Foto per gentile concessione di HBO.
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Dove abita il Re in Giallo

Origine e mito di Carcosa, la misteriosa patria esoterica del Re in Giallo di Ambrose Bierce e True Detective.

 

In Piazza Carlo Alberto, a Torino, c’è una targa che ricorda il breve soggiorno di Nietzsche nella città. Fra fascistissime “V” per “U” e improbabili italianizzazioni, fa presente ai passanti che Federico, lì a Torino, ci ha scritto l’Ecce Homo. Del fatto che, lì a Torino, Friederich ci abbia anche lasciato gli ultimi sprazzi di sanità mentale non v’è menzione. Qualcuno lo definirebbe un silenzio imbarazzato, per quanto sugli ultimi giorni del filosofo si disponga più di aneddoti che di verità storiche. Abbracciato a un cavallo, sconvolto dalle lacrime, svenuto o intento a proclamarsi il Tiranno di Torino: le versioni sono eterogenee. E allora perché non proporne una che metta in dubbio tutto, anche gli aspetti più conclamati? Nietzsche non è propriamente impazzito, e nemmeno è morto. Regna, al di là del tempo e dello spazio, sul trono di una città che nessun uomo conoscerà mai.

Per raggiungerla, bisogna fare un passo in avanti di almeno venticinque lustri, camminando a braccetto con Matthew McConaughey lungo il finale di True Detective 1. Addentrarci negli spazi umidi della Carcosa di Nic Pizzolatto. Lì, fra ossa e rami intrecciati, Rust Cohle incontra finalmente la propria nemesi: il “Re in Giallo” è umano, malvagio, terribile. Il senso delle sue azioni sfugge fino all’ultimo, e agli occhi di chi guarda c’è una sola spiegazione: la follia.

La prima stagione di True Detective deve parte del proprio successo all’elemento di mistero esoterico che la attraversa. Nel corso delle indagini su un omicidio un po’ più brutto della media, fra taccuini scritti male, tossicodipendenti e anziani sbavanti, i due protagonisti Rust e Martin si ritrovano, con lo spettatore, a chiedersi: ma che diavolo sono il Re in Giallo e Carcosa?

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Il Re in Giallo e altri racconti, Chambers, 2010, Hypnos.

Di frase criptica in frase criptica, prende forma l’idea che il primo sia il leader di una setta pseudo-satanica, mentre il secondo un luogo non ben definito. Bisogna attendere l’ultimo episodio per veder confermate entrambe le ipotesi: nella mente malata dell’antagonista, una fortezza militare restituita alla natura diventa un tempio blasfemo in cui circondarsi di feticci e decorazioni macabre. Carcosa, appunto.

Le melodie che canteranno le Iadi,
lì dove sventolano gli stracci del Re,
moriranno inascoltate: nell’oscura
Carcosa.
Canto dell’anima mia, la mia voce è spenta.
Anche tu muori, mai nato, come una lacrima mai pianta
s’asciuga e muore, nella perduta
Carcosa.

 “Canzone di Cassilda” – Il Re in Giallo, Atto I, Scena 2

Il Re in Giallo, Carcosa e le sue stelle nere sono tutti elementi letterari partoriti da Robert William Chambers in The Repairer of Reputations. Il racconto, pubblicato alla fine dell’Ottocento, è ambientato in una New York distopica e descrive un omicidio dal punto di vista allucinato dell’assassino. Il narratore è matto e decisamente inaffidabile ma la sua pazzia sembra avere un’origine ben precisa: l’aver letto fino in fondo un’opera teatrale spaventosa, universalmente censurata, il cui protagonista (il Re in Giallo, titolo dell’opera stessa) è un’entità sovrannaturale portatrice di follia.

Di Carcosa, la città perduta su cui regna il terribile monarca, Chambers non dice quasi nulla. Le suggestioni offerte dalla “Canzone di Cassilda”, l’unica parte citata del testo teatrale, fanno intravedere un paesaggio alieno: torri in rovina ai bordi di un lago, due soli gemelli che tramontando ne proiettano le ombre, stelle nere oltre l’orizzonte.

Il racconto di Chambers è l’inizio di una mitopoietica che verrà ripresa anche da H.P. Lovecraft e August Derleth. Ciò che la caratterizza è l’incomprensibilità, il terrore appena intravisto e mai realmente compreso, la follia incombente che tiene legati fra loro gli elementi della narrazione.

La discesa del protagonista di True Detective nei meandri di Carcosa è la discesa dell’uomo negli abissi della follia: tanto la propria quanto quella altrui.

Per sua stessa natura la città di Carcosa sfugge, insomma, a descrizioni puramente estetiche. Da questo punto di vista, True Detective utilizza il materiale letterario rispettandone le premesse: come un pacco regalo dall’Inferno, ci nasconde dentro una verità spaventosa fatta di violenze e omicidi rituali, e una volta sciolto il nastro lascia irrisolto il mistero dell’involucro. Dopo tante allusioni e promesse, l’idea che Carcosa si riduca a essere “semplicemente” un tempio in rovina non soddisfa. Permane il senso di essere stati imbrogliati, di non aver visto davvero tutto quel che c’era da vedere. Il che è proprio il punto nodale della città perduta: di essa non si può avere conoscenza, non nel senso ordinario del termine. Tuttalpiù se ne può fare esperienza, sebbene questa sia riservata ai personaggi e inaccessibile allo spettatore. Per chi la desidera, il prezzo è alto: la perdita di sé, l’abbandono all’oscurità, forse proprio quell’oscurità confortante che chiama Rust Cohle fino all’ultimo. Promette Amore: e che cos’è Amore, in fondo, se non una forma di pazzia?

Da un punto di vista meno estetico e più attinente ai “significati”, la discesa del protagonista di True Detective nei meandri di Carcosa è allora la discesa dell’uomo negli abissi della follia: tanto la propria quanto quella altrui. La metafora spaziale, appena intuita nel gioco di non detti di Chambers e Lovecraft, è la stessa di Cuore di tenebra: un percorso di progressivo avvicinamento alle regioni più temute dell’anima. L’espediente è esplicito in Conrad, che non a caso descrive Kurtz come qualcuno che esiste “nel punto più lontano della navigazione”. In questo, tanto il Cuore di Tenebra quanto Carcosa sono i luoghi di una condizione umana, sono la rappresentazione di un concetto che si può sperimentare in prima persona ma che dall’esterno è descrivibile solo tramite l’attribuzione di confini precisi. L’uso del luogo paragona la perdita della ragione a un perdersi nello spazio, a un perdersi nella follia. Linguisticamente, a cavallo fra metafora e metonimia.

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Immagine per gentile concessione di HBO.

Compreso che “ciò che sta dietro” non sono edifici e architetture, bensì un’idea, l’esperienza di Carcosa diventa accessibile anche allo spettatore, al lettore, a chiunque si confronti con ciò che la città rappresenta. Vuoi andare a Carcosa? È facile: basta bersi una batteria al litio. Come ogni mistero, quello della pazzia sa tentare: a renderlo ancora più attraente è, forse, il fascino della duplicità. Nel suo Elogio della Follia, Erasmo da Rotterdam fa parlare una follia leggera, innocua, una sagace ragazzina che, fra uno sberleffo e l’altro, illustra le virtù del licet insanire: Bacco, Venere e compagnia bella non sono forse tutti amici suoi? Ad ascoltarla ci si sente come Alice di fronte allo Stregatto, confusi dall’eccesso e scarsamente convinti della sua attendibilità. Soprattutto, violati dal sospetto che alla storia manchi un pezzo fondamentale: forse proprio le torri in rovina di Carcosa. Ed ecco che iniziano a cadere le teste, e il motto di Alice: Madness Returns (capolavoro videoludico del 2011) reitera la premessa: madness is a place.

Un coro di lupi ululanti salutò l’alba. Li vidi, seduti sulle zampe posteriori e concentrati nel loro canto, in cima a montagnole e tumuli così numerosi da riempire metà della mia visione: un deserto esteso sino all’orizzonte. E allora compresi che quelle erano le rovine dell’antica città di Carcosa.

Ambrose Bierce, An Inhabitant of Carcosa

Per arrivare a Nietzsche manca un passaggio fondamentale: quello delle origini. Prima del lavoro di raccordo di Chambers, Carcosa era già emersa dalla penna di un altro autore. Nel breve racconto An Inhabitant of Carcosa, Ambrose Bierce, pioniere del genere fantastico di metà Ottocento, descrive un luogo arido, vuoto, morto da millenni. Il protagonista ci si scopre sepolto: è dentro Carcosa, è fuori di sé. E anche se le terre descritte in Finis Æternitatis, altra poesia dell’autore, non sono nominate, la desolazione che offrono è inconfondibile: dove altro potrebbe essere il “grande trono bianco” di fronte al quale “Dio giace morto”, se non nel deserto regno della follia?

A questo punto basta ricordare uno dei tanti aneddoti del lascito nietzschiano: quello secondo il quale una sera dichiarò agli amici, con voce chiara e ferma, d’essere “il successore del Dio morto”. È facile immaginarsi gli amici che annuiscono esausti a Friedrich, sbagliando: scambiavano la sua profezia per delirio. Abbandonato il corpo, il filosofo ha abbracciato completamente il “fuori di sé”, e ora siede sul proprio scranno oltre il tempo. “Morto” e “impazzito” non rendono giustizia: è un’ascensione. È la conoscenza dell’inconoscibile, l’ultima pagina del Re in Giallo. Vera, completa e definitiva esperienza di Carcosa.