzione. Forse caso rarissimo di un’auto-fictionborgesiana, I Detective Selvaggi moltiplica i riferimenti reali (topografici, letterari, aneddotici) di una generazione, per trasformarli in uno strano poliziesco autobiografico e il Cafè La Habana ne fornisce il set ideale. Con la sua architettura da diner losangelino anni Cinquanta sembra riportare in vita l’immaginario noir di Chandler o Hammet, e solo gli odori mattutini di salsa di pomodori verdi piccanti, salsiccia speziata e pollo bollito ricordano all’avventore di essere nella vecchia capitale mexica.

Una targa, vicino alla cassa, elenca i frequentatori famosi del caffè, si ricordano Il Che e Fidel, Gabriel García Márquez, Octavio Paz e Roberto Bolaño. Pensare che il grande nemico dei realvisceralisti e Arturo Belano siano nella stessa lista mi strappa un sorriso. Ordino un piatto di chilaquiles sapendo che un messicano valuta il tuo livello di integrazione dal piatto che scegli con il caffè; quando arrivi a mangiare enchiladas verdesalle sette e mezza di mattina chiedendo un’aggiunta ulteriore di crema, il processo è completo: non sei più un europeo, sei stato definitivamente contagiato.

4 Novembre 2016, Museo MODO (Casa di Maria e Angelica Font), h 10.15
Calle Colima 145, Colonia Roma, Città del Messico (ex Messico D.F.)

Attraverso tutta Bucareli, fino ad Avenida Chapultepec. A parte antichi edifici semi-abbandonati non c’è nulla che ricordi il passato glorioso della strada, fondata dal viceré di Spagna. Alcuni dei palazzi coloniali sono occupati abusivamente e la maggior parte dei locali commerciali è dedicata a un unico prodotto: i ricambi meccanici. Gli alberi di cui parla Bolaño sono stati abbattuti e lo scenario è quello di una via adibita al solo transito. “I bar e i caffè di Calle Bucareli […] aperti e luminosi” sono sicuramente migrati in altri quartieri dopo il 1985. La peggiore notizia è che non c’è nessuna traccia di una possibile Encrucijada Veracruzana, c’è solo una cantina mezza fatiscente – Cantina Bucareli – che, nonostante l’orario ha già aperto i battenti e vende tequila de quinta a qualche vecchio alcolizzato.

Passeggiare per la Zona Rosa dimostra come il DF di Bolaño sia una città di carta, metropoli della nostalgia, forse come la Dublino di Joyce, oggetto della memoria e dell’indagine letteraria.

Raggiunta finalmente Collima mi metto alla ricerca di casa Font. Visto il racconto di come Garcia Madero arriva alla casa di Angelica e Maria e la sua posizione rispetto alle altre vie, dovrebbe trattarsi del bell’edificio di stile francese oggi sede di Modo – Museo del Objeto. L’unica cosa che non mi convince è che Bolaño colloca chiaramente casa Font nella Condesa (il quartiere vicino). Insoddisfatto da un possibile errore attraverso tutta Calle Collima, cambiando colonia. Decido che la casa più plausibile è Colima 328. Dovrei, come Nanni Moretti, inventarmi un film immaginario per verificare all’interno dell’edificio la presenza di un patio analogo a quello del libro. Un pasticcere trotzkista potrebbe funzionare anche qui ed essere il protagonista di uno strano musical in zapoteco. Facendomi coraggio suono il campanello. Nessuno mi risponde.

4 Novembre 2016, la Zona Rosa,  h 14.30
Calle Hamburgo 126, Colonia Juaréz, Città del Messico (ex Messico D.F.)

Mi dirigo verso Calle Marsiglia alla ricerca di una libreria francese, girando per il triangolo di vie che crea la cosiddetta Zona Rosa tra le calles Genova, Tokyo, Marsiglia, Amburgo, un tempo sede di gallerie d’arte e principale punto d’incontro per letterati e pittori. Si attraversa il vero baricentro dei Detective, per queste strade la maggior parte dei personaggi offre la propria testimonianza su Ulises e Arturo. Passeggiare per la Zona Rosa dimostra come il DF di Bolaño sia una città di carta, metropoli della nostalgia, forse come la Dublino di Joyce, oggetto della memoria e dell’indagine letteraria; la riscoperta Città del Messico è stata radicalmente modificata dal terremoto del 1985. Le librerie e i caffè letterari sono fuggiti da questa parte della città. Dopo l’85 molte realtà culturali hanno optato per una sede più economica, svuotata; negli anni Novanta la Zona Rosa ha iniziato a diventare zona di tolleranza per la prostituzione maschile ed è stata invasa da una galassia di bar e dark room. L’unica superstite delle tante librerie è una Cafebreria el Pendulo, che continua a vendere libri tra un sexy shop BSDM e un bar di scambisti.

4 Novembre, Librerie de la Donceles, h 16.30
Calle Donceles 78, Colonia Centro , Città del Messico (ex Messico D.F.)

Proseguo camminando per tutta Reforma fino ad arrivare al centro della città, a Calle Donceles, la via santa del libro usato, dove Juan Garcia Madero compra i suoi romanzi (più avanti li ruberà), discute con Ulises e Arturo, insegue i poeti che ama, scopre i suoi gusti letterari.

 

 

Le librerie della Donceles sono, come Bolaño ha più volte detto nelle interviste, la spiegazione pratica dell’intertestualità eclettica dei Detective. Quello che era a portata di mano e che poteva essere rubato diventava parte della formazione letteraria dello scrittore cileno. Nell’area che comprende la Calle Donceles, Callejón de la Condesa e Corredor Cultural Balderas, ci sono esattamente 104 librerie, quattordici con oltre un piano, una quarantina di piccoli locali e ben trenta librerie semi-fisse. Si possono trovare libri in giapponese, italiano, francese, tedesco, lituano, esperanto; ci si può imbattere in Correggio: The Frescoes in San Giovanni Evangelista in Parma di Roberto Longhi come in un’edizione del diciannovesimo secolo della Summa Theologiae in trentacinque volumi, tutto poggiato appena due ripiani sopra un bel catalogo di pin-up messicane anni Sessanta. In queste librerie si può giocare a ricomporre e immaginare gli scaffali e i lettori che le hanno raccolte. Poeti e avvocati, sociologi e complottisti, appassionati di ayurveda, deceduti o trasferiti hanno lasciato la loro traccia libraria impressa nelle decine di rivenditori che se ne sono spartiti i resti di carta. Forse tra uno di questi scaffali si nasconde Reinventare l’amore e altri poemi, unica opera di Bolaño pubblicata nella sua gioventù messicana.

4 Novembre, Paseo de la Reforma. h 20.30
Paseo de la Reforma 39, Colonia Juaréz, Città del Messico (ex Messico D.F.)

Sono esausto e ho i piedi a pezzi; dal centro ritorno a sud. Un tempo Reforma è stata la “via dei palazzi”, dove meglio di tutte si esprimeva la natura di “Parigi del latinoamerica” del DF. Oggi quella città ha lasciato spazio ai centri commerciali e alle grandi banche d’investimento. Come in ogni luogo di questo distretto federale gli urbanisti hanno sempre le stesse due giustificazioni, quasi fossero le parole magiche che possano spiegare qualsiasi demolizione: il terremoto del 1985 e la speculazione immobiliare che nasce anche dalla necessità di riciclare il denaro sporco del narcotraffico. Per avere il suo skyline di grattacieli il DF sembra aver rinunciato ai suoi edifici storici. C’è una voragine all’imbocco di Calle Donato Guerra, un dinosauro di metallo sta riposando con gli operai che lo manovrano. Si sentono i rumori della loro cena nelle baracche. La grande città verticale si sta appropriando di tutto lo spazio. Una donna indigena dipinta prega sulla facciata dell’Hotel Reforma Avenue. Forse sta implorando per la città. Decido di tornare a casa, a quest’ora “su Reforma tira tutto il vento notturno che è avanzato alla sera, l’avenida Reforma si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone di forma cuneiforme nel quale passano le esalazioni immaginarie della città”.