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Il cuore d’Europa

Un secolo di storia in Alsazia, al crocevia tra guerra e pace, tra memoria e oblio, tra biografia privata e Storia.

 

Simone Winterhalter ha novantadue anni nel settembre del 2016, quando si spegne nel letto di una casa di riposo a Strasburgo. Gli ultimi anni delle sua vita li ha passati a dimenticare. Dimenticare la guerra, la deportazione, l’emigrazione, l’inizio e la fine di un matrimonio, il boom economico, i risparmi pazientemente accumulati, la casa in cui ha vissuto mezzo secolo, gli antenati, i discendenti e per ultimo me, il figlio di sua figlia. Dimenticare l’Europa, di cui ha attraversato quasi un secolo di storia come altri ne percorrono il territorio a bordo di un treno. Seguendo il decorso degenerativo descritto dal professor Alois Alzheimer nel 1906, Simone ha progressivamente cancellato ogni memoria e si è presentata vergine all’appuntamento con il nulla. Ma la sua vita ormai è iscritta nei ricordi di noialtri che l’abbiamo conosciuta e nelle migliaia di carte che ha meticolosamente conservato nel corso degli anni. Sono tutte qui davanti a me: buste, scatole, faldoni, fotografie, appunti, documenti… Eccomi d’un tratto divenuto responsabile della sua memoria, perché se non racconto questa storia non la racconterà nessun altro.

Simone Winterhalter ha trentaquattro anni nel 1958, quando Strasburgo viene scelta come sede del parlamento europeo. È un simbolo evidente: al cuore di una delle regioni che ha più sofferto delle rivalità tra nazioni, al cuore di un territorio devastato dalla guerra, lì deve sorgere una nuova speranza. La storia dell’Alsazia sfugge allo storytelling nazionalista e anzi ne denuncia il lato oscuro. Ci avevano spiegato che a separare i diversi stati vi sono dei confini astratti; in verità ci sono delle persone in carne e ossa. Tra Francia e Germania, centinaia di migliaia di donne e di uomini sono stati sballottati da una parte e dall’altra per servire da frontiera mobile: 1870 tedeschi, 1918 francesi, 1940 tedeschi, 1944 francesi… 1958, europei?

È un cuore sanguinante il cuore d’Europa. Sono passati quattordici anni dalla capitolazione della Germania e Simone sembra aver già vissuto una vita intera. Ha conosciuto il lato oscuro del continente e ha tentato di rifarsi una vita negli Stati Uniti dopo la guerra, ma una forza irresistibile l’ha riportata a casa. Qui ha provato a fondare una famiglia; ora rimette assieme i pezzi. La sua causa di divorzio si è appena chiusa, dopo una lunga e dolorosa battaglia legale. Un’altra guerra, questa volta privata, e forse non meno dolorosa. Il marito Jean è partito sei anni prima – lasciando una moglie, una figlia appena nata e due suoceri invadenti – per tornare a occuparsi a tempo pieno della sua vocazione: la scultura. Nella foto che ritrae assieme i miei nonni, scattata quasi dieci anni prima, lui ha una posa da genio stralunato, lei malinconica e paziente come se avesse già capito tutto della vita. Alla fine tutto si riduce a questo: il loro amore è durato poco, eppure noi adesso siamo qui.

 

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Simone Winterhalter ha dieci anni nel 1934 quando la famiglia lascia la Marne per tornare alla terra natia, trecento chilometri più a Nord. Chissà se la regione all’epoca assomiglia davvero alle illustrazioni di Jean-Jacques Waltz detto Hansi – divenute nel frattempo l’iconografia ufficiale dell’Alsazia – che dipingono una vita idilliaca all’ombra del benevolo governo francese. Quando mette piede per la prima volta nella terra dei suoi avi la piccola Simone nemmeno conosce l’alsaziano, il dialetto di ceppo germanico in uso nella regione all’epoca. Eppure è proprio in alsaziano, la lingua dei suoi antenati, che mi parla negli ultimi anni della sua vita. La demenza senile la costringe a ripiegarsi sulle poche parole e frasi ancorate nel suo inconscio, e dalla sua bocca esce la voce ancestrale di generazioni di contadini. Io capisco poco o nulla: sono l’estremo risultato dell’opera di progressiva eradicazione dei dialetti da parte delle istituzioni repubblicane. Perdere la propria lingua fu uno dei prezzi che l’Alsazia accettò di pagare quando scelse di appartenere alla Francia. Ma l’inconscio, si sa, prima o poi riaffiora.

Simone Winterhalter ha diciannove anni nell’ottobre del 1943 quando torna dal campo di Solingen. Assieme ad altre ragazze della sua età era stata deportata per lavorare in una delle più grandi fabbriche di armi di Germania. Come ricordo della permanenza e “riconoscimento del lavoro svolto per lo sforzo di guerra” le è stato donato un piccolo album fotografico. C’è qualcosa di terribilmente tedesco in questa premura fuori luogo, e non certo disprezzabile in fondo: ben venga questo nazismo dal volto umano e dalla buone maniere, ben diverso da quello che hanno conosciuto le vittime dei campi di sterminio. Da settant’anni quell’album è conservato dentro una scatolina in cartone con sopra stampata, neanche a farlo apposta, la scritta “Edelweiss” – proprio come la canzone del musical Tutti insieme appassionatamente che evoca il mondo idilliaco prima della guerra.

Di fatto quello che si vede in questi scatti non assomiglia al nazismo come lo si racconta nei film: nella foto di gruppo le giovanissime lavoratrici sembrano serene, e nelle altre possiamo apprezzare la pulizia degli ampi spazi comuni. Molto anni dopo, gli studiosi inizieranno a interessarsi alla storia delle migliaia di donne alsaziane partite a lavorare per il nemico nel programma di lavoro obbligatorio (Reichsarbeitsdienst). Il loro silenzio sarà considerato come il tentativo di “rimuovere un trauma”, ma io preferisco credere che quell’anno di vita perduto sia stato semplicemente il periodo più noioso della loro esistenza. Forse, davvero, non c’era poi tanto che valesse la pena ricordare. L’Europa ha bisogno di memoria, ma spesso anche di oblio.

 

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Simone Winterhalter nasce nel 1924 da un padre muratore e da una madre donna delle pulizie. Oggi compatiamo i rumeni e filippini che fanno questi mestieri, senza capire che essi stanno reinizializzando un ciclo: a loro appartiene l’avvenire. E se invece conservassimo la compassione per noi stessi, che possediamo il passato e poco altro? Alphonse e Sophie sono nati a Ballbronn, paesino di contadini a pochi chilometri da Strasburgo; si sono scambiati una fitta corrispondenza durante la prima guerra mondiale – lui aveva vent’anni, lei quattordici – prima di sposarsi nel 1923 e trasferirsi più addentro la Francia, a Prunay nella regione della Marne, dove avrebbero messo al mondo una bambina. Battezzata nella Chiesa cattolica, la nascita di Simone non interrompe la linea matrilineare ebraica che risale alla madre della madre di sua madre; a spezzarla sarò io, due generazioni più tardi, con il mio misero trentaduesimo di sangue abramitico e un inopportuno sesso maschile.

Questa piccola sbiadita Alleanza sarà per noi della stirpe un motivo d’orgoglio che confina con la civetteria. Lo perpetuiamo nei nostri nomi di battesimo; l’ennesimo segnale di quell’identità frastagliata, la stoffa di cui è fatto un alsaziano – cioè un europeo. Ma quel retaggio rischiò anche di metterci nei pasticci ai tempi del nazismo. A salvare i Winterhalter furono di nuovo le loro contraddizioni: ci si era ritrovati con un eroe di guerra tedesco in famiglia, il padre del padre di Simone, caduto nel 1918 e decorato. Questo è quello che succede, caro Hitler, quando te la prendi con gli alsaziani: distruggono ogni tua maledetta certezza.

 

 

Simone Winterhalter ha cinque anni nel 1929, quando un giovedì nero si abbatte sulla borsa di New York e da lì contamina l’Europa, fino alla banca a cui sua madre aveva affidato i risparmi. In un mondo già globalizzato, destini lontanissimi si legano da un continente all’altro. Questa piccola tragedia resterà iscritta nella memoria familiare come monito alla prudenza. I Winterhalter non si danno per vinti e, non potendo far altro, ricominciano da capo. Non c’è, nella loro prospettiva, l’idea di godere del patrimonio accumulato: si tratta di trasmetterlo. Non c’è quella fretta di arricchirsi – ovvero quella coazione a rovinarsi – che caratterizza gli stadi terminali del ciclo dello sviluppo. In questa fase, l’orizzonte di emancipazione si misura ancora sulla scala delle generazioni. Di questi sacrifici, dei frutti di quel lavoro accumulato di cui oggi ancora godiamo, saremo all’altezza? La verità è che siamo arrivati tardi. Il glorioso ciclo dello sviluppo europeo del dopoguerra è sorto da una curiosa eterogenesi dei fini: è perché ci siamo odiati che poi abbiamo potuto amarci, è perché ci amiamo che presto ci odieremo ancora.

Simone Winterhalter ha ventisette anni nel 1951 quando la famiglia decide di comprare un terreno e costruire una casa nel sobborgo di Cronenbourg. Oggi bastano meno di dieci minuti per raggiungere il centro di Strasburgo con il tram, ma a Cronenbourg all’epoca ci sono ancora i campi. Nell’aria c’è l’odore del luppolo raffinato, a ogni ora del giorno e della notte: Cronenbourg (la cui grafia tedesca è “Kronenburg”) è proprio il nome della famosa birra. E proprio davanti all’entrata storica della fabbrica, al 68 della via verso Oberhausbergen, i Winterhalter costruiranno la loro casetta bifamiliare. A dirigere il lavori papà Alphonse, passato nel corso degli anni da semplice muratore a piccolo imprenditore edile, dopo aver combattuto due guerre mondiali e per non farsi mancare proprio nulla essere stato prigioniero in Germania per un anno fino al 1943.

Nella casa di Cronenbourg, al piano di sopra avrebbero abitato Simone, suo marito Jean e la bambina in arrivo; gli avrebbero fatto compagnia i vecchi al piano di sotto. Ma ormai sono gli anni Cinquanta e i giovani del boom non si accontentano più del vecchio stile di vita. Di sicuro non si accontenta Jean, e sua moglie non ha la forza di rompere con la famiglia. Fino alla morte dei genitori, negli anni Settanta e Ottanta, Simone resterà loro interamente devota. Toccherà a sua figlia Esther, dunque, spezzare quel legame e andarsene. Prima in Inghilterra, poi in Italia: lì vive da oltre trent’anni, lì ha avuto me. L’Europa unisce, l’Europa separa –  così vivono le nuove famiglie transnazionali, senza pranzi della domenica né visite al capezzale. Nella sua casa di Cronenbourg, Simone invecchia da sola.

 

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Simone Winterhalter ha quindici anni nel 1939, quando la Germania invade l’Alsazia. La famiglia prende una solenne decisione: è lei che dovrà accompagnare verso la Francia libera la bisnonna materna Esther, decana ebrea, per sfuggire alla persecuzione nazista. Ma la vecchia Esther muore di vecchiaia e alla giovane donna viene risparmiata questa missione con la quale si rischiava, pur di salvare il passato, di compromettere il futuro. Un’altra trama da film evitata, ma ai produttori interessati potremo sempre proporre la leggenda dell’antenato Roth arrivato in Alsazia dall’Ungheria nuotando nel Reno. Suppongo che in tutte le famiglie ebree si trasmettono questo genere di storie epiche: e allora perché noi no, anche se non lo siamo? L’Europa ha bisogno di memoria, ma spesso anche di leggende.

Simone Winterhalter non ha ancora sessant’anni all’inizio degli anni Ottanta, quando va in pensione: spazio ai giovani, si dice, nella convinzione che i nuovi strumenti informatici e metodi di management richiedono una generazione d’impiegati nata dopo la guerra. La carriera di Simone nell’amministrazione comunale della città di Strasburgo è stata oltremodo brillante, da dattilografa a quadro dirigente, concorso dopo concorso, scatto dopo scatto, come in un racconto di Gogol che finisce bene. Lo statuto speciale dell’Alsazia garantisce ai poteri locali un flusso importante di risorse e i funzionari non si possono certo lamentare, soprattutto in pieno miracolo economico, in questa regione ricca e dinamica.

Simone mette da parte tutto quello che può, fedele alla mentalità contadina dei Winterhalter di Ballbronn e con uno spirito del sacrificio tutto ebraico. Etica protestante? Può darsi, sebbene di protestante noi Winterhalter non si abbia nulla. Ogni mese riceve gli estratti dei suoi conti e si felicita di vederli fruttare, ce li mostra con il suo orgoglio umile e tenta, vanamente, di trasmettere anche a noialtri la sua oculatezza. Per capire la crisi delle economie avanzate non serve guardare le curve di crescita del PIL: basta chiedersi da dove viene il piccolo patrimonio che ci ha permesso di vivere e studiare. Spesso non dai nostri genitori baby-boomers, che si sono limitati a custodirlo e a trasmettercelo più o meno intatto. Ma dai nostri nonni e bisnonni, che dal nulla assoluto hanno accumulato e messo da parte sufficienti risorse per servirci ancora, quasi un secolo dopo, da risorsa. La costruzione europea ha potuto farsi sull’onda di questo straordinario impeto, trovando una legittimità nei successi dello sviluppo economico – ma dove troverà quella legittimità che le serve adesso?

 

 

Simone ha diciassette anni nel luglio del 1941. Sulla sua pagella scolastica si alternano i “gut” (buono) e i “befriedigend” (soddisfacente). C’è un timbro con lo stemma del Reich in basso alla pagina, come conviene a una scuola che ha da poco cambiato nome: ora si chiama Hermann Göring-Schule, in onore del gerarca nazista. Il giudizio complessivo è incoraggiante: oltre a segnalare la precisione e puntualità nel lavoro scolastico, oltre a osservare la sua “kameradschaft” (spirito cameratesco), si fa menzione di un corretto sviluppo corporeo. Ma c’è poco da festeggiare quando la tua scuola ha come simbolo un’aquila appollaiata sopra una svastica. Di fatto, quelle note positive suonano come precise indicazioni per la macchina da guerra tedesca: l’anno seguente, un mese dopo avere compiuto il suo diciottesimo compleanno, Simone viene precettata per andare a lavorare in Germania. Se fosse stata un po’ meno brava, un po’ meno obbediente, un po’ meno in salute, forse se ne sarebbe stata a casa. E nulla sarebbe andato com’è andato. Ma allora non saremmo qui e ogni cosa sarebbe differente.

Simone Winterhalter viene sepolta nel cimitero di Cronenbourg, nella tomba di famiglia assieme ai suoi due genitori. Poco distante, fuori dalle cinte, c’è un altro cimitero composto da una distesa di croci bianche: è una necropoli in cui sono sepolti oltre cinquemila soldati di varie nazionalità, morti nel corso delle due guerre mondiali, sorta sopra un precedente cimitero militare della guerra del 1870. Tutta l’Europa ha sofferto delle sue guerre, ma l’Alsazia conserva di esse una memoria particolarmente intensa. Ogni guerra è stato uno psicodramma che l’ha costretta a mettere in discussione la sua stessa identità: i suoi confini, la sua lingua, la sua religione, i suoi amici e i suoi nemici… Così gli alsaziani hanno imparato una certa tenace resilienza – ovvero una forza che ha l’apparenza della rassegnazione, o una rassegnazione così testarda da sembrare forza. Così ha vissuto Simone Winterhalter, e questo è il nostro Qaddish per lei.

Simone Winterhalter ha otto anni nel 1932. Tra le carte che ha conservato in questo secolo breve – “The Age of Extremes” lo chiamava Hobsbawm – c’è anche il diario di quando era bambina. Ci sono le dediche delle amiche e non posso fare a meno di pensare che la maggior parte di loro, come mia nonna, non vive più. Sei la mia migliore amica e ti vorrò bene per sempre… Quel diario le immortala in un momento d’innocenza prima che quel mondo svanisse. La più bella rosa sfiorisce, ma un’amicizia fedele dura per l’eternità…  Immortala, di fatto, una lunga sequenza di speranze tradite. Tradite non dalla guerra, non dall’egoismo, non dall’odio che ha scosso questa “Land of Extremes” chiamata Europa, ma semplicemente dal tempo che passa.

 

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A Ballbronn c’è un minuscolo campo di mele: è il nostro giardino dei ciliegi. Ora che l’ultima dei Winterhalter è scomparsa, quei pochi metri quadrati sono l’ultima cosa che ci resta in Alsazia. Servirà a ricordare ai nostri discendenti da dove veniamo, e loro forse risponderanno: sì, ma dove andiamo? Un motto banale recita che ciò che conta non è la destinazione, ma il viaggio. Chissà se è un po’ meno banale dirlo delle generazioni, del modo in cui traversando il tempo ne disegnano il profilo. Per forza dell’attrito, le vite che sdrucciolano lungo la pendenza della Storia si lasciano dietro, come un residuo, delle storie.

Di queste storie è fatta la nostra identità come individui e come famiglie, come classi e come popoli, e un giorno forse (ma chi ci crede più?) come unico popolo europeo in grado di fare i conti con i comuni antenati francesi, italiani, tedeschi, cattolici, ebrei, soldati, prigionieri, contadini, scultori, impiegati, vittime, carnefici… E naturalmente tutti gli altri. Quello che conta non è ciò che trasmettiamo, ma il gesto stesso di trasmettere. La consapevolezza che ogni cosa che abbiamo, e dunque ogni cosa che siamo, proviene da qualche parte. Questo ci rende in qualche modo responsabili, come vincolati a un contratto con i nostri antenati. E di nuovo il dubbio mi assale: saremo all’altezza?