Estate of Martin Kippenberger, Galerie Gisela Capitain, Cologne
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La Berlino di Bowie

Dal 1977 al 1980, Berlino ha cambiato David Bowie, e David Bowie ha cambiato Berlino.

David Bowie arrivò a Berlino nel 1977, reduce dagli eccessi di Los Angeles, dove, raccontava, “sfiorò più volte l’overdose” da cocaina. Quando atterrò nella capitale tedesca, era già una delle più grandi rockstar viventi e ci si aspettava da lui una nuova trasformazione, un nuovo personaggio di scena. Al contrario, una volta in città, Bowie scelse di condurre una vita quasi ordinaria, approfittando della proverbiale riservatezza dei berlinesi. Si spogliò delle sue maschere, diede letteralmente via “quasi tutto ciò che possedeva” e, insieme a Iggy Pop, prese un appartamento a Schöneberg, per l’esattezza al numero 155 di Hauptstrasse, un condominio come se ne incontrano mille nella capitale tedesca.

Hauptstrasse_155_ganzhaus

Il numero 155 di Hauptstrasse. Fonte: WikiCommons.

Schöneberg era già allora il quartiere più gay friendly di Berlino e, proprio in un bar gay friendly sotto casa, Bowie scavò una specie di tana per lui, Iggy Pop e la loro cerchia. L’Anderes Ufer, questo il nome del bar allora ma oggi noto come Neues Ufer è tuttora cosparso di foto che testimoniano il passaggio del cantante all’epoca (e anche qualche visita di cortesia successiva). Leggenda vuole che Bowie vi si recasse appena sveglio, nel primo pomeriggio, per colazione e poi nel cuore della notte per inaugurare o chiudere una serata con un bicchiere di whiskey, mentre si sa per certo che è proprio lì che Bowie festeggiò il suo trentesimo compleanno con alcuni amici.

L'Anderes Ufer bar.

L’Anderes Ufer bar.

I 30 anni di David Bowie.

I 30 anni di David Bowie.

Se l’Anderes Ufer era il bar di quartiere (un concetto molto caro a vecchi e nuovi berlinesi), il locale preferito di Bowie era però un altro: il Paris Bar al numero 152 di Kantstrasse [copertina: Martin Kippenberger, Paris Bar, 1991]. Già all’epoca uno dei più eleganti e costosi caffè/ristoranti alla francese di Berlino, da amante di Parigi quale era (poco prima di trasferirsi a Berlino, aveva soggiornato per breve tempo proprio lì), Bowie non poteva che apprezzare le atmosfere di questo locale, tuttora uno dei più frequentati dal bel mondo berlinese. Il locale è anche noto per essere stato il teatro di una ormai mitica intervista di Bowie con Rolling Stone a proposito del suo periodo berlinese. In quell’occasione il giornalista lo descrive con tinte da bohème “belle époque” assolutamente appropriate. Una visione d’autore sul locale la offre un famoso dipinto di Martin Kippenberger, il quale, negli anni, peraltro ha regalato al Paris bar molte delle opere che potete vedere alle sue pareti.

Uno dei ritrovi di Bowie che invece non esiste più è lo Dschungel (letteralmente giungla) in Nürnberger Strasse, un Tanzclub di Schöneberg, con una lunga storia alle spalle. Nelle loro precedenti incarnazioni, durante gli anni di Weimar i locali in cui era situato avevano ospitato un jazz-club, dove si era esibita anche Josephine Baker, e successivamente, in età hitleriana, un teatro di varietà. Subito dopo la guerra ritornò a essere per un breve period un jazz-club frequentato da soldati americani dove si esibirono, tra gli altri, Duke Ellington e Count Basie. Adattato a discoteca nel 1978, lo Dschungel era un po’ la risposta berlinese allo Studio 54 di New York e, proprio come lo Studio 54, era popolato tanto da ricchi professionisti e semplici avventori quanto da artisti, poeti, filosofi e, appunto, musicisti. In quelli che erano i locali dello Dschungel, oggi ha trovato spazio un hotel a 4 stelle, un chiaro segno del cambiamento della città.

Dschungel

La vecchia giungla di Nürnberger Strasse

Un altro locale che Bowie amava frequentare e che era considerato un po’ la risposta Berliner a una storica tappa newyorkese (in questo caso il CBGB’S) era l’SO36: una sala da concerti dove ancora oggi passa il meglio dell’alt-rock mondiale. All’epoca Bowie ci si recava probabilmente per seguire i primi concerti della nascente Neue Deutsche Welle, la new wave tedesca, figlia dell’incontro tra kraut rock e post-punk, da cui fu ispirato e che a sua volta contribuì ad ispirare, e soprattutto a legittimare, con i suoi tre dischi berlinesi (Low, Heroes e Lodger). Dischi che, a loro volta, furono determinanti per la costruzione del mito romantico della Berlino contemporanea. Mito che, seppure messo a dura prova, in parte sopravvive ancora oggi.

SO36

L’ingresso del SO36 oggi.

I dischi berlinesi di Bowie furono in gran parte registrati, prodotti e mixati presso gli Hansa Studios. Oggi gli studi guardano i grattacieli di vetro e acciaio di Potsdamer Platz ma un tempo si affacciavano su uno dei panorami più desolati della città, la distesa di vuoto e macerie, tagliata in due dal Muro, che era lo snodo di Potsdamer all’epoca, una vista che, tra l’altro, si ritrova anche ne Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Pare che proprio questo panorama ispirò a Bowie il testo di Heroes, la canzone forse più simbolica del suo triennio berlinese. Resa ancora più iconica, 10 anni dopo, da una leggendaria esecuzione proprio di fronte al Muro, ormai quasi sul punto di crollare.

In Heroes si trova poi anche “Neukölln”, l’unica canzone di quel periodo a fare un esplicito riferimento topografico a Berlino fin dal titolo. Oggi uno dei quartieri più in voga e ricercati dai giovani in cerca di scampoli di bohème, all’epoca di Bowie Neukölln era ancora soprattutto il quartiere dell’immigrazione turca addirittura il più grande quartiere turco fuori dalla Turchia e della working class dell’Ovest. Canzone priva di testo, con una spiccata personalità à la Brian Eno e marcati echi mediorientaleggianti/mediterranei, il pezzo cattura perfettamente lo spirito multietnico e, allo stesso tempo, decadente che in parte ancora permea l’area.

Tra le ragioni che spinsero Bowie a Berlino c’era anche la sua passione per l’estetica e in particolare per la pittura espressionista. Era soprattutto catturato dai quadri del Die Brücke, un movimento di artisti e grafici di Dresda che avevano però operato soprattutto a Berlino nei primi decenni del Novecento. L’interesse di Bowie lo spingeva spesso a visitare il Brücke Museum a Bussardsteig 9, al confine tra i quartieri di Dahlem e Steglitz. E forse proprio da quelle frequenti visite, Bowie trasse l’ispirazione per Mona in Berlin, uno dei dipinti che realizzò all’inizio della sua permanenza berlinese, esposto un paio di anni fa al Martin Gropius Bau in una mostra di grande successo intitolata “David Bowie in Berlin”.

Il quadro, evidentemente di maniera e molto influenzato dall’espressionismo, mostra una figura smunta, dai tratti quasi alieni, probabilmente lo stesso Bowie, infilata in una specie di pelle o tutina di leopardo. Le mani sono giunte, in preghiera. Come detto, l’opera risale ai primi mesi del soggiorno di Bowie a Berlino. Esaminando l’immagine con il senno di poi, sembra quasi che, dopo gli eccessi nevrotici di LA, l’artista chieda alla città una redenzione e una pace che, come ad altri prima e dopo di lui, la città stessa fu in effetti abbastanza benevola da concedergli.