Foto: Andrea Pira.
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Arte in fabbrica (cinese)

In Cina, un progetto prova a far lavorare artisti contemporanei assieme a operai, impiegati e manager.

 

I lavoratori nel piazzale dell’impianto raccolgono ognuno una maglietta dalla cassetta di cartone. Una t-shirt semplice e bianca. L’unico ornamento è un carattere rosso sul davanti. Alcune hanno la scritta ren, essere umano. Altre rencai, persona di talento.

Ren è l’uomo comune, ognuno di noi. Rencai contiene invece in sé il potenziale che, nell’elaborazione filosofica di Mencio, primo erede spirituale di Confucio, ogni uomo ha ricevuto dal Cielo. Un potenziale che se coltivato può portare l’uomo a elevarsi. Nell’epoca contemporanea della Cina post-denghista aperta al capitalismo – o al socialismo di mercato che dir si voglia – il rencai è anche “l’uomo che si è fatto da sé”, capace di farsi riconoscere e diventare qualcuno. L’esempio più calzante è nei personaggi di Li Testapelata e Song Gang, protagonisti della saga Brothers dello scrittore Yu Hua: il primo capace di diventare ultramiliardario partendo dalla sua condizione di straccivendolo, il secondo buono e idealista che cerca in qualche modo di seguire le orme del fratello.

“I ragazzi e le ragazze che lavorano nella fabbrica sceglieranno molto probabilmente quella con la scritta rencai, per dimostrare di poter emergere”, aveva previsto Alessandro Rolandi. Rolandi è un artista pavese residente in Cina dal 2003, ma il suo biglietto da visita dice molto di più: lo presenta infatti come “manager per le ricerche sulla sensibilità sociale” alla Bernard Controls, società francese specializzata nella produzione di attuatori per valvole, utilizzati nel settore nucleare, idrico e dell’energia.

 

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“L’arte influenza la sensibilità delle persone. Come definiamo la sensibilità? È la capacità di rispondere in maniera molto veloce e precisa agli stimoli esterni. È un modo per sintonizzare l’interiorità con il mondo esterno”, raccontava nel corso di un Ted Talk nella capitale cinese.

All’interno del dipartimento aziendale guidato da Rolandi si mescolano assieme arte, relazioni personali (considerate un materiale per la forma artistica), realtà e sensibilità. Più nel concreto: Rolandi è stipendiato e assunto dalla Bernard Controls con l’intento di portare in fabbrica artisti contemporanei, sia cinesi e sia internazionali, per interagire con operai, impiegati e manager: “si tratta di un’interazione molto informale, è lo staff aziendale a decidere come dev’essere impostata”.

Gli interventi non seguono mai un percorso rigido. Tutto deve essere negoziato. C’è una continua ricerca di adattamento per mantenere un certo grado di spontaneità e disturbo della normale routine aziendale. Ciò che avviene alla Bernard Controls è una sorta di dialogo tra due mondi apparentemente distanti. Basta una frase però per capire che tale distanza non è incolmabile, anzi. A suo modo, è l’idea di Rolandi, “una valvola è un manufatto artistico”.

L’occasione per conoscerlo di persona fu per me un incontro organizzato a Pechino nell’ambito di un progetto di European Alternatives, organizzazione transnazionale che promuove un ripensamento radicale dell’idea di Europa unita, per renderla più democratica e radicale. Era la fine del 2011 e in Italia teneva ancora banco l’esperienza dell’occupazione del Teatro Valle a Roma. Allo Zajia, spazio ricavato nei locali di un vecchio tempio taoista, a metà strada tra il locale, il pub e il laboratorio artistico, si cercavano anche in Cina esperienze che potevano essere considerate “di rottura”.

Per incentivare i lavoratori a prendere iniziativa, Li ha piazzato alcune casse nello stabilimento per permettere agli operai di ascoltare musica, a patto che loro stessi decidessero quali cd mettere.

Nel corso degli incontri e dei dibattiti il rischio era quello di volare alto con discorsi teorici, cercando di trasportare nella realtà cinese il concetto di bene comune così come lo si stava delineando in Italia. Altri spunti di riflessione però, erano più ancorati all’agire quotidiano: è il caso dei racconti sulle pratiche di protesta dei collettivi precari in Francia o l’analisi sulle forme di organizzazione del mondo del lavoro cinese fuori dall’ala del sindacato ufficiale, cinghia di trasmissione del Partito comunista al potere, diventati il modo per rivendicare salari più alti e tutele sociali. Tra le esperienze concrete c’era appunto quella del dipartimento di ricerche sulla sensibilità sociale.

La scena da cui siamo partiti, quella nel cortile della fabbrica alla periferia di Pechino (nella zona tecnologica ed economica non lontana dal quarto anello stradale che circonda la capitale cinese) è di fatto una performance. O forse bisognerebbe definirla un intervento di un artista che cerca di esplorare la natura umana, mettendo i partecipanti davanti alla domanda “chi sono?”.

Il progetto, curato dall’artista Lulu Li, cercava di approfondire il rapporto tra gerarchia (in questo caso aziendale) e relazioni personali, provando a mettere a confronto la contraddizione tra ciò che uno è, ciò che pretende di essere e ciò che fa e dice. Da questo spunto nasce l’idea di impacchettare il direttore dell’impianto Gilles Uhrweiller. Allo stesso modo, per incentivare i lavoratori a prendere iniziativa, Li ha piazzato alcune casse nello stabilimento per permettere agli operai di ascoltare musica, a patto che loro stessi decidessero quali cd mettere tra quelli della collezione che aveva distribuito.

 

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Per capire il senso del dipartimento per le ricerche sulla sensibilità sociale, c’è bisogno di abbandonare per un momento l’immagine stereotipata delle fabbriche cinesi. Lo stabilimento della  Bernard Controls non ha nulla a che fare per esempio con Foxconn, la società taiwanese nei cui impianti della Cina continentale sono assemblati tra gli altri i prodotti Apple ed Hp, diventata tristemente nota per la serie di suicidi e tentati suicidi nel 2010. Nessun comprensorio smisurato, nessun villaggio-industriale dove lavorano e vivono migliaia di operai e impiegati: la struttura alla cui entrata sventolano le bandiere della Repubblica popolare cinese, della Francia e dell’Unione europea ha dimensioni contenute. Si tratta di uno dei tanti impianti dell’area, separati da ampi vialoni, costeggiati da marciapiedi e qualche albero.

All’interno dei locali si possono leggere tutta una serie di slogan tracciati a bomboletta, non dissimili dalle citazioni di epoca maoista. Invece di replicare la propaganda e le esortazioni motivazionali tradizionali, l’intervento – opera di Ma Yongfeng – fa leva su provocazioni quali “le relazioni sono efficienza” oppure “investire sulle contraddizioni”, rimandando per altro a un concetto, quello di contraddizione, ben basato nel pensiero cinese.

Operai e impiegati sono poche decine. La differenza la sottolinea Li Jie: operaia per 12 anni in uno stabilimento per la produzione di frigoriferi, marca la distanza tra gli spazi della Bernard Controls e quelli capaci di contenere lei e i suoi 60mila colleghi nello stabilimento dell’Henan nel quale aveva lavorato. Fu proprio negli anni della linea di produzione che Li si è avvicinata all’arte, studiando disegno nel tempo libero o durante gli straordinari, dedicandosi a riprodurre nel modo più accurato possibile gli attrezzi di lavoro.

La contingenza politica l’ha però spinta a cambiare punto di vista. L’autunno del 2012, mentre la Cina aspettava il 18esimo congresso del Pcc e l’incoronazione di Xi Jinping a segretario generale e quindi a leader del Paese, fu segnato dalle proteste anti-nipponiche contro la decisione del governo di Tokyo di nazionalizzare alcune isole contese del gruppo delle Diaoyu o Senkaku, a seconda che le si chiami con il nome cinese o giapponese. Ci furono manifestazioni in più di 40 città della Repubblica popolare, e anche qualche atto di violenza.

Quale occasione migliore per tentare di lasciare che gli operai esprimessero la propria opinione sulle proteste, sui rapporti con il Giappone, su ciò che accadeva attorno a loro? Tanto più che nelle stesse settimane proprio un’artista nipponica era coinvolta nel programma di ricerca. Un lavoro lungo e paziente. Ma di  fatto  un modo di dimostrare che, se stimolati, i cinesi affrontano discussioni  anche su temi sensibili, dibattendo e non lasciandosi per forza inlfuenzare dalla propaganda.

 

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“Dopo sei anni di esperienza sono testimone del fatto che la sensibilità sociale esiste, ma ciò che ne costituisce le fondamenta non è soltanto il risultato di un  progetto artistico, che si concretizza ed è registrato. È invece quella parte invisibile di ascolto e interazione lenta e resiliente con le persone e l’ambiente”, scrive Rolandi tracciando un bilancio del suo lavoro.

Altro risultato: alcuni lavoratori sono riusciti a esporre al 798, il distretto artistico di Pechino sorto sulle spoglie di un complesso industriale dismesso. Ancora una volta torna la connessione tra arte e fabbrica. Dove fino alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso venivano prodotti componenti elettrici (in impianti tirati su con il sostegno della Germania orientale), oggi ci sono gallerie, librerie, caffetterie e art shop. È stata l’evoluzione della scelta di una parte della comunità artistica pechinese, che a metà degli anni Novanta si stabilì nell’area alla ricerca di una sistemazione temporanea e a buon prezzo, trasformandola in uno dei luoghi di maggior successo della capitale.

Si tratta di un programma nel programma: i lavoratori che ne hanno voglia (solitamente quelli che hanno visto più artisti) sono seguiti fino alla creazione dell’opera che sarà poi esposta, e al momento ci sono stati due solitarie e un two men show. Ci si trova in un territorio nuovo, distante sia dalle logiche dell’arte sia da quelle dell’azienda. La prima, scrive ancora Rolandi, rischia mettendosi in una relazione complessa nella quale l’assoluta indipendenza sfida un ambiente ottimizzato e regolato come può essere la fabbrica. Il mondo societario, aprendosi alle forze creative, va invece incontro al rischio di interferenze produttive e interruzioni. Ma come ripete uno dei manager della Bernard Controls: la sensibilità aiuta la creatività, e la creatività l’efficienza.

 

Articolo in collaborazione con China Files.