Foto: Rafa Rivas/Getty Images.
Commenti

Bilbao non esiste

Non solo Guggenheim ma anche pioggia, vento e lingua incomprensibile.

 

A Bilbao piove, spesso. Quasi sempre. L’acqua bagna i capannoni industriali della periferia: mattoncini rossi in una terra altrimenti verde, appena aspra e molto rigogliosa. Il treno che entra in stazione quasi non fa rumore. È una città silenziosa e in qualche modo vigile. Per quaranta anni, Bilbao è stata la capitale del terrorismo. Delle 830 persone morte per mano di ETA, quasi una cinquantina hanno perso la vita qui. L’ultima è stata uccisa il 13 ottobre del 1997. Si chiamava José María Aguirre Larraona, aveva 35 anni e faceva il poliziotto. Presidiava il Guggenheim prima della sua inaugurazione. Il Guggenheim è la grande attrazione della città e i turisti che sono venuti a visitarlo si riconoscono subito. Sono gli unici che tirano fuori l’ombrello una volta usciti dalla stazione.

I bilbaini invece fendono il pulviscolo di umidità penetrante con una sicurezza che non si confà a chi è vissuto sotto scorta. Sono dritti e decisi. Quasi sfrontati, come la frangia blu di una quarantenne sul tram. Indossa pantaloni neri attillati e anfibi alti. Ricorda una berlinese degli anni Ottanta, o l’immagine che si può averne all’estero. “I baschi non scopano”, si sente dire. Sarà che è gente di sguardi diretti e di modi cordiali ma sbrigativi. Gente indipendente e indipendentista che fa mostra di giacche sbrindellate e del riconoscibile taglio di capelli che lascia lunga una ciocca, o un rasta, sulla nuca. La pioggia non dà tregua e ingrigisce le facciate di Abando, il quartiere della buona borghesia che ricorda Bruxelles: viali pulitissimi con pedoni alternativi fuori tempo massimo. Abando fu costruita a fine Ottocento, quando venne annessa alla città più antica che si sviluppa nella parte opposta del fiume.

Continua a piovere, eppure passeggiare con l’ombrello ti rende ridicolo e ti viene da pensare che, se non fosse per la spocchia delle archistar, Bilbao potrebbe essere Liverpool.

La riva era una zona industriale e adesso ospita il Guggenheim di Frank Gehry. Il ponte che lo unisce al centro storico è stato progettato da Santiago Calatrava. Una struttura bianca con un’unica volta e un suolo di tessuto morbido. Sembra moquette, è nera e invita a camminare piano, a guardare sotto, dove scorre il Nervión. Il progetto venne inaugurato appena prima del Museo, appena prima del mancato attentato che costò la pelle ad Aguirre Larraona. Continua a piovere, eppure passeggiare con l’ombrello ti rende ridicolo e ti viene da pensare che, se non fosse per la spocchia delle archistar, Bilbao potrebbe essere Liverpool. Caseggiati anonimi delineano il paesaggio sull’altra sponda. Dal profilo delle case svetta una ciminiera. Sembra impossibile, ma proprio tra quattro palazzoni c’è un teatro con trent’anni di attività, o almeno così dice Google Maps. Si chiama La Fundición e l’ingresso non si trova a meno che tu non chieda ai ragazzini che di sabato sera si ritrovano sotto casa. Ascoltano e ballano reggaeton. “Sta di là” ti dicono. “Grazie, agur” rispondi. Agur in basco significa “ciao”.

Il basco è una lingua incomprensibile. Per intendersi, su un tovagliolo di un bar puoi trovare scritto: Eskerrik Asko Etortzeagatik. Cerchi di riconoscere un “grazie per averci scelto”, “grazie per la visita”, un “grazie per qualcosa” ma non ci riesci. E allora pensi che forse sei finito a Stoccolma. Ma la quantità di bar in cui ti sei imbattuto prima di sceglierne uno ti ricorda che sei in Spagna. Anche se della smodata e chiassosa fame di condivisione che hanno gli iberici, nei bar di Bilbao c’è poca traccia. Le tapas hanno spiegazioni complicatissime: quiche di porri con riduzione di balsamico e pepe rosa. A Madrid ti offrirebbero una tortilla di patate, ovvero una frittata alta due dita.  E alla birra si sostituisce il vino, in grossi calici, più che in bicchieri dal fondo spesso. Fortunatamente nessuno si offende se parli spagnolo. Sarà che qui l’indipendentismo è in picchiata. Quasi quattro baschi su dieci non vogliono l’indipendenza, dicono i sondaggi. È il dato più basso degli ultimi 17 anni. C’è stato un ultimo rigurgito mediatico quando all’inizio di marzo è uscito di prigione Arnaldo Otegi, marxista, ex-etarra ed ex-portavoce di Batasuna, partito illegale dal 2003. Era dentro per incitazione al terrorismo, per aver tentato di rifondare Batasuna, e si è sempre considerato un prigioniero politico. ETA ha deposto le armi nel 2010, dopo aver ucciso un ultimo poliziotto francese. Ed è possibile che della lotta per l’autodeterminazione resti solo il vezzo di un rasta sulla nuca.

 

 

Perché a volte smette di piovere. Deve soffiare un vento forte perché disperda le nuvole, ma capita anche a Bilbao dove la pioggia è una costante. E allora il singolare reticolato di immagini assume una certa armonia. Con il sole le opere delle archistar sembrano una fioritura e le rive del Nervión ancora più verdi. Per arrivare al quartiere più antico si può passare il Zubizuri, il ponte di Calatrava, o  prendere la metro. Fu inaugurata nel 1995, su progetto di Norman Forster. Acciaio, cristallo e un singolare sistema di passerelle sospese. Ricorda le atmosfere di Metropolis, o l’immagine che ce ne siamo fatti nel tempo. Il casco viejo è un reticolato di viuzze, non a caso è conosciuto anche come il quartiere de Las siete calles. La Basilica di San Giacomo è bianca, gotica. Nei vicoli non mancano i negozi di souvenir, per un turismo più massivo e meno sofisticato di quello che si trova al Guggenheim. Anche se non mancano le calamite per il frigo con Untitled di Mark Rothko. Ed hai la conferma che Bilbao nasconde un colore e un tempo che è di altre città. Che in fondo non è inospitale, ma solo complessa. Che è vigile. Bilbao è Berlino, è Liverpool, è Bruxelles, è Stoccolma, è Metropolis.  Bilbao è una catarsi, o forse non esiste. Ma sul treno di ritorno puoi sempre immaginare di esserci stato.