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Bologna, la mia

Com'era semplice emulare Balzac e com'è difficile lasciarla. Un racconto di Emidio Clementi.

 

Qualche tempo fa ero seduto in taxi accanto a una signora appena conosciuta. Stavamo attraversando Roma, diretti verso la biblioteca dove lei lavorava e dove quella sera avrei tenuto una lettura.

Per vincere l’imbarazzo reciproco mi sono messo a parlare di me. Le ho raccontato qualcosa sulla mia famiglia, delle mie origini marchigiane e dello struggimento che provo ogni volta che mi trovo di fronte a uno di quegli orribili palazzi costruiti durante gli anni del Boom economico, così frequenti lungo la costa adriatica. Le ho anche spiegato come quella mia perversione fosse probabilmente legata alla nostalgia, visto che da quasi trent’anni mi ero trasferito a vivere a Bologna.

Era una bella giornata di primavera. Fuori dai finestrini del taxi, una Roma caotica, invogliava alla spensieratezza.

“E come mai hai deciso di andare a vivere proprio a Bologna?” mi ha chiesto a un certo punto la signora stupita.

La domanda lì per lì mi ha spiazzato.

“Non saprei”, ho risposto evasivo. “È passato così tanto tempo che non me lo ricordo più”.

Ho aggiunto che comunque Bologna era una città dove si poteva vivere abbastanza comodamente, con un buon senso civico e una posizione strategica per chi, come me, viaggia spesso.

La signora però non sembrava soddisfatta, e nemmeno io. La mia era la risposta di un uomo di quarantasette anni, senza dubbio diversa da quella che avrei potuto dare trent’anni prima.

Fatto sta che la sera, da solo in hotel, la domanda della bibliotecaria di Monti mi girava ancora in testa.

Sono perciò dovuto tornare indietro nel tempo, a quegli anni inquieti e confusi in cui l’idea di un altrove meno asfissiante occupava stabilmente la mia immaginazione. Solo allora mi è stato di nuovo chiaro come Bologna all’epoca rappresentasse ai miei occhi di adolescente né più né meno che il centro del mondo, o perlomeno il centro di quella parte di mondo che potevo considerare alla mia portata.

Più di Milano o di Roma, legata a un’immagine dell’Italia troppo usurata per affascinarmi, Bologna dava l’idea di una città giovane, all’avanguardia, pronta a flirtare col resto del mondo, ricca di spunti creativi. I disegnatori di Frigidaire vivevano quasi tutti a Bologna, i Gaznevada erano di Bologna, i Tuxedomoon ci passavano lunghi periodi tra un tour e l’altro e nei club arrivavano band da ogni parte del mondo, come a Londra o a San Francisco. E poi lì s’erano trasferiti a vivere i miei migliori amici, i più intraprendenti, e ogni volta che li incontravo mi chiedevano quando li avrei raggiunti.

“A Bologna è tutta un’altra cosa” non facevano che ripetermi.

Così un giorno sono partito anch’io, in autostop come si usava allora, dopo due anni spesi in giro per l’Europa ad accumulare freddo e solitudine.

Di una cosa sono sicuro, Bologna non ha tradito le mie aspettative. Mi ha indicato una strada, mi ha fatto diventare quello che avevo sempre sognato di diventare, ha trasformato radicalmente la mia esistenza ma soprattutto mi ha dato la possibilità di scoprire una parte di me sepolta sotto strati di diffidenza e timidezza.

Bologna dava l’idea di una città giovane, all’avanguardia, pronta a flirtare col resto del mondo, ricca di spunti creativi.

Può suonare puerile, ma è stato a Bologna che ho scoperto che ci si poteva stringere tra amici e mostrare la propria inadeguatezza senza imbarazzo. Quello che a San Bendetto veniva percepito come una tara qui era considerato un segno di originalità.

Per anni la Bologna che ho frequentato è stata quella del circuito alternativo: l’Isola nel Cantiere, il Qbo, il Casalone, il Link, la sala concerti di via Vezza e le case occupate di via del Pratello, dove ho vissuto la parte più eccitante della mia giovinezza. Di bolognesi veri e propri, nel giro, ce n’erano pochi. La maggior parte erano ragazzi arrivati da fuori con un passato simile al mio, privi di un reale senso di appartenenza nei confronti della città ma legati tra loro da un’idea di comunità, un sentire condiviso.

Insieme formavamo una scena variopinta, eccentrica, con punti di riferimento precisi e luoghi d’incontro, fiera della propria diversità. Il mondo di fuori veniva giudicato ostile e forse (ma questo non lo avremmo ammesso neanche a noi stessi) ci spaventava. Non ci si ritrovava mai a bere in un bar qualunque, non ci si spingeva mai oltre i confini, se non per tornare a casa, che cambiava spesso, in base alle necessità o a nuove amicizie.

È quello che è successo anche a me. In trent’anni a Bologna credo di aver vissuto in almeno una ventina di appartamenti diversi e a metterli in fila, in ordine cronologico, mi rinfranca vederci un lento ma costante spostamento, non dico verso l’agiatezza, ma almeno verso la comodità.

Lo studentato Menarini di San Lazzaro. Un palazzone bianco, appartato. Ci si arrivava per una laterale della via Emilia. Appena salito dalle Marche, vedevo Bologna dalla finestra del nono piano, lontana, quasi irraggiungibile. Dividevamo due camere in sette persone, cinque abusive, tra cui io. Ho resistito meno di un anno, poi mi sono trasferito un chilometro più in là, sempre lungo la via Emilia, in un condominio anonimo, con la proprietaria di casa che abitava nell’appartamento di fronte. Con gli altri inquilini non avevo rapporti, il frigo era diviso in scomparti e se ti azzardavi ad allungare le mani su una mela o una confezione di uova acquistata da un altro venivi subito processato in cucina, l’unico spazio condiviso.

Il primo passo significativo verso l’emancipazione è stato dividere casa con gli amici, piuttosto che con degli sconosciuti. È stato così in via Corticella, in via Cesare Battisti, in via San Leonardo, in via San Felice, in via Mezzofanti, di nuovo in via Corticella e infine in via del Pratello, dove arrivai nel 1990.

Due numerici civici, il 76 e il 78, su cui da anni gravava un decreto di inagibilità. Ci entrammo una mattina d’estate muniti di una scala. Otto appartamenti a disposizione da dividerci in due. Passavamo una settimana al primo piano, poi ci spostavamo al secondo o nel civico accanto, dove in soggiorno c’era un bel camino. Accenderlo però era rischioso. I topi, asfissiati dal monossido, cadevano stecchiti giù dalla canna fumaria con un rumore morbido, di frutta matura.

 

 

Bastarono poche settimane e la casa cominciò a popolarsi. Giunse gente dall’Isola nel Cantiere appena sgomberata, qualcuno da altre occupazioni, il resto dai propri paesi d’origine. Io mi piazzai al terzo piano del 78, un appartamento di un’ottantina di metri quadrati con una soffocante carta da parati a fiori e due camere da letto collegate tra loro da uno stretto corridoio a metà del quale scavammo un buco per piazzarci sopra una linea telefonica da utilizzare in comune con Camacho e lo Smilzo, gli occupanti dell’appartamento a fianco.

Il quartiere ci accolse con benevolenza. Erano anni in cui occupare una casa non scandalizzava quasi nessuno, specialmente gli abitanti del Pratello, abituati a l’illegalità e a ogni tipo di stravaganza. Avevamo sconti dalla sfoglina, in qualche osteria e nel negozio di generi alimentari. La proprietaria, una tipa sveglia, con un passato che immaginavamo burrascoso, ce lo concedeva in quanto studenti e anche se la maggior parte di noi, al momento di pagare, ammetteva di non aver mai messo piede all’università, per lei studenti lo eravamo lo stesso.

“Ve lo dico io cosa studiate voi” ci gridava da dietro la cassa, la voce rauca: “Voi siete degli studenti in cazzologia, altroché!”.

In poco tempo la strada diventò un punto di riferimento, attirò gente anche da fuori, incuriosita da un’idea di occupazione nuova, scollegata dalla politica e dalle solite rivendicazioni sociali. Tra loro c’erano anche dei produttori, qualche regista, dei videomaker, venuti apposta a sfruttare la vivacità che avvertivano in giro, pronti a mettere sotto contratto i più creativi tra noi.

Ma era una scena, la nostra, troppo anarchica e indolente per adattarsi ai ritmi dell’industria culturale e chi tentò quella strada fallì, portando con sé una disillusione che li avrebbe segnati per sempre.

Io però all’epoca me ne ero già andato. La strada aveva cominciato ad andarmi stretta. C’era un mondo di fuori che volevo conoscere, stufo di doverlo considerare ostile. Lo avevo compreso lavorando per una ditta specializzata in sgomberi di cantine e solai. La ditta era gestita da un pazzo, Pietro Zaccardi, una specie di Shylock del sottosuolo.

Prima o poi tutti hanno bisogno di sgomberare una cantina, i morti di fame e l’alta borghesia, gli aristocratici e i parvenu. Zaccardi lo aveva capito e ci aveva costruito una piccola fortuna. Succedeva così che la mattina ci ritrovavamo in un modesto condominio della Barca, quartiere per antonomasia della working class bolognese e degli immigrati e il pomeriggio in una lussuosa villa sui colli, dove perfino i domestici riuscivano a metterci in soggezione. Entravamo nelle loro case, sbirciavamo nel loro passato, accatastavamo oggetti, scambiavamo due parole coi proprietari; in quella maniera scoprii una verità che oggi posso considerare scontata, ma che allora non lo era affatto, e cioè che il mondo è più complesso di come appare a un primo sguardo e contiene un mucchio di storie preziose, che non aspettano altro che essere raccontate.

Volevo emulare Balzac.Non aveva pregiudizi, l’umanità lo appassionava in tutte le sue sfaccettature, così come le strade, i quartieri, e io volevo fare altrettanto con quello che avevo intorno, Bologna.

Credo che per la mia carriera di scrittore non ci siano stati anni più utili di quelli. Volevo emulare Balzac. Mi piaceva il suo sguardo, la maniera in cui riusciva a descrivere con la stessa passione gli intrighi di corte e quelli dei bassifondi di Parigi. Balzac non aveva pregiudizi, l’umanità lo appassionava in tutte le sue sfaccettature, così come le strade, i quartieri, e io volevo fare altrettanto con quello che avevo intorno, Bologna.

Ancora oggi quando passeggio in città con le mie figlie succede che, girando tra le corsie della Coop Ambasciatori, la nuova libreria di via Orefici, mi perda a raccontare di quando quel posto non era ancora una libreria, ma un cinema (tralascio giusto di riferire che il vecchio Ambasciatori proiettava esclusivamente film a luci rosse).

“E voi, bimbe, non riuscireste mai a immaginare chi è stata l’ultima persona che è entrata qui dentro e ha portato via tutto quello che c’era rimasto, le poltroncine in sala, i lampadari di cristallo, la merda dei piccioni e gli specchi d’epoca all’ingresso. Volete che ve lo dica? Sono stato io”.

Oppure, allo stesso modo, risalendo via Nosadella, mi capita di fermarmi di colpo di fronte a un vecchio portone incassato sotto al portico.

“Qui una volta viveva un tipo strano” attacco, “Non usciva di casa da vent’anni. Non faceva altro che accumulare provviste. E sapete, dopo che è morto, chi ha portato via tutta quella roba? Pareti intere di cibo in scatola, pile di riviste rosicchiate dai topi, cumuli di prodotti per il bagno e poi i ragni, le zecche, gli scarafaggi? Sempre io, vostro padre”.

Credo che presto Nina e Vera finiranno per odiarmi, ma è più forte di me.

Non c’è nostalgia in quei racconti, non tornerei mai indietro. Sgomberare cantine è un lavoro malsano. Ore e ore al buio, a contatto con la polvere e un passato di cui la gente non vede l’ora di disfarsi, però mi piace averlo fatto. Da allora io e Bologna siamo diventati intimi, la città mi ha raccontato cose di sé che pochi conoscono e non smetterò mai di andare fiero di certe confidenze.

Abbandonata via del Pratello sono cominciate le convivenze. Con Sandrina ho vissuto qualche anno in un minuscolo monolocale di via San Carlo, all’inizio accogliente, poi asfissiante. Terminata la storia d’amore con Sandrina, mi sono trasferito in un negozio di via Saffi adattato ad abitazione. Il negozio era proprio di fronte a un distributore di benzina: ci abitava Simona. Per entrare dovevi alzare la saracinesca, come faceva mio nonno tutte le mattine col suo negozio di alimentari ad Ascoli. L’appartamento era al piano terra, non c’era luce, e aveva le stanze a vista. A pensarci ora – che da quasi dieci anni vivo in pieno centro in una bella casa segnata dagli anni – mi vengono i brividi, e avrei voglia di ringraziare Simona per avermi lasciato, concedendomi un’opportunità di vita diversa, più completa o almeno più confortevole.

 

 

In via Castiglione ci vivo con mia moglie e le nostre due figlie. Oltre le mura e le finestre la città sembra sempre la stessa, un’enorme tenda rossa, come la definì a suo tempo John Berger. Eppure tutti dicono che è cambiata, e in peggio. Non è un’impressione che ha solo chi vive a Bologna, ovunque mi capiti di andare, a Torino oppure a Lecce, a Vicenza o in Toscana, il refrain è sempre lo stesso: “Bologna non è più quella di una volta”. Il fatto è che non capisco mai quale sia questo passato mitico a cui tutti alludono, se si riferiscono agli anni Settanta, agli Ottanta o ai Novanta, anche se spesso ho il sospetto che semplicemente coincida con la loro giovinezza.

Io di solito annuisco. Non ho voglia di impelagarmi in certe discussioni, forse perché non ho un’opinione precisa al riguardo. Vivendoci a contatto tutti i giorni mi manca la giusta distanza prospettica per percepire il cambiamento. Non so nemmeno poi se a cambiare sia stata la città oppure io e mi chiedo se quella spinta che tanti pretendono di ricevere dall’esterno non sia venuta a mancare ancora prima dentro, me compreso.

In genere si accusano la politica e la negligenza delle amministrazioni che negli ultimi anni si sono succedute a Palazzo D’Accursio. Probabilmente non tutte le giunte sono state all’altezza, è vero. Mi chiedo solo se sia giusto affidare alla politica tanta responsabilità, se la politica possa realmente avere un ruolo decisivo nel rendere un luogo seducente, degno di essere vissuto. Ho i miei dubbi. Non parlo di piste ciclabili e di un corretto smaltimento dei rifiuti, di aree pedonali e di servizi. Il fascino di una città non è determinato da altro?

I primi anni a Bologna né io né gli amici che frequentavo ci interessavamo di politica, né alla politica chiedevamo niente. Eppure avevamo tutto quello di cui avevamo bisogno per sentirci vivi. Mi riesce più facile allora essere fatalista e pensare che ogni città abbia i suoi cicli, immaginare un’energia che viaggia, si deposita per un po’ da qualche parte e poi si trasferisce altrove, per poi un giorno, si spera, tornare. Ma sono convinto che anche oggi, primavera del 2016, una nuova generazione possa trovare a Bologna quello che io ho trovato trent’anni fa. Gli stimoli ci sono, le opportunità meno, ma questo non deve creare alibi.

Come accade nei rapporti sentimentali di lunga data, ci sono poi momenti – è vero – in cui mi piacerebbe prendere una strada e non sapere dove va a finire, girare un angolo e trovarmi di fronte un giardino, una chiesa, un palazzo di vetro e acciaio mai visto prima. Ma poi penso all’attaccamento che provo nei confronti di Bologna, al debito che ho con lei, all’affetto che mi ha donato e continua a donarmi e realizzo che mi sta bene così, che a perdermi ci penserò un’altra volta, magari quando sarò a Berlino o a Tangeri, con un biglietto di ritorno già pronto in tasca.