Foto: Nick Richards/CC.
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Binario Magrelli

La vicevita ferroviaria di Valerio Magrelli.

 

“Istruzioni per raggiungere casa Magrelli” è l’incipit dell’sms che mi invia il poeta e scrittore Valerio Magrelli alle 16:12 di un giorno di luglio 2016. L’appuntamento è per la mattina successiva e la sera consulto più volte il messaggio come fosse una guida d’autore dedicata a un solo angolo di Roma, quello a lui più vicino, in cui si addormenta e si risveglia. Il percorso è descritto in modo dettagliato: la via da imboccare, la direzione da seguire, il lato della strada su cui tenersi, quello sinistro, ed è ricco di punti di riferimento: semafori, ponti, teatri, “dopo uno slargo con edicola di giornali”, “il numero civico non appare, ma il portone è il primo a destra, con il nome sul citofono, in un palazzo di marmo con bugnato e diamante”.

Una volta qui, leggo l’avviso affisso nell’androne, “è severamente vietato trascinare lungo le scale del XV secolo, (appena costosamente restaurate dai condomini), valigie, trolley o ogni altro tipo di oggetto simile”. Per queste scale Valerio Magrelli solleva valigie e borse ogni settimana, da quasi tre decenni. “Il mio pendolarismo quest’anno compie ventisette anni, di cui dodici a Pisa e gli altri a Cassino”, racconta nel salotto di casa, meta di quell’sms, cartina di una città personale. Da qui si è spostato prima come ricercatore e poi come professore ordinario di Letteratura Francese all’Università di Pisa e in seguito a quella di Cassino. Al suo spostarsi quotidiano, e al viaggiare di una vita ha dedicato il saggio La vicevita. Treni e viaggi in treno, (Contromano Laterza, 2009).

Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè, risiede altrove. La nostra vita pullula di queste attività strumentali e vicarie, nel corso delle quali più che vivere, aspettiamo di vivere. Sono i momenti in cui facciamo da veicolo a noi stessi. È ciò che io chiamerei la vicevita.

“Dopo venticinque anni di disperati tentativi di tornare a Roma, ho ricevuto un’offerta dall’università. Ho passato qualche notte in bianco e alla fine ho rifiutato”, racconta Magrelli, “Adesso mi trovo bene, questa vita ormai divisa è diventata parte di me. La settimana scorsa ero su un treno che ha preso fuoco. Ho ripensato a una mia vecchia poesia, Treno-cometa, su un treno merci andato in fiamme, e ho ripreso a scrivere un libro su cui ero bloccato da tempo. Avevo questo mozzicone isolato e insensato di narrazione, che non andava né avanti, né indietro, cinquanta pagine scritte in cinque anni. A mia volta, quel giorno, non potevo andare né avanti né indietro. La ferrovia era in fiamme, gli altri treni per Roma erano in sciopero e così sono rimasto da solo nella vecchia casa al mare, a Santa Marinella, e in due giorni ho scritto ottanta pagine”.

Chi sta in treno, è segno che vuole andare da qualche parte, e lo fa sempre e solo in vista di qualcos’altro. Il suo scopo, cioè, risiede altrove. È ciò che io chiamerei la vicevita.

Il transito costante, vicinissimo, del treno, io che sto sul terrazzo e saluto mio padre che va a Genova. Cosa significa quel padre in fuga, la sua apparizione brevissima e quell’addio che invece dura da quarant’anni? Me lo ricordo solo che saluta. Essere padre, forse, vuol dire salutare.

“Trascorrevamo l’estate in questa casa schiacciata tra mare e ferrovia. Dalla terrazza si vedeva la stazione. Una volta mio padre mi disse che sarebbe passato di lì con il treno per andare a Genova, e io lo aspettai per salutarlo. In realtà è come se avessi avuto questa specie di premonizione, mio padre viaggiava pochissimo e la linea che prese quella volta, fu la stessa che avrei poi fatto io per venti anni”.

Feci il mio primo viaggio in aereo all’età dei sei anni, destinazione Treviso. Che spedizione insensata: partii con mio padre per visitare una fabbrica di caldaie.

In Geologia di un padre, (Einaudi, 2013), Magrelli racconta il suo battesimo dell’aria, le caldaie a Treviso, ma il treno rimane il suo veicolo di libertà, “In aereo”, dice, “sei continuamente sollecitato: e il taxi e le file e i bagagli e la perquisizione e scendi e sali e gli annunci, non mi interessano la temperatura, dove siamo, il nome del capitano, non è un viaggio è un’interrogazione”.

In treno leggo, e leggo per narcotizzarmi, narcotizzando il viaggio: lettura, come antidoto. Metto in stand-by le pulsioni, le paure, i desideri, conservando soltanto il funzionamento della mente. Si chiama paradiso.

“L’altro ieri ho rivisto il film, Il discorso del re. Edoardo dice al padre, Ho sempre avuto paura di te. Il padre gli risponde, è giusto perché io ho avuto paura di mio padre. Quello che è successo con questa generazione è che si è rotta la catena per cui il violentato violenta, l’abusato abusa, il derubato ruba. Mio padre è appartenuto alla generazione che andava nei bordelli. Magari vedendo un uomo spingere una carrozzina, nonostante poi fosse una persona aperta, avrebbe pensato, Dio che orrore. Conosco coppie gay che hanno adottato bambini, a New York ho visto molte donne con figli, è molto bello, parlerei di una fioritura”.

Se sul treno ti siedi al contrario
Con la testa girata di là
Vedi meno la vita che viene
Vedi meglio la vita che va

Mentre parliamo cita una poesia di Vivian Lamarque, dedicata a Giorgio Caproni. L’autrice ha dichiarato di averla scritta in treno, pensando a quelle persone che soffrono se sedute in direzione opposta all’andatura del mezzo. “Ora te la mando con un sms”, mi dice, poi torniamo a parlare di padri e di Pisa. Di quella città conserva ricordi di burocrazie, di professori padri-padroni, autoritari, autorevoli, sopraffattori. “La torre di Cassino è più bella di quella di Pisa”, afferma, “Tanti fanno avanti e indietro da Roma, a me piace molto rimanere a dormire in albergo a Cassino, andare a cena con gli amici e ritornare a casa il martedì sera o il mercoledì”.

Per tutti i dodici anni di tratta Roma-Pisa non ha mai dormito in treno, ma ha fatto un viaggio in pigiama. Si era svegliato tardi e per non perdere il treno era corso in stazione così, con l’abito del professore sopra quello del dormiente. Il treno come una seconda casa Magrelli, dove negli anni, oltre ad arrivare in pigiama, si è fatto la barba, si è autoinflitto delle iniezioni d’insulina per i dolori causati dal colpo della strega, ha tradotto una poesia seguendo il ritmo del treno-metronomo, e quando ha avuto un po’ di sonnolenza è stato per via di una mononucleosi, “Leggevo e vedevo le gocce di sudore colare sulle pagine”. Una vicevita attiva, “Appena salito in treno leggo sempre libri faticosissimi perché l’attenzione è fresca. Ad esempio ora sto leggendo Medusa di Jean Clair, folgorante, e un altro, Avvicinamenti, Droghe ed Ebrezze di Ernst Junger. È come leggere poesia, dopo mezz’ora ho un senso di soddisfazione e dovere, è faticoso, così apro il giornale ed ecco che con una precisione meccanica, inesorabile, arriva il tunnel”. Con il buio però arriva il cinema-treno, “Siccome ho un grande e immenso super-io, non mi concedo il filmetto bensì sul computer mi sono visto i film di Harold Lloyd”.

Nel finale del film muto An Eastern Western, Harold Lloyd si nasconde dai cattivi fingendo di salire su una locomotiva di passaggio. I cattivi vanno via pensando gli sia sfuggito e arriva l’amata, l’eroina che gli corre fra le braccia. Lui, finalmente, sul binario vuoto, le mette un anello al dito, disegnandolo con una penna.

Il treno-condominio con le sue liti.

“Un giorno nel vagone c’era un uomo che urlava al telefono. Io inizio gentile e gli chiedo, Mi scusi, può parlare un po’ più piano? Lui mi risponde, Io parlo come voglio. Io, senza soluzione di continuità mi metto a urlare a squarciagola, ALLORA ANCHE IO, ALLORA PARLIAMO TUTTI COME CAZZO CI PARE. Questo dice preoccupatissimo al telefono, dando una definizione bellissima di me, Scusami ti devo lasciare che qui ho incontrato un fusibile. Aveva ragione. Io sono il fusibile. Sono quello che salta per primo, perché quelli intorno erano disturbati ma non dicevano niente”.

A quest’ora l’occhio
rientra in se stesso.
Il corpo vorrebbe chiudersi nel cervello
per dormire.
Tutte le membra rincasano:
è tardi. E queste due ragazze
sul sedile del treno
s’inclinano col sonno nella testa
stordite dal riposo.
Sono animali al pascolo.

“È la prima poesia in cui mi sia capitato di evocare un treno”, scrive ne La vicevita. Nell’ultimo mese è stato un passeggero diretto a Bergamo, Urbino, Macerata, dove ha tenuto una serie di conferenze. Il prossimo treno che prenderà sarà quello per la Sicilia, “Parteciperò a un convegno di un gruppo di narratori, ci saranno Fabio Stassi, Michela Murgia, Giorgio Vasta, ci vado per amicizia. Alcuni di loro li ho incontrati da poco ed è nata una grande simpatia. Qualcuno mi ha detto, Sei stato una sorpresa, pensavo fossi un vecchio trombone. Avendo esordito a ventitré anni, per tanti anni ero io il giovane e non pensavo potesse esistere uno più giovane di me. Ho assistito a questo transito per cui ora sono il vecchio simpatico. Sono ottimista, vedo in molti di loro vivacità, passione, sono delle intelligenze all’opera. Dico sempre che, con tutto il rispetto, sono contro l’effetto Arbasino del Ai miei tempi c’era Gadda. Embè, ai nostri ci sono Bolaño e Sebald. Come dice Paolo Virno, grande filosofo e amico: Sono con Musil, detesto chi tiene il broncio al proprio tempo”.

Il treno come una seconda casa Magrelli, dove negli anni, oltre ad arrivare in pigiama, si è fatto la barba, si è autoinflitto delle iniezioni d’insulina per i dolori causati dal colpo della strega, ha tradotto una poesia seguendo il ritmo del treno-metronomo.

Una stazione indietro nel tempo: quella di Sezze Romano, ciociaria, banchina, e un giovane Valerio Magrelli, di ritorno da una lettura pubblica. Ha perso il treno per tornare a Roma. Dovrà aspettare il successivo, che partirà dopo un’ora. “In quel periodo mi ero lasciato con mia moglie, poi ci siamo sposati evidentemente. Stavo così male davanti a queste montagne, a questo cielo azzurro, davanti alla bellezza del posto, alla potenzialità della stagione. Stendhal dice, La bellezza è una promessa di felicità. Io vedevo quella giornata di giugno, la vivevo, però ero in lutto”.

L’ultima immagine che mi regala è un autoritratto, “Sono un vu’ imparà, mi vedo che giro con i libri e piazzo merce cognitiva”.

Post scriptum – post intervista

Scendiamo le scale del XV secolo e passeggiamo per le vie descritte nell’sms, “Indicazioni per casa Magrelli”. Poco dopo esserci salutati comincia a diffondersi la notizia della scomparsa del poeta Valentino Zeichen. Nel pomeriggio sul sito di Repubblica compare un articolo a firma Valerio Magrelli, mi colpisce molto questo passaggio: “Nel frattempo si annida la polvere/ Sul nodo scorsoio della cravatta. D’altronde sia chiaro, questa poesia riflette il proverbiale dandysmo dell’autore, dandysmo che, politicamente, si traduceva nella paradossale, provocatoria e indifendibile posizione di nullatenente conservatore”.

Ripercorro nella mente le foto della baracca in cui viveva Zeichen, una vicecasa, e ricordo la sua voce che un giorno di fine 2015 entrava nella mia cucina attraverso un telefono messo in modalità viva voce. Dettava così i suoi versi a un mio amico, Ivan Carozzi, che poi li trascriveva e pubblicava ogni mese sulla rivista linus. La voce metallo-telefonica parlava di centrali atomiche, quotazioni aeree delle ville dell’Argentario e di gloriosi tigrotti verdi. Dopo averla recitata una prima volta chiese, “Va bene, così, o la rileggo?”. “Rileggila, se ti va”, rispose il mio amico. Così riuscimmo a trattenere ancora per un po’ la sua voce.

Finisco di scrivere questo post scriptum – post intervista all’1:57 di mercoledì 12 luglio. Le ultime ventiquattr’ore le ho passate lavorando a questo pezzo e monitorando le notizie sulla strage ferroviaria in Puglia. Mi trovo esattamente a un’ora e nove minuti dal luogo dell’impatto, tra Andria e Corato. Attualmente i morti sono ventitré.