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Amsterdam 2026

Il futuro delle smart city è qui. E non è detto che sia radioso.

 

Il Randstad, la megalopoli formata da Amsterdam, L’Aia e Rotterdam, è una delle zone a più alta densità di popolazione al mondo: una “città anello” – questo il suo significato letterale – policentrica e decentralizzata, che connette le principali città olandesi ad altre più piccole (Utrecht, Haarlem, Delft…) formando una delle regioni metropolitane più grandi d’Europa.

Se non consideriamo le aree urbane, nessuna città olandese arriva al milione di abitanti. Tuttavia, il Randstad conta più di sette milioni di persone, e questo nonostante l’anello racchiuda al suo interno anche un’ampia area rurale dove i tulipani si alternano a serre, mulini e vacche al pascolo. Se lo si guarda dall’alto, più che un anello il Randstad dà l’idea di un network, i cui nodi principali sono il polo amministrativo della nazione (L’Aia), quello industriale (Rotterdam) e quello creativo (Amsterdam).

Dei tre nodi, Amsterdam è di sicuro quello più grande. Curiosamente, anche la città replica al suo interno una struttura ad anello: il Ring – la tangenziale che ne delimita l’area urbana –  racchiude il centro storico, a sua volta formato da canali concentrici. La capitale insomma non solo è figlia del sistema in cui è inserita, ma contribuisce alla sua definizione. Considerare l’Olanda e Amsterdam come un network, aiuta a capirne l’essenza: è come se ogni parte del tutto, scomposto in cellule, presenti la stessa struttura.

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Amsterdam vista dal satellite.

In un momento storico in cui sempre più oggetti e persone sono digitalmente connessi tra loro, il progetto Amsterdam Smart City non può quindi che ripartire proprio dal concetto di network, i cui nodi sono stavolta rappresentati da istituzioni locali, università, imprese e piccole comunità di cittadini, a loro volta scomponibili in network più piccoli al loro interno. Tutto è connesso, e lo è già ora, nel 2016. Tra dieci anni, possiamo solo immaginare quello che diventerà: caricatori di auto elettriche che parlano con i passanti, intelligenze artificiali che elaborano risposte in lingue diverse per ogni tipo di domanda, alberi che si connettono ai goggle dei turisti mostrando la città in epoche diverse grazie alla mixed reality, gente che cammina sola parlando nei microfoni degli auricolari mentre altri, seduti al bar, sono altrove, nella realtà virtuale.

Da tanti punti di vista, è probabile che la Amsterdam del 2026 non sarà molto diversa da quella che conosciamo adesso, coi palazzi alti e sottili che pendono verso la strada, le bici, i tram; anche le case costruite nel secolo d’oro saranno ancora lì, come scrigni sempre uguali, dei quali solo il contenuto muta nel tempo. Dopotutto, uno degli elementi fondamentali dell’identità culturale di Amsterdam va cercato proprio nella capacità di riutilizzare gli stessi spazi e di adattare cose vecchie a nuovi scopi: edifici moderni fanno capolino tra palazzi vecchi di quattro secoli, eppure si ha sempre l’impressione di stare guardando qualcosa di organico, una simbiosi tra vecchio e nuovo, tra naturale e artificiale.

 

 

Quella olandese è una cultura che sull’imprenditorialità, la sostenibilità e il riutilizzo degli spazi ha fondato se stessa, oltre che un fashion. Ci sono locali hipster fatti di vecchi container un tempo usati per il trasporto navale, e ovunque spuntano edifici che a suo tempo furono chiese, sinagoghe, club e chissà cos’altro, e che ora sono cantieri che lasciano solo immaginare cosa diventeranno. Ma soprattutto, Amsterdam è un lembo di terra strappato all’acqua, che all’acqua sa resistere, anche quando viene dal cielo. Una città organizzata – perché l’organizzazione è l’unico modo in cui tante persone possono vivere in uno spazio così piccolo – e allo stesso tempo libera, orizzontale.

Quello che colpisce degli abitanti di Amsterdam – e che contagia con il suo spirito anche chi vive in città per poco tempo – è lo strano intreccio di operosità e spontaneità, quella cultura del lavoro come attitudine naturale alla vita quotidiana, che trasversalmente coinvolge il panettiere come l’architetto. Amsterdam è una città di formiche che lavorano continuamente, ma al loro ritmo, senza concitazione, e persino il flusso continuo di persone in bicicletta ricorda il movimento delle formiche che procedono in fila seguendo un percorso prestabilito. In realtà di naturale c’è poco: al contrario, sotto c’è una complessa storia di design e urbanizzazione che ha pochi eguali in termini di capacità di immaginare il futuro. Ogni cosa è stata studiata, immaginata, disegnata e infine realizzata: i grattacieli come i laghetti nei parchi pubblici, tutto è frutto di un processo.

Ogni cosa è stata studiata, immaginata, disegnata e infine realizzata: i grattacieli come i laghetti nei parchi pubblici, tutto è frutto di un processo.

Il centro nevralgico della trasformazione di Amsterdam in autentica smart city è il Knowledge Mile, il “miglio della conoscenza”. Si trova a Wibautstraat, un lungo rettilineo parallelo all’Amstel, il corso d’acqua che sale dall’entroterra olandese e si infila nel cuore della città a cui ha dato nome (Amsterdam nasce infatti dall’unione tra “Amstel” e “dam”, che significa diga). All’estremità meridionale di Wibaustraat si trova una sede dell’Università di Scienze Applicate, la Hogeschool van Amsterdam; all’estremo nord invece, ecco la Waag Society, un istituto di arte, scienza e tecnologia sito a Nieuwmarkt. Entrambe sono state fra i primi motori ad accendersi e accelerare verso il futuro delle città europee, prima ancora che “smart city” diventasse una buzzword.

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Il Knowledge Mile.

Il Knowledge Mile è un crogiolo di laboratori: c’è il MediaLAB, il Citizens Lab, il Digital Life Lab, il Publishing Lab, Heritage Lab, Artech Lab e tanti altri. Molti di questi sono nati dall’ennesimo network, l’Amsterdam Creatives Industries Network, ma è la stessa città a rappresentare un laboratorio a cielo aperto dove i cittadini fanno allo stesso tempo cavie e scienziati.

La caratteristica che rende Amsterdam un polo di innovazione è la struttura di questo network sociale, fortemente orizzontale, con connessioni dirette tra molti dei suoi nodi. Il processo di digitalizzazione ha progressivamente trasformato la città in un flusso continuo di informazioni, e in molti si domandano se l’Internet of Things non farà che accelerare fenomeni come la sorveglianza digitale, finendo per limitare privacy e libertà personali. Non solo: per altri ancora, l’IoT – come altri fenomeni digitali –  potrebbe finire per produrre meccanismi di esclusione, emarginando chi non rimarrà “al passo con i tempi”.

Perché per funzionare, una smart city ha bisogno di smart citizens: cittadini che sappiano darle forma e non farsi schiacciare dall’innovazione imposta da giganti come Cisco, Microsoft, IBM, KPN, Siemens. Queste e altre aziende sono state le prime a cercare un contatto con la popolazione locale e con le istituzioni, ma questo non significa che i rapporti di forza siano bilanciati. È anche per questo che nel 2015 la ricercatrice Dorien Zandbergen e la regista Sara Blom hanno girato un documentario domandandosi se gli smart citizen esistano davvero.

 


In Search of the Smart Citizen.

 

Alla Waag Society, designer, artisti, hacker e ricercatori incontrano cittadini comuni, con l’obiettivo implicito di hackerare la città. Già nel 2014 veniva distribuito uno smart citizen kit che permetteva a chiunque di misurare livelli di inquinamento, umidità e rumore nella città, tutto grazie a dei sensori connessi a un Arduino. Era un kit open source, e io stesso ho utilizzato congegni simili per progetti vari; ma ho sempre avuto l’impressione di essere un dilettante alle prese con qualcosa dall’impatto comunque limitato. Il contributo mio e di altri è una goccia nell’oceano dell’innovazione, in gran parte dominato dai giganti del digitale che per conoscenze e risorse sono sempre un passo avanti alle iniziative che nascono dal basso.

Tra dieci anni, la situazione potrebbe non essere cambiata granché. L’operosità degli smart citizen è tanto encomiabile quanto invisibile: invisibile come impatto sulla società, invisibile perché segregata solo nei luoghi del making (come appunto Waag Society), quasi che i cittadini che cercano di hackerare la città siano in realtà ai margini della città stessa.

The Hackable City Manifesto, da poco pubblicato dal Publishing Lab, parla di co-creation, un processo di making che nasce dall’intersezione tra gli attori che ne sono interessati: istituzioni, designer, aziende attive nel campo del digitale e semplici cittadini. Come hacker, il desiderio è quello di riscrivere il codice della città: non ci vanno le regole che altri hanno scritto. Quello che forse sfugge anche a chi, come il sottoscritto, in tutto questo è coinvolto, è che siamo parte di un’élite: l’élite di chi ha studiato e col digitale riesce a “giocare”. Amsterdam è una piattaforma e c’è chi la usa per sviluppare idee, per cercare di cambiarla. Ma forse in quella piattaforma c’è solo una parte di società.

 


L’interno di Torensluis, anche detto Multatuli Bridge.

 

Un tempo, Amsterdam fu una delle città più orizzontali e democratiche d’Europa, nonché uno degli imprescindibili motori della controcultura europea: ma dal movimento anarchico dei Provos sono passati 50 anni, e viene da chiedersi se quell’anima sia andata perduta. Per ritrovarla, provo a scendere sotto il livello della strada; da una passerella a pelo d’acqua entro al Torensluis, un ponte del diciassettesimo secolo sul canale Singel, nel cuore della città: un tempo fu prigione, poi divenne nascondiglio di pirati, e adesso vi sorge l’Het Spinhuis, uno dei ritrovi più importanti della Amsterdam underground, sede di concerti, proiezioni, feste e performance improvvisate.

La cultura underground è stata il principale serbatoio della cosiddetta “etica hacker”, ma qui sono tutti offline. Anche perché non arriva né il segnale telefonico né quello internet: di fatto, chi scende qui si isola dal mondo. Dinanzi al flusso di dati generato in tempo reale da ogni dispositivo digitale, da ogni persona, da ogni sensore posizionato nella nostre città, la sensazione è di auto-emarginazione. Tra dieci anni, che ruolo avranno gli squatter di Het Spinhuis in una città irrimediabilmente smart? Davvero l’unico modo di riappropriarsi della città è occuparne gli spazi fisici, isolandosi da quelli digitali?

 

 

Amsterdam è una città libera, ma il suo spirito rischia di andare perduto, scomposto nelle individualità che la compongono. La sua popolazione è destinata ad aumentare, come previsto dalle ricerche più recenti, e il suo senso di comunità potrebbe non reggere a lungo. Sempre più persone parlano inglese anziché olandese, a cominciare dall’élite di creativi, scienziati, industriali che stanno dando forma a quel laboratorio a cielo aperto che già adesso è la città: come se tutti gli altri fossero destinati a rimanere indietro, impotenti spettatori di un grande spettacolo.

Quello che è certo è che gli olandesi, quelli di adesso e quelli rimasti tra dieci anni, a questo laboratorio non smetteranno di lavorare. E che nel bene e nel male, per guardare al futuro delle smart city europee bisogna guardare ad Amsterdam. E a quell’anello luminoso che di notte è il Randstad, coi suoi nodi e le sue strade che lo fanno assomigliare a un cervello acceso dalle sue sinapsi.