Foto: Carolina Boldoni.
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Anticartolina da Lisbona

Tra ristoranti cinesi illegali e prostitute a fianco di studenti col Mac, i quartieri della Mouraria e di Anjos resistono imperterriti alla turisticizzazione della capitale portoghese.

 

La Mouraria è da sempre un quartiere popolare di Lisbona, dove si dice sia nato il Fado. La Severa, considerata la madre di questo genere musicale, era una prostituta che cantava nelle taverne e nei bordelli disseminati per i vicoli della zona. Amália Rodrigues, celebre cantante portoghese del secolo scorso, la cita in una canzone che ha dedicato al quartiere. Anticamente, la Mouraria era la zona musulmana, centro del commercio fra occidente e oriente.

Rua do Benformoso, una delle sue vie principali, è caratterizzata da palazzoni che si sono inseriti nella topografia lisbonese tra gli anni ’70 e gli anni ’80, e che danno sulla piazza Martim Moniz. Oltre a essere esteticamente orrendi, gli edifici ospitano ciò che i portoghesi semplificano con la denominazione “cinesi illegali”. I “cinesi illegali” sono ristoranti cinesi, ma sono, di fatto, appartamenti privati riadattati per ospitare una grande quantità di persone. I palazzi che li ospitano non sono segnalati o immediatamente visibili. Si suona il campanello, si sale al primo o, a volte, al secondo piano e si entra in grandi saloni pieni di tavoli: anche dentro, così come all’esterno, l’estetica è raccapricciante.

 

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Del loro dubbio status legale, i proprietari non sembrano preoccuparsi: tramite le cucine (non precisamente a prova di ASL) si raggiungono i bagni, dei ripostigli arredati con piatti rotti, spazzolini da denti usati e detersivi. Di contro, gli schermi appesi alle pareti trasmettono telegiornali cinesi e ci si può connettere senza nessun problema alle reti wi-fi del ristorante. Sembra sempre di entrare nella casa di una zia che ha deciso di invitare tutta la famiglia per cena, soltanto che in questo caso la zia è cinese, e la lingua veicolare fra i clienti e i camerieri è quella dei gesti. I proprietari dei vari ristoranti hanno risolto con scaltrezza il problema dello scambio linguistico per le ordinazioni: come spesso accade, sul menu – scritto in cinese e tradotto in chinglish – ogni piatto corrisponde a un numero, che i clienti devono appuntare su appositi bloc-notes. In pochi minuti, vengono serviti piatti stracolmi di spaghetti o ravioli al vapore o, se va male, zampe di gallina in zupponi che profumano di glutammato. Le porzioni sono sempre colossali, i prezzi ridicolmente bassi; a fine pasto, insieme al conto, arrivano delle arance tagliate a spicchi per aiutare la digestione.

 

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Il fenomeno dei cinesi illegali è fresco degli ultimi vent’anni ed è nato, inizialmente, con la finalità di proporre una cucina realmente cinese agli stessi cinesi, non adattata alla clientela occidentale come di solito capita nei ristoranti cinesi “ufficiali”. Nel tempo, sono stati soprattutto i prezzi a buon mercato e l’atmosfera inusuale a incentivare il passaparola anche fra i clienti occidentali. Ad accomunare i locali, c’è anche il fatto che si trovano tutti nella zona che lega la Mouraria al quartiere di Anjos, a tutt’oggi l’area con la più alta presenza di immigrati di origine asiatica di tutta Lisbona.

Il bello è che siamo a due passi dalla Baixa, centro storico della città, antico fulcro commerciale e amministrativo della capitale portoghese. Anjos però si trova in una specie di vortice spazio-temporale: rinnovato nel corso degli anni ’70, da un punto di vista architettonico e urbanistico si presenta grossomodo come allora, ed è caratterizzato da una certa fatiscenza perché, di fatto, si tratta di una zona residenziale povera, in cui solo negli ultimi anni si è vista una riabilitazione che, tuttavia, per ora non vede pieno compimento e si limita ad aree specifiche per turisti.

 

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Fino agli anni Novanta, il Largo do Intendente era frequentato da camionisti che trascorrevano lì il loro tempo libero; all’inizio degli anni 2000, il quartiere veniva descritto come una specie di zona off-limits, conosciuta quasi esclusivamente per prostitute, tossici e malavita. Oggi è un’area esclusivamente pedonale, dove bar e negozi acchiappa-turisti punteggiano le vie, mentre i locali sudici, le prostitute e i tossici continuano a convivergli accanto. Ristoranti, negozi e supermercati gestiti e frequentati dai numerosi immigrati asiatici della zona aiutano a far sì che il “recupero” in atto sia, in certa forma, più graduale, e che non rispetti esattamente gli schemi tipici della classica “riqualificazione”. La loro massiccia presenza permette tra l’altro al Comune di Lisbona di presentare Anjos come il “corridoio multiculturale” della città.

La patina a cavallo tra anni ’70 e ’80, mista all’odore delle spezie indiane e all’estetica tipica dei negozi di abbigliamento cinesi, insieme ai figuri mal messi che ciondolano da un bar all’altro, sono in evidente contrasto con le pretese di bar e negozi nati negli ultimissimi anni. Questi ultimi sono frutto del recente ampliamento del centro storico lisbonese, che si è allargato fino a includere anche la Mouraria e Anjos. Questo perché la città nel suo complesso ha subito una rapidissima e massiccia trasformazione a causa dell’imponente fenomeno turistico, amplificatosi considerevolmente negli ultimi anni; nelle guide turistiche precedenti al 2010 queste aree della città non venivano nemmeno menzionate. Le zone adiacenti al centro storico tradizionale sono state letteralmente ripulite dalla malavita che le abitava: al loro posto, sono iniziati a sorgere locali e negozi la cui finalità principale è attrarre turisti.

 

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Perfino il Mercado da Ribeira, uno dei più grandi e famosi di Lisbona, è stato riconvertito dal progetto TimeOut Market in una specie di vetrina gourmet per turisti affamati di “autenticità”. Questo, a un passo da un edificio in cui l’autenticità portoghese si traduce in un tossico che chiede l’elemosina e una famiglia di immigrati cinesi che ti invitano a casa loro per una cena luculliana. Ciò che colpisce, tra la Mouraria e Anjos, è il fatto che – almeno per ora – sembra che i macellai halal e le prostitute sessantenni tengano botta all’inarrestabile processo di turisticizzazione imposto alla città. I cinesi illegali sono l’indizio più evidente del fatto che la zona in sé, e parte della popolazione della città, non sono interessate all’ostentazione di un benessere che in Portogallo non è mai esistito. Nonostante qualcuno li guardi come luoghi poco raccomandabili, si tratta in realtà di quartieri vivi da un punto di vista culturale e molto frequentati dagli abitanti della capitale portoghese, oltre che dai sempre più numerosi stranieri che abitano a Lisbona.

Da parte del turista medio, il “rischio percepito” che possa succedere qualcosa di spiacevole resta alto; tuttavia, il rischio reale è praticamente inesistente. È quindi normalissimo vedere prostitute malconce e mezze fatte nella stessa piazza in cui studenti universitari sono impegnati a scrivere sui loro Mac, alle spalle di turisti fermatisi soltanto per mangiare un bagel al salmone. È l’ultima zona del centro storico lisbonese che non sia stata ancora totalmente riconvertita e che, forse proprio grazie al numero di immigrati che vi abitano – e che spesso hanno un potere d’acquisto maggiore dei portoghesi – resisterà ancora per qualche tempo alla metamorfosi che quasi tutto il resto del centro storico ha già subito.

 

Foto dell’autrice.