Foto: Francesca Mastruzzo.
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Dentro la libreria segreta di Manhattan

La rocambolesca storia di Brazenhead Books, del suo fondatore, e degli scrittori che la frequentano.

 

Ogni tanto, nei romanzi ambientati a New York negli ultimi trent’anni, compaiono scene, citazioni, personaggi riconducibili allo stesso posto, abitato dalla stessa persona, dalla stessa mescolanza di libri, fumo e ospiti. Quel posto è Brazenhead Books, una libreria indipendente che si è mossa in modo inusuale nello spazio urbano – spostandosi da Brooklyn a Manhattan – e soprattutto in quello architettonico: da un normale spazio al piano strada a un appartamento di un condominio residenziale.

Ritenuta una leggenda metropolitana anche da molti newyorchesi, Brazenhead Books esiste eccome, ed è legata alla figura del bibliofilo accumulatore – e gran bevitore – Michael Seidenberg, un po’ come il corpo lo è all’anima. Prende il nome dall’onnisciente e introvabile “testa di bronzo” della tradizione alchemica, e ha la sua prima incarnazione in un quartiere popolare di Brooklyn alla fine degli anni ’70, a fianco di un teatro di burattini gestito dallo stesso Seidenberg; all’epoca, a dare una mano a Michael è il futuro scrittore Jonathan Lethem, allora quindicenne. La seconda incarnazione della libreria, a Manhattan, continuerà poi ad attirare giovani scrittori, artisti e poeti.

Se a un certo punto si alimenta una certa aura di mistero, è perché Brazenhead Books sparisce dagli indirizzi e dal tessuto commerciale della città quando la crisi immobiliare (e libraria) costringe Michael Seidenberg a chiudere il negozio per trasferire libri e intenti in un appartamento in subaffitto nell’Upper East Side. Lì, aprendo le porte dell’appartamento la sera, distribuendo l’indirizzo (e il citofono) col contagocce ed evadendo i controlli, Michael si “nasconde in piena vista” fino all’inevitabile sfratto. Eppure, anche dopo lo sfratto, Brazenhead rinasce ancora in una nuova clandestinità.

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Michael a fine anni ’70 a Boerum Hill (dall’archivio di Michael Seidenberg). 

La storia di questa libreria si intesse con quella letteraria e sociale della città, per lo più senza clamori – tranne quando gli intellettuali pubblicano sulle maggiori testate newyorchesi i loro appelli per scongiurarne la chiusura.

Negli anni ’70 Michael è un giovane “infettato dal virus dei libri” in una città che pullula di librerie e bancarelle di remainders e volumi usati. Ha studiato teatro e, come detto, fa spettacoli di burattini. Per cinque anni ha anche lavorato alla Argosy Bookshop, antica libreria indipendente di New York, ma non ha mai accarezzato l’idea di aprire un proprio bookshop. “Ero un burattinaio prima che un libraio, ma non prima di essere un bibliofilo e un accumulatore di libri”, ricorda lui. La decisione di cominciare a vendere, viene solo quando l’appartamento di Michael a Manhattan non riesce più a ingoiare altri volumi. Brazenhead Books nasce quindi in una stanza dell’edificio che ospita il teatro di Micheal, a Brooklyn, nella parte di Atlantic Avenue che attraversa Boerum Hill.

Ai tempi Brooklyn non è il romantico rifugio per bohémien che è adesso. Il tratto in cui sorge il teatro è la zona nota fino agli anni ’60 come Gowanus, dall’omonimo canale di acque reflue che tuttora attraversa Brooklyn a sud-est per sfociare in una baia. Boerum Hill è il nome patinato che, nelle intenzioni, dovrebbe mettere in moto la “rinascita” del quartiere, che ancora per tutti gli anni ’70 conosce un tasso di criminalità tra i più alti dell’intera New York. È un processo lungo e difficile, raccontato peraltro nel romanzo La fortezza della solitudine dello stesso Jonatham Lethem (per farsi un’idea anche senza aver letto il libro, provate a immaginarlo come il Bronx in cui si ambienta The Get Down).

È a Brazenhead Books che Jonatham Lethem si appassiona alla fantascienza, finendo poi a dare una mano a Michael in cambio di qualche romanzo di Philip Dick.

Nel romanzo di Lethem, due figure femminili si contrappongono intrecciandosi ai destini del quartiere: mentre la madre del protagonista si intestardisce a usare il vecchio nome Gowanus rifiutando l’imminente gentrificazione, l’immobiliarista Isabel Vendle cerca di richiamare nelle malandate brownstone famiglie borghesi e bianche, in modo da alzare gli affitti e allontanare i vecchi abitanti (neri): l’eufemistico appellativo di Boerum Hill, serve quindi non solo a richiamare l’abbiente passato boero di quando New York era ancora New Amsterdam, ma promette – alludendo a un’inesistente collina – un privilegiato e rassicurante isolamento, residenziale se non proprio aristocratico.

Solo che il quartiere è ancora pieno di case popolari e istituti di riabilitazione, e gli affitti non decollano. È per questo che Michael Seidenberg può permettersi di affittare un enorme spazio in cui tenere spettacoli per bambini: “Nel weekend il teatro era frequentato da genitori divorziati che cercavano qualcosa da fare con i figli”, mi racconta. “Con gli ultimi colpi di coda della summer of love e la liberazione omosessuale, il divorzio era un’industria in crescita. Gli spettacoli di burattini andavano bene”.

La libreria si aggiunge quasi subito, e dopo un paio d’anni diventa l’occupazione principale. “Era meno frequentata rispetto al teatro, ma offriva uno spazio sicuro ai ragazzini in cerca di libri e di un rifugio, ai nerd, agli outsider e agli artisti del quartiere”. È lì, soprattutto, che Jonatham Lethem si appassiona alla fantascienza, finendo poi a dare una mano a Michael in cambio di qualche romanzo di Philip Dick. Ancora oggi, Brazenhead Books ha una sezione tutta dedicata alla science fiction – se di sezione si può parlare in una libreria ospitata in un appartamento –  oltre ovviamente a una torretta di libri di Lethem.

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Segui l’aringa rossa (in inglese “red herring” ovvero “falsa pista”, “eccezione”).

Nel 1981 Michael coglie l’opportunità di affittare un negozio nello stesso isolato in cui abita: eccoci così sull’86esima strada, in pieno Upper East Side a Manhattan. Se a Brooklyn, nel quartiere popolare dei canali di scolo, la libreria era stata una vistosa eccezione, nell’isola principale diventa forse un puntino, ma non rischia nemmeno per un attimo di trasformarsi in un bookstore come tanti. Certo, comincia una garbata competizione con le grandi librerie che offrono libri usati, come Strand e la stessa Argosy (che oggi ha sempre più una vocazione antiquaria). Ma con la sua ospitalità rilassata e la curatissima selezione, Brazenhead Books pone “la qualità davanti alla quantità”, come sottolinea uno dei tanti poster promozionali illustrati con tipico gusto sixties dall’amico Roy Lavitt.

Quando però il picco degli affitti a Manhattan costringe Michael a chiudere la libreria sull’86esima, i libri vengono depositati in un piccolo appartamento senza aria condizionata né (quasi) finestre. La libreria è lì, dormiente, in attesa che il suo padrone la abiti, facendola rivivere. È a questo punto che uno dei frequentatori di Brazenhead, George Bisacca, curatore del Metropolitan Museum of Art, capisce che Brazenhead Books è Michael Seidenberg. Il luogo insomma non importa: tanto vale aprire le porte della casa-magazzino agli amici.

Michael segue il suggerimento di Bisacca, e negli anni la sua libresca “forza centrifuga” continuerà ad attrarre giovani bibliofili e scrittori nati nei panni e nei quartieri sbagliati. “Il circolo letterario ci ha messo anni a formarsi”, mi spiega. “Jonathan [Lethem], che ne fa parte da una trentina, si chiede come mai ci sia voluto così tanto. Ma adesso è al massimo della fioritura. Qui l’atmosfera è autentica. C’è una ricerca disperata di autenticità, in qualunque forma la si possa trovare”. Michael registra le sue conversazioni con gli scrittori per pubblicarle su blog e riviste, e un poetry salon si tiene ogni settimana a partire dalle nove di sera. Idee, personaggi, gag politiche, nascono nelle serate di Brazenehad per trasferirsi nei libri o nella vita reale.

Negli ultimi anni, di Brazenhead si sono occupate testate come The Paris Review, il  New Yorker o il Guardian. Michael Seidenberg però non concede interviste, e resta ai margini mondano-editoriali della sua stessa vicenda: “Ho sempre evitato di concedere interviste ai principali giornali newyorchesi. Ho detto di no al New York Times, al Wall Street Journal, a Daily News e a Newsweek. Ma ho accettato che girassero su di me un breve documentario indipendente, parlo volentieri con i piccoli blog o con i giornali d’oltreoceano. Per me la cosa importante è che chi vuole trovarmi debba fare un sforzo”. Continua insomma a nascondersi, pur senza sforzarsi: la libreria ha un sito, e chi vuole può rintracciare il libraio e da lì cercare di conoscerne indirizzo e citofono. Che è poi quello che ho fatto io.

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Ospiti da Brazenehad Books.

La prima volta che, seguendo le indicazioni di un sms, entro finalmente a Brazenhead Books, mi ritrovo in quella che è soltanto l’ennesima incarnazione della casa-libreria: c’è un bagno ricavato dietro uno sportello di legno, una finestrella in alto sul soffitto, qualche ventilatore, uno spazio per bottiglie e bicchieri scavato tra i libri. È tutto minuscolo, sono tre piccole stanze, i libri sono affastellati in ordine casuale, in torri pendenti che reggono per miracolo; alcune di queste torri sono lì solo per sdrammatizzare, come una raccolta di fiction erotica d’annata con titoli improbabili.

In un salottino, uno studente universitario che ha appena scoperto questo posto lo annuncia a qualche amico al telefono (“Sono qui che bevo vino e discuto di letteratura!”), ma non parla con nessuno: i veri frequentatori della libreria sono altri. Mentre mi aggiro per le minuscole stanze, mi rendo conto che è in corso una specie di riunione di The New Inquiry, il magazine letterario che è nato proprio intorno a Michael. Un redattore sui trent’anni mi racconta di aver spartito casa con il cofondatore di un noto magazine snob-letterario “solo per ambizione”, si fanno discorsi sulla crisi dell’editoria che somigliano a quelli che si possono ascoltare in Italia (ma con numeri molto più grandi), passano le ore, arrivano nuove persone, Michael fuma molti sigari, allarga sempre di più il suo sorriso un po’ sdentato e, contraddittoriamente allo spettacolo benevolo e irregolare della sua bocca, a un certo punto annuncia: “Mi sono sposato due volte, la prima per amore, la seconda per i denti e per l’assicurazione sanitaria”. La serata finisce verso le quattro del mattino.

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Brazenhead Books oggi.

La seconda volta che vedo Michael, Brazenhead Books è a un’altra reincarnazione ancora. Dopo lo sfratto dal minuscolo appartamento, siamo direttamente a casa sua, anche se questo non viene dichiarato apertamente. Lo spazio è molto più grande, i libri sono in un vago ordine (per genere, periodo, formato), anche se dietro alla prima fila ce n’è sempre una nascosta, che mi auguro ospiti solo doppioni o seconde scelte. C’è anche la camera da letto, con due materassi sistemati a terra e un laptop acceso e uno studio o camera per gli ospiti, ma all’inizio queste due stanze rimangono chiuse.

Michael stavolta ha un’assistente che risponde al citofono quando non lo fanno gli ospiti stessi, e che andandosene gli ricorda brevemente cosa sistemare in sua assenza. È la serata del poetry salon, e dopo un po’ un gruppetto di ventenni si sistema in soggiorno a leggere i propri versi, appuntati principalmente su taccuini (anche se una ragazza li conserva sull’app Note dell’iPhone). I frequentatori di Brazenhead tendono a conoscersi tutti, ed è forse per questo che una ragazza scalza – che ha appena letto a voce alta le sue poesie – mi si avvicina per sapere chi sono e se per caso ho colto il “lieve sottofondo femminista” dei suoi versi.

L’idea della quantità di libri rari che si possono recuperare da Brazenhead (per di più senza nemmeno spendere tanto…), ce la si può fare solo entrando in questo appartamento. Per dire: qui ho trovato un volume di cui su eBay esisteva solo una copia al mondo, venduta a 300 dollari, che grazie a Michael rimedio per 20. Certo: non c’è più la copertina, ma che importa? I prezzi, segnati a matita, non superano i 150 dollari neanche per le prime edizioni. Gli amici pagano meno, se Michael è generoso, o molto di più, se sono generosi loro.

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Ancora tra le stanze di Brazenhead.

Giorni dopo, alla ricerca delle origini di Brazenhead Books, faccio una passeggiata a Boerum Hill. Sebbene nessuno si riferisca più a questa zona come a Gowanus, 30 anni più tardi il processo di gentrificazione non può dirsi ancora completo. Poco oltre le brownstone della collina vera e propria, un negozio di tassidermia con un piccolo museo e una galleria d’arte sono le uniche, ostinate eccezioni in ampie strade costeggiate da capannoni e depositi di taxi con insegne che promettono di far riottenere la patente a chiunque l’abbia persa a suon di infrazioni.

Mezzi pesanti attraversano i ponti che Dylan Ebdus e Mingus Rude percorrono nella Fortezza della solitudine per raggiungere i muri su cui lasciare le loro tag. Oltre il ponte sopraelevato, Gowanus si divide in tanti piccoli canali e sfocia in mare, non visto da chi fa il bagno più a ovest, a Coney Island. Ma quella di Brazenhead è ormai da anni una storia ambientata a Manhattan. In una piccola eccezione tra i condomini lussuosi dell’Upper East Side, da cui a ogni ora fuoriescono, salutate dal portiere in divisa, signore col cagnolino.

 

Foto dell’autrice.