Foto: Hotel Turas, Bosa.
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Apocalisse Resort

Tra i panorami post-atomici della Sardegna abbandonata.

 

Ogni anno, a inizio estate, immagino di sganciare una bomba atomica sulla Sardegna. È il mio modo di cominciare l’estate e allo stesso tempo una sorta di esercizio spirituale, come i monaci che devono immaginare la propria morte e il proprio cadavere in decomposizione per abituarsi all’idea della fine e avvicinarsi alla verità.

Per simulare l’esplosione mi servo di un sito che si chiama Nukemap che consente di testare gli effetti di varie bombe su una determinata zona. Quest’anno ho scelto la Tsar Bomba, la più potente bomba mai sperimentata dall’uomo. Costruita dai russi e soprannominata Big Ivan, è un ordigno da 50 megatoni. Per capirci, è capace di sprigionare 3125 volte l’energia della bomba che gli americani hanno lanciato su Hiroshima. Come diventerebbe la Sardegna in seguito a un bombardamento del genere?

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Hotel Hermitage, Monte Tinnari.

Intanto scopro da Nukemap che, sganciando la bomba su Porto Cervo, colpirei anche buona parte della Corsica, e questo mi dispiacerebbe molto, perché non ci sono mai stato e non ho nulla contro i corsi. Quindi ho provato a variare obiettivo: sganciandola a sud, nella zona di Cagliari, gli effetti non arriverebbero nel nord, nel cosiddetto Capo di sopra, per via delle montagne al centro dell’isola. Il punto ideale è casualmente la zona in cui sono nato, Oristano, a metà Sardegna. Sganciando la bomba esattamente sopra la casa dei miei genitori riuscirei a provocare una distruzione totale nel raggio di 30km e un’irradiazione termica per oltre 70 km. Il vento inoltre potrebbe favorire la devastazione e aumentare i danni in maniera significativa, lungo tutto il Campidano, ma anche verso l’interno dell’isola, nella Barbagia.

Leggo che all’epoca del test russo, nel 1961, si generò un fungo atomico alto 64 chilometri e testimoni a 300 km dall’esplosione sentirono il calore sulla pelle. Quindi i turisti in spiaggia in Costa Smeralda, non ci sono dubbi, resterebbero come minimo scottati, anche con una forte crema protettiva. La pelle dei bagnanti più vicini al punto della deflagrazione si squaglierebbe in un attimo sulla sabbia, e non se ne accorgerebbero perché le ustioni distruggerebbero i nervi del dolore. Coppie di giovani a bordo piscina pronte a gustarsi un mojito si ritroverebbero ricoperti di gambe e arti amputati provenienti da decine di chilometri di distanza.

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Hotel Turas, Bosa.

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Hotel Caprile, Olbia.

Anche così però, non raggiungerei il nord dell’isola; e il sud, la zona di Cagliari, verrebbe solo sfiorato. Dunque la decisione da prendere è se sganciare la Tsar Bomba nel sud o nel nord dell’isola, nella metà inferiore o nella metà superiore. Dopo averci riflettuto e aver fatto diversi test, ho avuto l’illuminazione: sganciare due bombe, una sopra e una sotto. In questo modo annienterei completamente la Sardegna.

La domanda a questo punto è: cosa succederebbe dopo? Immaginiamo di esplorare l’isola a qualche secolo di distanza e visitare i pochi edifici salvati dal disastro. Non sarebbe solo una forma di turismo estremo, come quelli che entrano di nascosto nell’area di Chernobyl e Pripyat, ma un modo di vedere cosa resterebbe di noi, non solo materialmente. I nostri resti, le nostre macerie, i segni che abbiamo lasciato sul pianeta, avrebbero senso anche molti secoli dopo? Oppure i molteplici passati degli edifici risulterebbero inafferrabili, trasformandoli in enigmi di senso che cadono a pezzi, mattone dopo mattone, ricordo dopo ricordo?

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Hotel Hermitage, Monte Tinnari.

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Hotel Caprile, Olbia. 

Più probabilmente la Sardegna apparirebbe come un surreale grande parco di divertimenti abbandonato. Villaggi turistici, resort, alberghi, parchi acquatici, discoteche e una quantità incredibile di piscine col tempo, come è successo a Pripyat, sarebbero ricoperti dalle vegetazione e gli animali riprenderebbero a popolare gli edifici abbandonati. Non orsi e lupi come nella cittadina ucraina, ma più probabilmente capre, volpi e senza dubbio molti uccelli.

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Colonia Marina di Funtanazza.

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

In realtà per immaginare questo non c’è bisogno di simulatori né di grande fantasia, perché buona parte della Sardegna è già così. Il turismo, dicono i dati, è in costante aumento, ma ci sono strutture turistiche abbandonate da oltre 30 anni che ci ricordano che per ogni discoteca aperta ce n’è una chiusa, per ogni albergo in overbooking ce ne sono dieci abbandonati e dimenticati, e per ogni piscina piena di bambini che si divertono e coppie di giovani che si gustano un mojito ce ne sono cento colme di acqua stagnante e animali in putrefazione.

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

Un esempio è quello che possiamo definire l’Alhambra della decadenza turistica in Sardegna: il Green Park Hotel di Porto Rotondo. Un imponente e labirintico complesso turistico con 50 appartamenti, oltre 36 suite, varie piscine, un anfiteatro con pista da ballo e campi da tennis, completamente abbandonato, a due passi da Porto Rotondo e dal mare della Costa Smeralda.

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

Di alcune strutture mancano gli infissi o perfino i tetti, e rimangono solo gli scheletri; mentre altre sono intatte, come se il disastro fosse avvenuto pochi minuti prima. Mucchi scomposti di colorate tavolette da mare per i bambini, racchette da tennis, sedie di plastica, palette e secchielli, tra muffa, polvere, ossa di animali, guano di piccione e piante infestanti. Come interpreteremo tutto questo?

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

È probabile che ad alcune strutture daremo un significato religioso. Facciamo sempre così quando non capiamo immediatamente il senso di una costruzione. Pensiamo ai tanti pozzi sacri sparsi ovunque, anche nell’isola: magari servivano solo per mettere i piedi a mollo quando faceva caldo, ma poi abbiamo notato che spesso la luna si rifletteva sull’acqua, e quindi: religione. Un’immensa piscina vuota, con un grande trampolino davanti, farà pensare a un sito rituale, con il trampolino come altare dove il sacerdote sacrificava le vergini per celebrare l’estate e la divertanza nel grande luna park dell’apocalisse.

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

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Green Park Hotel, Porto Rotondo.

Negli alberghi, oltre a scarpe, materassi ammucchiati, giornali dell’epoca e calendari che fissano la data della Fine, si trovano anche cartoline opache, ricoperte di guano e polvere, che rimandano a un’epoca lontana di villeggiature, sorrisi e Fiat 500. È il caso dei molti alberghi Esit, l’Ente sardo industrie turistiche, costituito negli anni ’50 per promuovere il turismo (solo qualche anno prima la Sardegna era l’isola della malaria). Nel progetto era compresa anche la costruzione di diversi hotel, oggi quasi tutti abbandonati, per favorire non solo il turismo marino ma anche quello montano: un progetto visionario che durò per qualche decennio ma che poi morì amaramente dimenticato. Oggi le pareti di queste strutture ancora in piedi sono ricoperte di ragnatele, nidi di uccelli, sgrammaticate scritte sataniche e disegni osceni.

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Albergo Esit, San Leonardo.

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Discoteca Kiss, Tempio Pausania.

Le discoteche poi, anche adesso vengono definite “templi del divertimento”, e così appariranno in futuro: grandi sale dalle forme esoteriche in cui la gente si radunava per compiere inspiegabili riti collettivi. La discoteca Ottagono di Santa Teresa di Gallura sembra già pronta: una edificio a pianta ottagonale, circondato da vegetazione e palme marcescenti, replicate anche nelle pitture sulle pareti interne, con specchi rotti, bottiglie impolverate e locandine che rimandano a serate con “amici da incontrare – musica da ballare”. Ma la musica è finita e gli amici se ne vanno, perché l’energia atomica ha spazzato via tutto. Che inutile serata amore mio.

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Discoteca Ottagono, Santa Teresa Gallura.

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Discoteca Ottagono, Santa Teresa Gallura.

Ma se guardiamo meglio il labirintico Green Park Hotel, ci accorgiamo che la parola resort rimanda anche alla resurrezione: viene infatti dal francese re-sortir, riuscire, uscire di nuovo. E tra le palme decadenti, le suite abbandonate, le piscine vuote, gli archi decorati, le strobosfere delle discoteche, vediamo sbucare qualche occupante, esseri umani che vivono in posti abbandonati, come i figli dei figli dei figli sopravvissuti alla catastrofe. Creature che non parlano più, turisti trasformati dalle radiazioni atomiche in mutanti con infradito e camicie hawaiane, che non ricordano nulla di quello che è stato un tempo la Sardegna e aspettano di morire a bordo di una piscina vuota, senza amici da incontrare, senza musica da ballare, senza nemmeno il mojito.

Buone vacanze.

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Trenino, pineta Is Arenas. 

Foto di Sardegna Abbandonata.