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Caccia al mostro di Sabaudia

Altro che Loch Ness, abbiamo un lucertolone nell'Agro Pontino.

 

Amici! Purtroppo la nostra civiltà è talmente schiava delle immagini che crede solo se vede. Il che è paradossale anzichenò, considerato che oggi contraffare una fotografia è facile come bere un succo di frutta. Sarebbe più sbrigativo e onesto credere alle persone sulla parola: mi rendo conto che non è quello che si dice “metodo scientifico”, e che questo potrebbe comportare tutta una serie di strascichi poco carini tipo “caccia alle streghe”, “asini che volano”, eccetera. Ma almeno così risolveremmo il mio problema. Ed è un bel problema, che vado a spiegarvi immantinente.

Non so se avete letto che cosa è successo il 6 aprile scorso. Ebbene, hanno beccato il mostro di Loch Ness a scorrazzare allegramente per il Tamigi, dove un videoamatore ha ripreso quella che si direbbe la schiena di uno stegosauro intento nelle sue abluzioni quotidiane. Certo, non è chiaro che diavolo ci faccia a Londra un lucertolone che teoricamente ha sempre vissuto in Scozia: dico, anche per motivi patriottici, no? E allora mi chiedo: se il Mostro del Tamigi e quello di Loch Ness siano in realtà soltanto lontani parenti?

Tra l’altro: come forse saprete, l’anno scorso il più irriducibile cacciatore di Nessie si è arreso. Dopo 24 anni a osservare i movimenti del lago con strumenti di precisione e binocoli fuori misura, il mitico Steve Feltham ha dichiarato che secondo lui, arrivati a questo punto, non esiste nessun mostro. Per capirlo, gli ci è voluto un quarto di secolo speso come un eremita in una roulotte facendosi piantare dalla ragazza e abbandonando casa, averi e tutto il resto. Che è quello che credo toccherà anche a me da qui a breve. Perché ebbene sì, anch’io sono nel pieno della caccia. Ma mica a Loch Ness, che avete capito. E nemmeno sul Tamigi, sciocchini! Il lucertolone che mi ruba il sonno è un altro, forse anche lui parente (cugino?) di Nessie, ma trapiantato molto più a sud, in quel pezzo di litorale pontino tanto amato a suo tempo da figuri come Alberto Moravia, Mario Schifano e Pier Paolo Pasolini.

Insomma, a questo punto avrete tutti capito di chi sto parlando. Ebbene sì, proprio di lui: dell’unico e inafferrabile MOSTRO DI SABAUDIA!

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Il lago di Paola, noto anche come lago di Sabaudia.

Come senz’altro sapete, il mostro di Sabaudia è una creatura gigantesca e si suppone preistorica che abiterebbe nel lago di Paola (detto anche lago di Sabaudia, appunto), un lago salmastro di 3.9 km2 di superficie geologicamente formatosi nel periodo successivo alle glaciazioni e blah blah blah. Ammettetelo, dài: è un lago con una certa storia, mica scherzi. Una volta ci buttavano le acque nere. Adesso la situazione è un po’ migliorata, credo.

Ad ogni modo, nella lontana antichità il lago di Sabaudia era un luogo ostico e mitico: per dirne una, pare che Ulisse passò da queste parti un bel po’ di tempo, speso fra le braccia della maga Circe poi trasformatasi (dice la leggenda) in montagna per l’estrema delusione del suo abbandono. La montagna in questione altro non è che il monte Circeo, il cui profilo riprende i lineamenti della sfortunata maga, e osservando il quale si può addirittura vaticinare il futuro. Cioè, più che “il futuro” si può predire se pioverà o meno: una nuvola sul “naso” indica tempesta, pare.

Insomma, tutta la zona trasuda occulto, soprattutto di notte nel periodo invernale, quando sale quell’atmosfera DOOM fatta di nebbie e oscurità che ti fa ricordare che stai comunque passeggiando per una fottuta palude che prima o poi si riprenderà tutto il territorio: l’area fu infatti bonificata solo negli anni ’30 e pare che molti riti satanici abbiano luogo nelle ville disabitate intorno al lago, alcune delle quali oggi sono murate per evitare spiacevoli inconvenienti (non faremo nomi ma pare che anche note personalità del metal italiano abbiano frequentato tali sabba…).

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L’autore dell’articolo mentre pensieroso (con ombrello in mano) riflette sui misteri che albergano sulle rive del lago.

Comunque: fino a qualche tempo fa io al lucertolone non ci pensavo proprio; frequentando abbastanza Sabaudia (ho una casa di famiglia lì), l’unico mostro che di solito mi veniva in mente era l’eroina, da sempre il passatempo preferito dei giovani residenti vista la totale assenza di brivido & svago in una città che solo a guardarla in foto ti fa pensare a De Chirico.

Tutto però cambia in una bella giornata di inizio estate, quando porto una mia amica giapponese a visitare il lago. Ed è in questa suggestiva cornice che la mia amica comincia a dare segni evidenti di preoccupazione, fino a mormorare di punto in bianco: “In questo lago c’è qualcosa di molto grande…”. “Eh?”, chiedo io. “C’è qualcosa di molto grande!”, ripete lei. “Dove?”, chiedo io guardandomi in giro. “In questo lago!”, ribadisce lei. “Ah!”, annuisco io, oramai allarmato dalle circostanze. Perché vedete, questa mia amica non è una psicopatica, e anzi come tutti i giapponesi ha la capacità di sentire gli spiriti, i fenomeni paranormali. E allora io che faccio? Prendo nota, no? Voi che avreste fatto? Segno tutto, a cominciare dalla prima ipotesi suggerita dall’amica di cui sopra: che nel lago di Sabaudia alberghi un dinosauro.

Le cose si complicano ulteriormente da lì a breve, e stavolta lo scenario è – come direbbe Syd Barrett – “ai cancelli dell’alba”. Siamo già ad agosto, io e un po’ di amici decidiamo di farci il bagno di notte al mare, per cui andiamo a piedi lungo il ponte che per l’appunto collega il lago alla spiaggia. Al ritorno dalle nostre abluzioni, noto un bellissimo airone: mi volto verso gli altri per comunicare l’avvistamento, ed ecco che li trovo impietriti a fissare il lago. “Tutto bene?”, domando preoccupato, già presagendo qualcosa. “Mah, insomma”, rispondono tremanti loro. E mi spiegano di aver visto un grosso coso coperto di squame lucenti che si immergeva. “Forse un pesce?”, suggerisco io. Nah, troppo grande: “Sembrava proprio un… lucertolone”, azzardano i miei compagni di avventure, e mi fanno notare i cerchi che la misteriosa creatura ha prodotto sullo specchio del lago. Premetto che almeno fino a quel punto nessuno di noi si era ancora drogato, ed è quindi in quello stato di assoluta e comprovata lucidità che mi sono detto: DEMENTED, DEVI INDAGARE.

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L’autore mentre scruta le acque all’imbrunire.

Comincio allora gettandomi nello studio dei misteri della zona. Un primo indizio me lo dà la geologia: nel 2014 infatti trovarono delle orme di dinosauro risalenti al Cretaceo in uno stock di rocce usate per la nuova foce di Rio Martino, sul litorale pontino, non troppo lontano da Sabaudia. Non sapendo bene da dove spuntassero queste rocce, dopo vari studi stabilirono che provenivano dalla non lontana Terracina, per l’esattezza da Campo Soriano. La cosa strana è che nessuno ci sa dire con precisione l’identità della creatura. La domanda a quel punto sorge spontanea: e se ci fossero esemplari di fossili viventi che ancora si aggirano per il pontino?

In casi del genere, non resta che affidarsi alla vox populi: e allora ecco che intrepido mi metto a intervistare un po’ di gente. Nessuno tra i locals sa dirmi con certezza se ci siano stati avvistamenti di strane creature nel lago: oddio, qualcuno in realtà parla di balenotteri a mare, qualcuno di delfini, ma va bene, passiamo oltre. Chiedo se, avvistamenti o meno, ci siano comunque stati eventi “bizzarri” o poco spiegabili dalle parti del lago, e qui sì, qualcosa viene fuori. Per esempio: ancora nel 2014, una tartaruga gigante venne trovata morta sul lungomare di Sabaudia, completamente decapitata in circostanze poco chiare. Si ipotizzò che la causa fosse di un motoscafo, ma in molti avanzarono l’ipotesi di un morso di una bestia enorme (!).

Ancora prima, e per la precisione nel 2003, Sabaudia fu al centro dei notiziari per via per di alcuni clamorosi crop circle in un podere in via Sant’Andrea. La cosa non si fermò lì, perché poi scoprirono un altro crop circle poco lontano e diversi livelli di radioattività presenti nei cerchi. Esperti dissero che uno dei due segni poteva essere riconducibile agli abitanti di Nibiru: i Niphlim di cui sembra si parli anche in alcuni testi di sumeri e babilonesi. Dovete anche sapere che nel pontino gli avvistamenti di UFO sono abbastanza frequenti. Ora, suppongo sia inutile ricordarvi che – almeno secondo gli ufologi – gli UFO non sono solo aggeggi volanti ma anche “macchine di carne” che a volte imitano esseri esistenti in natura tramite conoscenze di ingegneria genetica per muoversi meglio in situazioni quali, ad esempio, quelle acquatiche. E quindi ecco qui un possibile gancio: se nel lago di Paola circolasse proprio un “Globster vivente” cugino della “bestia di Stronsay”? Ma prima di fare della criptoozologia a sproposito, ci sono altri indizi che avallano la probabilità dell’esistenza di creature del genere. A venirci in soccorso, stavolta è quell’altra amena disciplina che va sotto il nome di “archeologia alternativa”.

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In attesa di un cenno.

In un vecchio libro intitolato Le origini dell’uomo, l’autore Evelino Leonardi mette in collegamento l’area del Circeo nientemeno che con l’antica Atlantide. Leonardi era un clinico omeopata e ricercatore per diletto, che negli anni ’30 visse in zona appassionandosi di storia e mitologia locale, e che si concentrò in particolar modo sulla geologia, la flora, la fauna e i rivolgimenti tellurici e submarini che segnarono Sabaudia e dintorni. Inutile dirvi che le sue scoperte audaci vennero fortemente osteggiate dall’archeologia tradizionale: la sua intuizione più famosa furono probabilmente i Pietrefatti, ovverosia formazioni litiche dalle forme singolari, che i geologi dicono nate da erosioni naturali mentre per Leonardi si trattava di animali vivi rimasti imprigionati nel granito. Ma questo è ancora niente! In località Peretto, nel pieno del Parco Nazionale del Circeo, Leonardi trovò anche i resti di un DRAGO ALATO, di un uccello di ben quattro metri quadrati, di un mostro di cinque metri di larghezza, e secondo altre fonti anche di una Chimera, di un megacero e di una renna gigante. Ah, a documentare le scoperte di Leonardi ci sono nove casse di fossili da lui raccolti, poi lasciati in eredità allo stato italiano che per molto tempo li tenne nascosti per paura di contraddire la scienza ufficiale. Ma non tergiversiamo.

Per capire davvero cosa si cela dietro il mistero del mostro di Sabaudia, resta un’opzione soltanto: l’osservazione diretta. Ed ecco quindi che organizzo una serie di appostamenti ad hoc per beccare il  lucertolone sul fatto.

Da principio provo di giorno. Poi però mi rendo conto che, visto anche il traffico dovuto ai canottieri (che a Sabaudia hanno una nutrita rappresentanza), è impossibile che una creatura si faccia sgamare così, alla luce del sole, come se nulla fosse. Se pochi giorni prima si era tradito in notturna, o come minimo a ridosso tra la notte e il giorno, sarà dunque meglio ripetere l’esperienza allo stesso modo. Così una notte invece di dormire mi alzo, vado al lago, e mi accingo quindi ad aspettare il nostro fenomeno, armato all’inizio di un solo cellulare per immortalarne il musone e magari condividerlo al volo su Facebook, tiè.

Sul bestione ho già una teoria tutta mia: e cioè che a una certa ora della notte giunga a ridosso della riva in cerca di cibo. È un’intuizione, mettiamola così. E infatti i primi eventi sembrano darmi ragione: verso le 4 di notte, dopo circa tre ore che ero in attesa, noto nell’acqua una serie di movimenti, diciamo degli ampi cerchi. Prendo il cellulare, scatto una foto al volo, e guardate un po’ cosa immortalo?

 

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Ok, ve lo concedo: nella foto qui sopra non si intravede granché. Poi erano le 4 di notte ed era tutto buio quindi forse ho sbagliato inquadratura, vai a sapere. Ad ogni modo non sono quattro cerchi nell’acqua che possono confermare la presenza del mostro nel lago di Sabaudia. Ma non demordo, cambio tattica, e il giorno dopo mi reco al lago all’imbrunire, in un momento particolarmente indicato per documentare i passaggi dal giorno alla notte. Forse che io riesca a pizzicarlo in un momento intimo, quando calano le difese e verso il tramonto monta in noi quello struggimento che chiamiamo spleen estivo? Resto lì per un po’ e a dire il vero non noto altro che pescioni, nutrie e alghe. Però che spleen. Qui un’altra testimonianza (le alghe mi stavano particolarmente immalinconendo):

 

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Al terzo giorno decido che è il caso di attrezzarsi meglio, soprattutto per documentare eventuali fenomeni: ecco che quindi mi procuro un assistente (ciao Egisto) che mi aiuti a scattare le foto con un macchinario più potente, nel momento esatto in cui percepisco movimenti strani. E infatti questi movimenti strani, a un certo punto, ARRIVANO! Succede tutto di corsa, come all’unisono: un suono lì, un cerchio nell’acqua là, un gorgoglio sospetto poco oltre… Prendiamo a fotografare all’impazzata indirizzando la macchina sui diversi obiettivi come in preda a casuale skip attention. Ci interessa sfruttare l’effetto sorpresa, come fossimo dei veri “paparazzi delle creature abissali”. Al momento dello sviluppo, ci ritroviamo in mano le foto che vi andiamo tosto a descrivere.

Nell’immagine seguente, sotto le alghe che sembrano un tumore durissimo e inaccessibile, vediamo far capolino una forma carnosa non meglio identificata che sembra nuotare radente… E che è??? Ho le traveggole o la vedete anche voi?

 

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Ma questo è ancora niente. Nella foto successiva, pare proprio palesarsi lui, il nostro amico lucertolone! Gli occhi di bragia e l’aspetto da drago mi hanno scioccato alla vista della foto, tanto che ancora adesso stento crederci: è lui o non è lui? È LUI O NON È LUI?!?

 

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Ma soprattutto, la vera domanda è: chi se ne frega? Serve davvero una foto? Volete anche il certificato? Poi magari va a finire come a Loch Ness, quando la Kongsberg Maritime inviò un robot sottomarino a sondare i fondali del lago, per poi trovare… una copia del mostro. Già, perché nel film di Billy Wilder Vita privata di Sherlock Holmes venne usata una riproduzione lasciata poi in fondo alle acque, a 180 metri di profondità. A volte neanche la scienza può trovare quello che vive nelle nostre menti.

 

Foto di Jonida Prifti.