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Mondi meravigliosi

Terre mitiche ed esploratori ai confini della realtà: viaggio attorno all'Atlante dei paesi sognati di Dominique Lanni.

 

Ritorno
Cosa sappiamo di Marco Polo, a parte il volto dalla barba canuta finito sulle mille lire? È stato un mercante figlio di mercanti, ha viaggiato fino alla corte dell’imperatore della Cina, al suo ritorno è finito in prigione dopo una battaglia navale nell’Adriatico. Sappiamo anche che ha scritto un capolavoro grazie a una provvida coincidenza, perché la lingua avventurosa gliel’ha fornita in carcere il soldato Rustichello. E poi? Poi “Marco Polo torna a Venezia – lo racconta Giorgio Manganelli –  si sposa, ha figlie, paga per una grondaia, muore”. Poche tracce, nulla più: “che silenzio quella morte del veneziano che sognava in tartaro”.

A dispetto del destino dell’autore il Milione farà un gran rumore in Occidente, Cristoforo Colombo vi troverà conferme per i suoi progetti. A Colombo però non interessa la fine marginale di Marco Polo ma che fuori da qualche parte oltre il mare ci sia una terra nuova da scoprire. Poi dopo il primo viaggio anche Colombo conoscerà l’amaro ritorno privo dell’oro promesso ai reali di Spagna. Racconterà di aver visto città d’oro e gli spagnoli si sentiranno legittimati a dare vita all’epopea dei conquistadores e alla ricerca dell’Eldorado: prima in Messico, poi in Perù e in Amazzonia dove si svolge la terribile e allucinata odissea del folle Lope de Aguirre, partito per cercare l’oro e finito a fare il nichilista nella giungla.

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Marco Polo in viaggio sulle mille lire.

Pendolo
Anche il mito dei confini del mondo conosciuto si è consumato così, tra andata e ritorno: l’impeto della scoperta ha dovuto fare i conti con la solitudine dei resoconti, il brusio della fama con la spossatezza della conquista, la frenesia dei racconti con la lentezza degli spostamenti, i fallimenti e gli errori con l’ostinazione e l’ossessione. Cosa rimane in piedi di tanta volontà? Quelli che ieri erano angoli remoti oggi hanno un regolare numero civico, le soglie misteriose dell’antichità sono diventate portoni spalancati, il Passaggio a Nord Ovest è solo un film con Spencer Tracy. E poi sì, c’è Google Maps. Persino il punto dove il Titanic è inabissato appartiene alle certissime mappe della modernità.

Moto perpetuo
A raccontare questo moto fino all’altro ieri perpetuo è L’atlante dei paesi sognati scritto dall’antropologo francese Dominique Lanni e illustrato da Karin Doering-Froger (Bompiani), uno Spoon River degli altrove mitici, un’antologia di trentaquattro paesi sparsi per i cinque continenti, accarezzati nei secoli dall’immaginario e dalle ambizioni di re, esploratori e mercanti, dai sogni e dagli incubi di romanzieri, eruditi e storici.

Il punto di partenza è il Mediterraneo, i primi nomi sono familiari e legati ai miti omerici: l’irrintracciabile isola di Ogigia della Maga Circe, Candia del Minotauro risucchiata dal tempo nel suo significato e oggi conosciuta come Creta, c’è Citera, stella polare della mitologia greca dove nacque Afrodite, diventata un puntino isolato sul mare del Peloponneso. C’è la Troia strappata alla leggenda e restituita alla realtà dall’ossessione di Heinrich Schliemann. L’inaccessibile e perigliosa Colchide di Giasone e gli Argonauti  è la Georgia. Poi i confini si rompono. C’è la fuga in solitaria del navigatore greco di Marsiglia Pitea (sec. IV a. C.), che dal Mediterraneo passa le colonne d’Ercole, risale a nord, e dopo sei giorni di viaggio dalla costa britannica battezza l’isola di Thule, ancora oggi non individuata con certezza (forse l’Islanda, forse le Faer Oer). Del suo resoconto rimangono pochi frammenti sparsi in Strabone, Diodoro, Plinio che pure non hanno creduto alle annotazioni geografiche di Pitea e che hanno messo in dubbio il suo primato di circumnavigazione dell’Europa tra la Gran Bretagna, la Scandinavia e il Baltico (raccontato da Giovanni Maria Rossi per Sellerio nel libro Finis terrae. Viaggio all’ultima Thule con Pitea di Marsiglia).

L’atlante di Dominique Lanni, che va dalla notte dei tempi ai grandi viaggiatori del XVII secolo e che Ennio Morricone potrebbe mettere in musica (lui che ha prodotto la colonna sonora per il kolossal tv Marco Polo e per Mission di Joffè), è appunto la storia di quando l’umanità era costretta a immaginare in grande, perché grande era il mondo a disposizione e da svelare ancora.

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La copertina dell’Atlante dei paesi sognati.

Bugie
Le terre mitiche venivano inventate prima ancora di essere scoperte, e si giocava a Risiko spartendo geograficamente il mondo tra buoni, quelli vicini, e i cattivi, quelli lontani e ostili, finendo per presumere il pianeta, “Monomotapa era il nome dato dai cartografi per riempire un grandissimo vuoto nella parte bassa delle mappe dell’Africa nera”, maneggiando sulla carta vastità di territori che vanno dalla Polonia al Pacifico, calderoni di umanità e luoghi dove immaginare di tutto, e infatti in qualche mappa antica del Catai compaiono draghi e diavoli, come in Games of Thrones.

Tra la propria verità e l’ignoto c’era spazio per raccontare bugie, il mondo era così largo che si aveva tutto il tempo di prendere scorciatoie, barare, reinventare, in assenza di verifica. Al timore verso le terre lontane faceva da contraltare la meraviglia. “Pesci istrice, dotati di mani e di una coda a forma di scudo, torpedini o pesci elettrici, pesci volanti” si favoleggia del Congo, e dove c’è meraviglia c’è subito leggenda: i ciambellani pontifici riferiscono che dai nuovi territori “l’oro viene portato in tutte le regioni vicine e in Sofala e nelle terre d’Africa, e alcuni vogliono dire che da questi paesi fosse per mare condotto l’oro a Salomone per lo tempio di Gerusalemme”.

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Rotta per Thule.

Pregiudizi
Enormi e granitici erano anche i pregiudizi verso le prime ambasciate dal mondo sconosciuto. Oggi guardiamo al vecchio mondo come si osservano quelle foto dei sobborghi di Las Vegas dove si accatastano vecchie insegne, all’epoca il pianeta conosciuto era glorioso e fiero di sé, compatto, strutturato, prevedeva un corso certo dalla vita alla morte. Tutto ciò che era ai margini doveva trasformarsi necessariamente in nebuloso e iperbolico, magmatico e pericoloso.

In alcuni casi però dietro il confine c’era la sorpresa. Scrive Sergio Solmi sempre a proposito del racconto di Marco Polo che “la cultura cinese alla fine della dinastia Song, per quella suprema raffinatezza e quasi fragilità, per quella stessa sua perfezione ideologica e formale raggiunta a capo di millenni di ininterrotta maturazione, così come si era chiusa a influssi esterni, non avrebbe mai potuto agire sulla coscienza di un europeo di quella civiltà cristiana gotica tanto più rozza e primitiva al confronto ma così potentemente originale e unitaria che aveva prodotto la cattedrale di Chartres”.

L’atlante dei paesi sognati racconta anche questo, l’incontro di uomini determinati con mondi determinati, e storie di uomini superiori al proprio tempo. Non è l’Erasmus o l’esperienza di lavoro all’estero, è il genio dei viaggiatori e degli esploratori (molti monaci, molti italiani) alle prese con la misura di un mondo nuovo. Non c’è solo in ballo il piacere della sfida audace, c’è anche come nel caso di Polo e altri viaggiatori un senso di distaccata temerarietà.

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Audaci sfide (in mare).

Incubi
I viaggi e le esplorazioni non sono esenti dalle tragedie. Il capo Bojador in Africa è il promontorio della paura del cabotaggio portoghese, la circumnavigazione del continente nero passa di lì.  “Chi vuole superare Bojador, deve superare il dolore” scrive in un poema Ferdinando Pessoa. L’estrema difficoltà viene esorcizzata liquidando la zona come un posto inospitale: “è chiaro che al di là di questo capo, non esistono uomini né popolazioni di sorta. La terra è sabbiosa quanto quella dei deserti della Libia, dove non vi è né acqua né albero né erba verde”.

Insistere nell’aprirsi un varco nelle correnti, sfidare mostri marini e superstizioni, equivale al salto nel buio, alla perdizione, alla scomparsa dalla terra. Ma la scoperta è lì: Gil Eanes passa Capo Bojardo nel 1434. Oltre cento anni dopo un altro esploratore portoghese scriverà a proposito della fertilità dei luoghi intorno alla costa: “L’Illustrissimo Tolomeo ci ha trasmesso senza dubbio molti buoni insegnamenti sulla geografia ma è in errore su Capo Bojador”.

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A caccia delle sorgenti del Nilo.

Fallimenti
Le esplorazioni sono anche terra per fallimenti. A furia di accumulare spedizioni sbagliate si può mettere in piedi una storia più grande. Come ha raccontato Matteo Nucci sul Venerdì, “a cercare le  sorgenti del Nilo, una specie di Eden, si misero in molti, per esempio. Nel 1540, Francisco Álvares; dieci anni più tardi, Giovanni Leone l’Africano; nel 1578, Duarte Lopes; nel 1607, il missionario domenicano João dos Santos; nel 1618, padre Páez; poco dopo Filippo Cluverio. E tutti costoro ci appaiono di gran lunga più interessanti di chi nel 1863 scoprì davvero il mistero delle sorgenti del Nilo: gli inglesi John Speke e Samuel e Florence Baker”.

La storia dei tentativi della scoperta delle sorgenti del Nilo, il rompicapo che durò secoli, contiene anche uno degli aneddoti più famosi della letteratura sul viaggio. “Il 28 ottobre 1871 l’avventuriero e giornalista Henry Morton Stanley trovò  il dottor Livingstone a Ujiji, sul Tanganica: si era messo sulle sue tracce inviato dal direttore del New York Herald”.

La disfatta più crudele narrata nell’Atlante avviene però nella Terra dei fuochi, dove ogni tentativo spagnolo di creare una colonia finisce nella carestia. Eppure dentro la landa desolata Magellano trova il varco per passare dall’Atlantico a un nuovo mare, che si spera possa accorciare le distanze con le Indie e non far passare le navi spagnole attraverso i porti portoghesi in Africa. Magellano morirà assassinato nelle Filippine pochi mesi dopo (Magellano non ha mai avuto sepoltura, il suo corpo non fu mai ritrovato). La spedizione spagnola durerà quasi tre anni, sarà la prima a circumnavigare il globo. Partiti in cinque navi, torneranno in patria solo 18 uomini malconci. Per dimostrare definitivamente che la terra era tonda Magellano dovette toccarne il fondo.

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Kafiristan. 

Utopia
Nell’Atlante dei paesi sognati non può mancare l’utopia dell’uomo che volle farsi re, il racconto di Rudyard Kipling su Daniel Dravot e Peachy Carnehan, la coppia di sottufficiali in congedo dall’esercito imperiale britannico che cercano di conquistare da soli il Kafiristan, remota regione afgana che vide il primo europeo nel 1602. Nel Kafiristan Dravot diventerà re e verrà adorato come una divinità, considerato discendente di Alessandro Magno, ma poi si tradirà e finirà in rovina quando aveva in mano ormai tutto. Forse è un fatto realmente accaduto, forse è un macchinazione altrui che Kipling rielaborò. Non importa, la storia resta un perfetto compendio di meraviglia e solitudine.

Finito il mondo a cui si è sacrificata la propria vita, dove andremo a finire? Per Kipling il destino dell’esploratore non può separarsi dalla leggenda del paese sognato: quando Carnehan torna da Kipling per raccontare tutto quello che è successo, come prova consegna allo scrittore un sacco con dentro la testa incoronata di Daniel Dravot, re del Kafiristan.