Foto: Claudio Lagomarsini.
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Carrara: la città-altrove

Storie di una città in briciole che ha pavimentato mezzo mondo.

 

Il viaggiatore che, nel mese di giugno di un anno qualunque, si trovasse su un regionale Pisa-La Spezia non potrebbe fare a meno di notare il gruppo di turisti zainati che guasta la pace del suo vagone, col tono di voce un po’ troppo alto di chi è in vacanza.

A un certo punto del viaggio, poco prima di una fermata anonima – preceduta da un paesaggio industriale che potrebbe essere quello della periferia di Charleroi –, il viaggiatore li vedrebbe proiettarsi contro il finestrino meravigliati. Li sentirebbe sempre pronunciare una medesima parola, sfrangiata nelle sue babeliche differenze etimologiche e fonetiche: sne, snö, sníh, snow, neu, nieve, neige.

È la prima illusoria apparizione di Carrara. Quella che gli ignari hanno scambiato per neve d’estate è la ghiaia residuale che forma colate bianche sulle pendici delle Apuane. Nel lessico dell’escavazione si parla di “ravaneti”.

Carrara, semplicemente, è le sue cave di marmo bianco. Sul confine ligure, un cartello infisso da chissà quale amministrazione novecentesca recita: «Capitale mondiale per l’escavazione e il commercio del marmo». Sembra uno di quegli assurdi guinness settoriali: «Campione mondiale di apertura delle lattine coi denti».

 

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Dietro ai suoi monumenti, ai suoi palazzi e viali, dietro al suo porto commerciale, Carrara è prima di tutto il suo impressionante pannello sceno-oro-grafico: le alpi bianche che affacciano direttamente sul mare. (Qui possiamo anche liquidare la citazione dantesca di prammatica: «Aronta […] che ne’ monti di Luni, dove ronca / lo Carrarese che di sotto alberga / ebbe tra’ bianchi marmi la spelonca / per sua dimora; onde a guardar le stelle e ’l mar non gli era la veduta tronca». Fatto).

Fin dall’epoca romana, Carrara si è sparsa, sbriciolata, spalmata in ogni dove, ha pavimentato di sé i palazzi di Roma, e poi le province prossime ed estreme dell’impero, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo. Mentre leggete queste righe la pantofola di un cardinale preme la superficie polita di uno scalino in Calacata, la barba di un emiro sta sgocciolando in un lavabo di Cipollino zerbino, e il tablet di un broker appoggia su un tavolo di Bardiglio.

Nel 2015 un articolo apparso sul National Geographic ha calcolato che, a oggi, sono stati estratti circa 90 milioni di metri cubi di pietra, di cui la metà ha lasciato Carrara solo negli ultimi 60 anni.

Carrara è la città-altrove: i suoi vuoti evocano pienezze lontane, i suoi pieni, un giorno, saranno vuoti. Da qualche parte è già racchiusa una nuova Pietà che aspetta il suo michelangiolesco liberatore.

Fin dall’epoca romana, Carrara si è sparsa, sbriciolata, spalmata in ogni dove, ha pavimentato di sé i palazzi di Roma, e poi le province prossime ed estreme dell’impero, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo.

Il paradosso è che non si riesce mai davvero a comprendere in che misura questo processo senza fine sconvolga oppure renda ammirati di sé i carrarini. Talvolta anche con intimi e paradossali conflitti: ricordo una sera insieme a una fidanzata romana «communista così» che, ignorandone la provenienza, mi confessò la sua segreta ammirazione per le linee nette e pulite, razionali, vertiginose, dell’Obelisco Mussolini al Foro Italico. Mentre le spiegavo che si trattava del famoso “monolite” estratto a Carrara nel 1929 (con tanto di documentario luce d’ordinanza) dimenticavo i miei morti partigiani per rivendicare quell’oscena, bianchissima erezione urbana.

Senza la «ferita» delle cave, d’altra parte – questo devono concederlo anche gli ambientalisti − non ci sarebbe nessun «paesaggio lunare» da fotografare o sorvolare con droni, nessun set ideale per videoclip, niente Cava dei Poeti, fine del MarmoTour, addio Marble Weeks.

Sarebbe consolatorio, a questo punto, poter dire che Carrara non è solo il marmo. Ma si scivolerebbe nella retorica da discorso elettorale. Al primo sindaco carrarino della storia repubblicana si attribuisce un monito semi-vernacolare: «Sibbia quel che sibbia, non potiamo andare avanti cussì».

Poiché i moniti sono fatti per essere violati, si è andati avanti sempre nello stesso modo, con amministrazioni situabili nella stessa palette cromatica (altro guinness: «la città più rossa d’Italia») che si sono succedute a sancire la gattopardesca supremazia di poche famiglie, che da generazioni detengono inalienabili diritti sull’escavazione (con tanto di documentario Report d’ordinanza).

 

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La proiezione di Carrara nell’altrove – per generosità, o avidità di profitti – è anche nella vistosa assenza del marmo locale nell’urbanistica. Ci si aspetterebbe di trovare una città tutta foderata di bianco, una specie di Ostuni in carbonato di calcio, e invece, giunti nella conca, si resta sorpresi dalla relativa, sobria policromia dei palazzi del centro, con poche concessioni in senso contrario: innanzi tutto il duomo di Sant’Andrea – in fasce alternate di bianco lunense e nero di Colonnata −, dove spicca un bel rosone gotico impedito alla vista da una fila di palazzi costruiti in faccia al sagrato. Poi il teatro Animosi – chiuso da anni. E poi il Palazzo delle Poste, il monumento a Maria Beatrice d’Este («la Bea») in piazza Alberica, e la statua a Mazzini con assurda pila di libri sul basamento, sotto il pastrano (da cui «il cagalibri»). Poco altro.

In ossequio alla filosofia dell’altrove, anche l’ultimo baluardo rituale della movida cittadina – venuta meno, da una ventina d’anni, la tradizione dello struscio in via Roma – si è trasferito a qualche chilometro di distanza, a Marina di Carrara, dove si svolgono tutte le attività che prevedano un’interazione sociale tra Under-70. Anche qui, a essere onesti, succede pochino. Gli stabilimenti balneari esercitano per i più giovani la funzione − coesiva e separativa, come in ogni rito campanilistico − che le contrade hanno a Siena: la mia famiglia, ad esempio, è del bagno Universo, ma la mia vita di adulto è stata contrassegnata dal trasferimento al bagno Doride.

Tutto sommato, a Carrara si vive divinamente. Firenze è a poco più di un’ora di macchina, come anche Genova. In molto meno si arriva a Sarzana o La Spezia, a Forte dei Marmi, Pietrasanta, Viareggio. Il sabato, dopo l’aperitivo, si passa in Versilia. Dopo il liceo ci si trasferisce per studiare a Pisa dove, nei momenti di nostalgia, si può andare in Piazza dei Miracoli: tutto marmo bianco.

Il mondo, da Carrara, è a portata di mano, e Carrara ha sparso della sua materia tutto il mondo. Basta andarla a cercare.

 

Foto dell’autore.