Foto: © Alessandra Lanza.
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Biella, birra e lana

Fino ad alcuni anni fa, Biella era nota come "la città della lana". Ora è la città della Menabrea.

 

Ogni volta che abbandono la città in cui vivo adesso, Milano, per rientrare in quella in cui sono nata, Biella, mi sale un po’ di malinconia. Non perché vado a riabbracciare i parenti o gli amici d’infanzia, quelli che come me rientrano una volta ogni tanto in cerca di evasione o quelli che a Biella ci sono rimasti, senza che io mai sia riuscita a capirne il motivo. Non perché rivedo i luoghi che mi hanno cresciuto, abitati da 45mila abitanti, con un tempo prevalentemente uggioso, odore di letame al mattino presto appena sveglio, se non abiti in centro città, ma appena fuori.

La malinconia comincia a farsi spazio appena abbandonata l’A4, al casello di Balocco o di Carisio, per salire verso Nord e raggiungere una città che ha sempre cercato di isolarsi dal resto del mondo, tenendosi a 30 km dall’autostrada e rinunciando a un treno diretto, che non esiste oggi né per Milano, né per Torino. In lontananza, guidando verso Nord, le prealpi biellesi, un po’ appannate di nuvole e foschia. D’estate sono d’un marrone quasi violetto, d’inverno bianche e grigie. A destra alberi e risaie, a sinistra alberi e risaie rimpiazzate pian piano dalla campagna.

 

Campagne-Biellesi---Alessandra-Lanza-crop

 

Il riso è il business del popolo della rivale Vercelli, da cui ci siamo emancipati nel 1993, preferendo fondare le nostre fortune sulla lana e sulla birra, due elementi che servono per tenersi al caldo, il che dà l’idea di quali siano le condizioni atmosferiche medie durante l’anno, difficilmente rimpiante da chi per motivi di studio e di lavoro si è trasferito altrove. Risalendo la superstrada verso le montagne, si viene accolti – ed ecco la malinconia – da scheletri di fabbriche abbandonate o ancora funzionanti a strapiombo sul torrente Cervo, asciutto d’inverno e balneabile d’estate se conosci le lame giuste in cui tuffarti. D’altra parte non abbiamo il mare e il torrente è meglio delle risaie.

Da quelle fabbriche, un tempo in auge e ora in maggioranza dismesse, arriva la moda italiana. Ermenegildo Zegna ha creato il suo impero partendo da lì, così i Cerruti e i Loro Piana. Un po’ come fece, negli anni ’80, Aiazzone con i suoi mobili. Ma se a suon di martellanti pubblicità gli arredamenti sono arrivati in tutta Italia, i filati biellesi sono stati capaci di conquistarsi i mercati mondiali.

 

Lanificio-Cerutti---Alessandra-Lanza-crop

 

Il filo della storia comincia in epoca romana, nel paesino di Lessona, che produce la prima lana grossolana. Poi corre filata dai lanaioli e dai tessitori del Medioevo, fino al Settecento, quando la produzione nostrana era talmente diffusa e intensa da rendere la concorrenza biellese e piemontese una minaccia per gli altri produttori del nord della penisola. Un secolo dopo, nel 1817, Pietro Sella ha introdotto nel lanificio di famiglia a Valle Mosso le prime macchine per lavorare la lana importate dal Belgio e la manifattura è diventata industria. Negli anni Settanta dell’Ottocento i telai meccanici sono arrivati anche negli stabilimenti biellesi affacciati lungo il Cervo e allora sono fiorite fabbriche, centrali elettriche, imprenditori.

Con la crisi degli ultimi anni, le imprese più piccole e deboli sono state spazzate via, ma quegli stabilimenti che hanno fatto di Biella la “città della lana”, rendendola ricca, fiera e un po’ spocchiosa, quando non sono rimasti spazi vuoti e diroccati, hanno acquistato una seconda vita artistica e culturale, trasformandosi in un teatro per mostre o eventi. Su tutte, la Cittadellarte della Fondazione Pistoletto ha riconvertito l’ex lanificio Trombetta in un centro dedicato all’arte contemporanea mentre il lanificio Pria conserva un archivio storico sulla produzione tessile e affitta alcune delle sue enormi sale per feste private esclusive.

 

Cittadellarte-01---Alessandra-Lanza.png-crop

 

Accanto all’atmosfera decadente e ai vetri rotti dei luoghi rimasti abbandonati, esiste ancora – ma sul fatto che attiri più turisti dei campi da golf avrei qualche riserva – l’itinerario della Strada della Lana, lungo 50 chilometri. Per gli abitanti della zona l’esperienza comincia durante le scuole elementari: ancora ricordo la nostra prima gita alla “Fabbrica della Ruota” (ex lanificio Zignone) definita «uno dei più noti esempi di archeologia industriale in Italia», che ha conservato «l’impianto multipiano ottocentesco di tipo manchesteriano e il sistema “teledinamico” di trasmissione dell’energia».

Quelli della mia generazione non hanno vissuto il boom economico e la stagione dei filati, ma l’ossessione biellese per la lana trova ancora casa in gruppi come gli Amici della Lana e in manifestazioni sportive, come il Rally della Lana.

Si sfiora l’eccesso quando nel periodo natalizio, in via Italia, la centralissima strada dove in adolescenza si sfilava tra un negozio e l’altro per fare shopping – o, più che altro, per esserci – gli esercenti mettono in bella mostra fuori dalla porta gli gnomi della lana. Creature metà ciocchi di legna e metà cappellini rossi in tessuto – più che lana a me è parso sintetico –, che nemmeno nella peggior mitologia piemontese. Una strategia di marketing per risollevare le vendite nel centro città, affossate dai centri commerciali e dall’esodo degli abitanti. Gli unici esercizi che invece di chiudere, fioriscono, sono al momento bar-gelaterie e hamburgerie che offrono più cibo di quanto gli abitanti della zona potrebbero consumare.

 

Menabrea---Alessandra-Lanza-crop

 

Gli hamburger in zona sono da accompagnare rigorosamente con una bella Menabrea, quella birra che suona familiare anche a chi non sa collocare con certezza geografica la città. Esportata in tutto il mondo, oltre a essere la più buona in Italia – se fin qui ho evitato ogni campanilismo, gioco il jolly – vanta anche d’essere la più antica birreria italiana ancora esistente (qui la storia). Fondata nel 1846, festeggia quest’anno i 170 anni. Bionda, Ambrata e Strong, vincitrice di premi internazionali, ha spesso battuto anche le rivali tedesche, belghe e olandesi. Eppure non sempre si è conquistata le prime sbronze degli adolescenti biellesi, che spesso preferiscono per il battesimo alcolico vino, amari e vodka scadente o la dolce Corona con una fettina di limone.

“Lana e birra come i popoli del nord e poco altro da fare, almeno d’inverno” dicono i fuori sede, rinnegando le proprie origini, e gli abitanti, secondo un ritornello tipico di chi si annoia in questa provincia. Eppure, nonostante tutto, mentre dalla mia città adottiva osservo la gente camminare a passo svelto, anche se non ha fretta di andare in alcun posto, o incrocio le modelle appena uscite da via Tortona, non può non venirmi un po’ di quella solita nostalgia.

 

Foto: © Alessandra Lanza.