Immagine per gentile concessione di Simone Manfrini.
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Il catasto alieno di Brecce Bianche

Conversazione con Simone Manfrini, autore di uno dei migliori fumetti italiani dell'anno.

 

Uno dei migliori fumetti italiani del 2016 è in realtà una tesi di laurea. L’autore è Simone Manfrini, nato ad Ancona nel 1990 e laureatosi presso l’Accademia delle Belle Arti di Macerata con Brecce Bianche (Incubo alla Balena, 180 pagg., 10 €) il nome di un quartiere popolare di Ancona dove Manfrini è cresciuto. Il libro racconta la storia della sua famiglia e del quartiere, contemporaneamente, come se fossero la stessa cosa: c’è l’oratorio, gli amici di infanzia, la Playstation e il rapporto con il fratello. L’opera si divide tra la scala di grigi ad acquerello e la china: non ci sono colori e a giudicare da Google Street View la scelta sembra adeguata al luogo in questione, costruito di fretta dopo il terremoto del 1972.

 

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Nella prima parte del libro, Manfrini racconta dove si sono conosciuti i suoi genitori, dove abitavano e perché si sono trasferiti in una zona che contiene palazzi chiamati “Il Tigre” e “Il Panettone”. Sua madre avrebbe voluto trasferirsi a Pesaro, suo padre tornare ad Ancona. E invece eccoci qui, fuori Ancona, a Brecce Bianche.

“Non riesco a staccarmi da questo posto,” mi ha spiegato Manfrini, “è come se qui ci fosse qualcosa di incompiuto da parte mia, qualcosa di tanto importante da non riuscirmi a far spiccare il volo”. Il che è strano, perché specie sul finale del libro sembra quasi ovvio che il giovane se ne sia andato da qualche altra parte, che Brecce Bianche sia un ritratto fatto da lontano. Sarà la nostalgia di cui il libro è pregno, sarà che alcuni dei personaggi che incontriamo nel libro sono “gli eroi” di Manfrini, ma mi ha stupito sapere che l’amarcord è solo parziale.

 

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Simone in effetti è ancora a Brecce Bianche, la sua nostalgia è più temporale che geografica: “Sono molto nostalgico, quei momenti per me sono sicuramente i più felici della mia vita. Era una vita ricca e piena. Quei ragazzi (i personaggi del libro, nda) per me erano tutto, per me il quartiere era il mondo, non avevo bisogno di altro. Pensa che quando da bambino andavo in vacanza in posti bellissimi come l’Indonesia o la Thailandia, l’unica cosa che mi riempiva di felicità era che sarei poi ritornato in quel posto sicuro dove avrei potuto raccontare agli altri delle mie esplorazioni”.

Se il libro esiste è anche grazie ad Alessandro Baronciani, che all’Accademia di Macerata insegna da anni ed è rimasto “colpito dal mio modo di vedere e raccontare le cose”, dice Manfrini. Tra le storie a cui hanno lavorato assieme, prima della tesi di laurea, c’è questa versione della “sigla di Beautiful ambientata a Gradara, la cittadina marchigiana di Paolo e Francesca, eheh”, come mi ha scritto Simone via mail.

 

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Brecce Bianche ha pochissimi dialoghi, rilegati in brevi scene molto dinamiche, non ad acquarello. Per il resto, offre tavole dettagliate – c’è dell’urbanistico nel suo lavoro, sembrano tavole uscite da un catasto alieno – e didascalie in cui l’autore si fa, come dire, trasportare dai ricordi. È come guardare un documentario in cui il narratore fa fatica a trattenere le lacrime guardando le immagini.

Il contrasto tra l’occhio analitico e l’ammontare di ricordi e traumi dell’autore è la cifra stessa di Brecce Bianche, insieme allo stile letterario di Manfrini, che possiamo riassumere trascrivendo le didascalie di una doppia pagina quasi a caso: “Posso dire di aver passato tutta l’infanzia dentro l’oratorio che era l’unico luogo di ritrovo per i ragazzi di Brecce Bianche. Questo è il parcheggio davanti all’oratorio (cambio pagina). Dopo non ho più avuto amici e sono stato sempre a casa. Non sono uscito più”.

 

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Il vero motore narrativo dell’opera sembra essere l’architettura, il modo in cui i condomini della periferia anconetana sono stati costruiti – e dove, e perché. Simone abitava in una grande struttura semivuota “con un corridoio lungo alla Star Wars”, che a sua volta era parte di un quartiere isolato, in qualche modo “condannato” da qualche amministrazione comunale. “Ho sempre detestato il fatto che l’essere umano abbia creato delle classi sociali creando così esseri umani di classe A, ed esseri umani di classe B”, anche grazie all’urbanistica, secondo Manfrini.

A un certo punto nel corso dell’intervista, ho posto a Simone una domanda piuttosto secca per capire l’atmosfera di rabbia repressa che si respira leggendo il libro. La domanda è la seguente: vorresti demolire Brecce Bianche? Ed ecco la risposta: “Mai. Brecce Bianche è il posto dove io ho vissuto i miei giorni felici e anche quelli un po’ meno, dove sono nati i miei ricordi più intimi e belli. Ma, ahimè, Brecce Bianche un giorno sparirà e anche questo è parte dell’impermanenza della vita stessa”.

 

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Immagini per gentile concessione di Simone Manfrini.