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Sicilia Antica

Per la musica italiana, è il fenomeno del 2016: Alfio Antico ci racconta la sua Sicilia (con uno scritto inedito di Colapesce).

 

Prima del suo nuovo album, per me Alfio Antico esisteva solo come suonatore di uno strumento del folklore legato al triangolo Napoli-Salento-Sicilia: il tamburello. Certo, se volessimo tentare un’introduzione su chi sia e cosa rappresenti nel nostro immaginario “pop” il musicista siciliano, potrebbe venirci in aiuto un sito-database come discogs.com: 33 citazioni che vanno dalle collaborazioni coi fratelli Bennato a quelle con Fabrizio De André, dai Napoli Centrale a Renzo Arbore, passando per Vinicio Capossela, Carmen Consoli, i Musicanova… E quindi: musica folk, canzone popolare, cantautorato vecchio e nuovo, un po’ di puro e semplice pop. Ma anche tre dischi a suo nome che portano titoli come Supra mari, Viaggio in Sicilia, e il recentissimo, incredibile Antico, uscito un paio di mesi fa per un’etichetta – la Origine – appositamente fondata dal beniamino dell’italoindie Colapesce, e diventato in pochissime settimane un caso.

Antico è un disco di “folk strano” che non si limita a riattualizzare il suono e il significato dello strumento-tamburello: come altrove ha scritto Francesco Farabegoli, “è la prima volta che ne ascolto uno e sono sconvolto. Registrato in un casale di Gangi, Antico è un fiorire di tappeti percussivi, spoken word dialettali ultra-sinistri, trame di groove malsano, rumori d’ambiente a tagliare, qualche strumento a corda qua e là a pennellare melodie”. Per la più compassata Repubblica, è un “meraviglioso e profondo viaggio nelle percussioni etniche con la maestria e la forza espressiva (anche vocale) di uno dei grandi protagonisti della nostra tradizione”. Per quanto mi riguarda, ascoltarlo è stato come essere travolto dall’intero archivio della coppia Alan Lomax-Diego Carpitella, confuso col catalogo Bollati Boringhieri.

L’occasione di incontrare Alfio Antico di persona è stato quindi il pretesto per confrontarmi con lui sullo stato di quella che chiamiamo “musica popolare”, ma anche sui ricordi della sua Sicilia, l’infanzia a Lentini, e in generale i luoghi, la cultura, le tradizioni che della musica popolare restano il motore. Più che un’intervista, a uscirne è stato un sample del suo inestimabile bagaglio riguardante la cultura musicale (o musica culturale?) a cui siamo soliti associare le parole “Italia” e “folk”. Ho poi pensato fosse doveroso lasciar intervenire quello che, assieme allo stesso Alfio, è il principale responsabile di Antico, e cioè Lorenzo Urciullo in arte Colapesce. Trovate il suo racconto in coda; prima però, la parola ad Alfio. Buona lettura.

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Foto di Elisabetta Claudio.

Bucoliche siciliane
“Con questo disco, che non a caso si chiama Antico, mi sento di andare in guerra con gli strumenti, con il suono, con l’armonia, ed è una cosa nuova che è allo stesso tempo fuori e dentro la mia cultura: la canto osservandola, andando avanti prima col naso – che per me è il ‘primo cervello’ – e poi con gli occhi. Il ‘primo cervello’, la prima sensazione musicale, per me forse è quando il vento mi entra tra i capelli e sono lì solo con il mio tamburo. Nella prima canzone dell’album, Ntra li muntagni, dico: quannu d’inverno lu friddu mi tagghiava/cu lu tamburu la me testa riparava. Questa è una cosa che se uno avesse letto Virgilio chiamerebbe ‘bucolica’: lui queste cose le ha scritte, io senza leggerle prima le ho vissute, ho fatto parte di quel mondo che ora ci sembra lontanissimo. Ma prima di Virgilio è venuto Teocrito, che infatti è greco di Siracusa [Teocrito è considerato l’inventore della poesia bucolica, ndr]. Il mio paese, Lentini, all’epoca era sotto il dominio di Atene, e queste sono influenze che ancora sento: ho fatto una vita pastorale e non me ne vergogno. Io sono sempre stato umile, e chi è umile per me ha più sensibilità.  Quando ho lasciato quel mondo, quel mondo poi si è fatto mettere in musica: questa per me è la magia che riescono a fare i tamburi”.

La musica popolare, la cultura contadina
“Per quel che mi riguarda, la musica popolare viene innanzitutto dalla cultura contadina. La cultura contadina così come la conoscevo è finita, ma il genere ‘musica popolare’ parte da questo legame. Per farti un esempio: sei andato mai a Montemarano? Ai tempi dei Musicanova, col gruppo facevamo la montemeranese [una tarantella processionaria che viene ballata durante il Carnevale dagli abitanti del comune avellinese, a volte descritta come ‘tarantella jazz’ per via dell’uso del clarinetto, ndr], un brano che durava una settimana di musica suonata in giro per il paese: più la gente si scaldava, più mangiava, più beveva, e più cambiava l’umore della musica… Ai tempi, un amico mi disse: ‘non farti riconoscere e osserva, perché se ti riconoscono poi vogliono vederti suonare; e se suoni come vogliono loro da Alfio Antico, poi non riesci a entrare nello spirito del paese: loro hanno un altro linguaggio, un’altra scrittura, un’altra formazione’. Questa per me è musica popolare [batte il ritmo, ndr]”.

L’antico non è mai vecchio
“L’altro giorno durante una trasmissione in radio alla RAI ho detto (e spero che ad esempio i salentini non se la prendano) che  se si continua così prima o poi una certa musica popolare scomparirà. Tutti corrono a chi arriva prima ma non si sa da dove si parte né dove si vuole arrivare; io per esempio da siciliano non ho mai fatto Ciuri Ciuri ma so cos’è: un canto d’amore, o forse di tradimento; o Vitti ‘na crozza, che è un canto contro la guerra, di uno che muore e dice ‘cazzo sto morendo e non mi fate nemmeno un tocco di campana’. Io però penso ai fauni, al dio metà caprone e metà contadino, ai miti della campagna. È anche per questo che i ragazzi dell’etichetta Orgine hanno pensato all’uso del nome Antico in una maniera ‘nuova’: Perché l’antico non è mai vecchio. L’antico è ‘originale’ come la nespola e il melograno che danno origine alla vita”.

L’origine delle cose
“È la faccenda dell’origine delle cose. Ne parlavo ieri con Mario [Conte, terzo componente progetto Antico assieme ad Alfio e Lorenzo Urciullo, ndr]: il latte è originale nel senso proprio del termine – ci fai il formaggio, la ricotta, la panna, il burro e lo yogurt. Se io posso dialogare con una persona anziana che mi spiega l’origine delle cose, mi si riempie il cuore, così come mi si spezza quando vedo che la sua cultura non viene trasmessa e muore: bisognerebbe fare tre passi indietro per guadagnarne quindici in avanti domani. È il discorso che ti facevo prima: una cosa antica non è vecchia. È una cosa originale, che ti dà la conoscenza. Quando io dico che la campagna mi ha maturato, questo intendo: facendo vita ‘sotto il cielo’ sono maturato. Per me il paese è culturalmente più ricco di una città: uno di Milano non può insegnare la ‘cultura’ a me che sono di paese”.

 

Il paese
“Certo, la mentalità del paese ha dei limiti: ma se il paese ama il suo popolo non perde la sua cultura. Io amo Lentini che è il mio paese, ma Lentini spesso non si vuole bene. Il paese ha una cultura che ‘cammina’. Io anche se non sono maturato nel mio paese lo amo… Mi ricordo quando vendevo la ricotta ‘urlandola’, la ricotta calda fresca è prontaaa! Quando ci torno mi sento amato, ma non ci sono maturato nel paese: il suo linguaggio è diverso, anche se in esso c’è il rispetto vero e genuino, come quando ti riconoscono non perché sei famoso ma perché ‘il figlio di’ (e tieni conto che mio padre era mutilato)”.

I racconti di Lentini
“Stare in campagna con gli animali mi ha aiutato: mi son sempre piaciuti i miti, u cuntu, cioè i racconti di paese, ma vedo che il paese mio è diverso dalla cultura che ho dentro di me. Mi domando se il paese non mi capisce ma finge di capirmi, o capisce quello che vuole lui. Di sicuro mi fa più piacere quando una persona di novant’anni ‘mi dà la voce’ e mi dice ‘tu sei il figlio di, il nipote di’, mentre magari quello che ti chiede se sei lì per suonare non sa un cazzo di chi sono io e da dove vengo. Questa apparenza a Lentini ha spesso il sopravvento. Si parla ancora di cose accadute mille anni fa… Camilleri mi disse ‘Jacopo da Lentini fice una minchiata’, riferito all’invenzione del sonetto: insomma la cultura di Lentini ha un grande passato, ma potrebbe ancora tanto oggi”.

Ninna nanna del caprone
“Quando vado in Sicilia vedo la meraviglia dei terreni tra Palermo, Trapani, Agrigento, Catania, Siracusa e Ragusa. Nel ragusano i terreni sono pulitissimi. Andavo a trovare dei pastori e si lamentavano dei sanitari e dei materassi che la gente getta nei campi quando si fa buio. La canzone Ninna nanna del caprone nasce dalla vista di quei terreni sporchi. Il caprone dice svegliandosi: io vi ho dato la vita, il latte, il formaggio, e voi sporcate il terreno nel weekend facendo le scampagnate. In questa canzone ringrazio tutti i territori dove ho vissuto da bambino, citandoli nel testo uno per uno. Da qui arriva anche la foto dove ho le corna: mi immedesimo nel caprone usando un linguaggio pastorale. Su Ninna nanna ci tengo a evidenziare anche il ruolo degli uccelli che cantano: l’usignolo e il merlo. Uno è melodico, l’altro gli fa da contrappunto, ninnandomi col canto della civetta. L’essenza della canzone è quella”.

Storii di pisci
“Mi ricordo da bambino un banditore bravissimo: comunicava che pesce ci fosse disponibile, e a quanto veniva venduto ai mercati. Nella canzone Storii di pisci, una cosa che voglio far notare è l’ironia, le metafore senza vergogna, il doppio senso del ‘pesce’ detto alle signore con la puzza sotto il naso… Il venditore si muove con un linguaggio ‘minore’, che entra da sotto ed esce come vuole, per esempio quando dice ppi nungniri a mala srada nui ci diamo a li cattivi una sarpa tutta ovata. La ‘cattiva’ è la vedova che viene dalla chiesa: si è incattivita perché è vedova… A lei il venditore ci diamo una sarpa tutta ovata, piena di uova. Lui è abilissimo con le parole e vende tanto pesce per questa abilità. Ho studiato la storia di una canzone come questa andando al mercato del pesce a Siracusa. L’ho fatta con un tempo dispari che cercasse di imitare l’abilità del pesciaiolo”.

Indovinelli
“È il carattere ballabile e festoso, generoso del siciliano. L’indovinello lo ripeti ossessivamente perché il tuo interlocutore lo deve indovinare:  Al buio va, al buio rientra, fa la sua giornata… È l’aratro, entra sottoterra e rientra quando è buio.

Il tamburo
“Quando suono mi baso sul tamburo. Me lo costruisco da me, e ogni volta non è mai lo stesso: cambiano le dimensioni, le sonorità, i linguaggi. Questo [mi mostra un tamburo, ndr] è un tamburo muto: non ha i sonagli. Un contadino una volta mi disse: ‘ma quel tamburello senza sonagli, quello grande, che tamburo è?’. Era 1.20 di diametro: all’epoca mio figlio Mattia aveva due anni, e io scolpii la base del tamburo in base alla sua mano. Alla fine quel contadino mi disse: ‘è un tamburo muto? Be’, anche i sordomuti hanno un linguaggio’”.

Beyond tarantella
“A me la tarantella dopo un po’ mi rompe le scatole, e sai perché? Perché il tamburello è più ricco, lo devi interpretare, devi fare il solista creando la melodia… Per questo dopo un po’ mi scoccio e cambio, però senza disturbare chi suona. Per me il tamburo deve essere tenuto dalla mano sinistra: mio zio (da parte di mamma, sono state le donne della sua famiglia a insegnarmi a suonare il tamburo) diceva: è il sinistro che fa divertire come e quando vuole il destro. È come andare in guerra e avere uno scudo: i miei tamburi sono scudi. Questo mio zio mi chiedeva: come suoni il tamburo? A viottolo (come in una discesa dritta) o a terrazzi (a scalini)? Io gli rispondevo: ‘lo suono come lo sento’, e lui ‘a viottolo devi fare prima che San Pietro’, perché sul tempo tu devi correre così veloce, prima che San Pietro ti tocchi pietrificandoti: devi suonare molto velocemente [batte il ritmo: tapatapapa, ndr], lineare”.

Sicilian blues
“Nelle moresche, nei brani in 4/4 o 5/4, a salti, sincopati… In quel caso lì è come se la musica procedesse per immagini. Sia ben chiaro: io amo la pizzica, ma non è varia come la musica che faccio. Un suonatore di pizzica non sa suonare il mio tamburo sulla pizzica, mentre io ci riesco: se la suono io, la pizzica ci guadagna perché la proteggo, la armonizzo. Il fuoco della pizzica va rinfocolato, altrimenti muore. Forse noi siciliani abbiamo più varietà: influenze spagnole, greche… La Sicilia di sicuro ha più influenze. Non voglio fare campanilismo, ma la Sicilia per me è più ricca. Ad esempio il canto dei carrettieri, che alla fine è un blues prima del blues: l’imitazione sonora del cavallo o dell’asino che tira il carretto carico [Alfio imita gli animali che ansimano per la fatica, ndr] e la sonagliera che sta sotto il collo che cade in levare… Questa è la canzone Venditori ambulanti che puoi ascoltare nel disco: alla fine è un blues. Però è una musica popolare non fatta per accontentare il turista. Non è una cosa da bazar: il folklore è ironia, dissacra, fa la battuta comica. Questa è la differenza delle due accezioni di musica popolare: essere conosciuti da molti non vuol dire essere popolari”.

Colapesce
“L’incontro con Lorenzo Urciullo è servito per farmi ‘sposare il moderno’, coi risultati che puoi ascoltare nel disco. Ci siamo conosciuti tramite suo padre (che è un mio amico), e Lorenzo ha avuto il piacere di ascoltarmi mettendosi a suonare con me, senza voler primeggiare. Il nostro incontro musicale è stato come l’incontro tra due venti: uno di tramontana e uno di levante, due venti all’opposto che quando si incrociano si prendono per il petto, come dei bambini che giocano. Quando questi venti si incrociano tu senti urla, schiaffi, come se il vento sbattesse a terra e si sentisse un rumore che non capisci cosa sia se non per il fatto che il vento muove gli alberi. Lorenzo è sensibilissimo, sembra un bambino quando mi ascolta suonare e dice ‘bellissimo!’ [confermo: Colapesce durante la stesura di questa intervista mi ha inviato un video di Alfio che prova Tra li muntagni e la sola parola di accompagnamento era appunto ‘bellissimo’, ndr]. Mi fa partire coi tamburi e lui viene dopo: in questa regola sta la serietà, la sensibilità della musica popolare in cui il protagonista parla/canta, il basso accompagna e tiene il ritmo, e la chitarra l’armonia. Non c’è nessuno che vuol arrivare prima o si mette in mostra. Questo per me è il problema di quella che chiamano ‘musica popolare’ oggi: uno spirito di competizione che non ha senso e che rischia di farla scomparire”.

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Foto di Elisabetta Claudio.

Storii pop di Colapesce: Colapesce racconta l’origine di Antico
Originario di Solarino (paese in provincia di Siracusa), Lorenzo Urciullo in arte Colapesce riveste un ruolo fondamentale nel progetto Antico: il cantautore, classe 1983, è da sempre affascinato dalla figura sia umana che artistica di Alfio, ed è finito così a produrre il suo disco (suonandoci dentro, così come avverrà dal vivo) e fondando per l’occasione un’etichetta ad hoc. Per raccontare il legame che unisce Lorenzo Urciullo ad Alfio Antico si potrebbe partire, prima di lasciare raccontarlo a lui, dalle storii di piscii: il nome che Lorenzo ha scelto una volta intrapresa la carriera da cantante, è infatti legato a una leggenda popolare del Sud Italia che nella sua versione siciliana (rielaborata anche da Calvino) narra di un figlio di un pescatore, soprannominato “Colapesce” per la sua abilità nel muoversi in acqua, e che di ritorno dalle sue numerose immersioni in mare si soffermava a raccontare le meraviglie viste e, talvolta, a riportare in superficie tesori. Tutto torna no? Ma lasciamo parlare Lorenzo.

“Ho conosciuto Alfio una quindicina di anni fa, tramite mio padre  che è suo amico da una vita. Col tempo è cresciuta la mia stima artistica e umana nei suoi confronti, l’ho sempre apprezzato in versione solista ed essenziale, lui e il suo tamburo. Non ho mai digerito del tutto i suoi esperimenti full band legati alla canzone classica tradizionale. Certa musica popolare mi ha sempre irritato, soprattutto quella piena di cliché da sagra paesana”.

Antico vuole denudare Alfio, lasciarlo solo insieme alle sue origini e trovare dei suoni contemporanei che non dessero fastidio al suo mondo.

“La musica popolare ha un potenziale incredibile. Però a mio avviso, soprattutto in Italia, prende sempre due vie sbagliate: la prima è quella della conservazione del modello, come per esempio quella che vuole il tamburellista siciliano vestito con coppola e fazzoletto rosso. Questa è quel tipo di musica che possiamo trovare in un servizio su Linea Verde la domenica mattina sulla TV generalista. L’altra via, forse ancora peggio della prima, è quella che nelle sue descrizioni contiene la parola ‘contaminazione’: la musica popolare mescolata quindi alla fusion, ai virtuosismi da frustrati, al jazz, al rap o all’elettronica cheap. Quasi sempre questi esperimenti per me sono inascoltabili”.

“Perché la musica popolare in Italia è legata solo ed esclusivamente a questi due immaginari? Nel caso di  Alfio ho sempre pensato che lui avesse qualcosa di unico rispetto agli altri musicisti popolari , ma questo qualcosa è stato spesso offuscato: una volta era un clarinetto jazz, l’altra la chitarra fusion, altre volte era lo stilema barocco, il complesso del pop… C’era sempre qualcosa a coprire la purezza e l’originalità di Alfio. Ecco che allora la produzione di Antico verte principalmente su due punti: denudare Alfio e lasciarlo ‘solo’ insieme alle sue origini (ovvero l’immaginario pastorale con cui ha avuto a che fare i primi 20 anni della sua vita), e trovare dei suoni contemporanei e organici che non dessero fastidio al suo mondo. Ecco quindi spiegato l’utilizzo di unghie di capra, foglie di alloro per fare gli shaker, il folktek (un sintetizzatore artigianale a contatto suonato da Mario Conte), la chitarra battente siciliana (simile al suono del bouzouki), il basso accordato sulle tonalità dei tamburi e un riverbero esoterico per evidenziare la sua voce arcaica in alcuni punti del disco. Togliere di mezzo il superfluo, il già detto”.

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Antico non è un disco semplice ma ci ho creduto fino a spingermi a fondare un’etichetta per pubblicarlo: Origine. Inizialmente ho provato a farlo ascoltare ad altre etichette, ma non ho avuto nessun riscontro: al momento le etichette indipendenti sembrano focalizzate su altro, mentre una volta la funzione delle indipendenti era differente, era appunto la tutela del diverso. Ma questa è un’altra storia: ognuno fa quello che vuole. Certo è che per me questo disco era troppo importante per rimanere chiuso in un cassetto”.

“Alfio che suona da solo è un’epifania: quando hai la fortuna di vederlo suonare dal vivo, se chiudi gli occhi senti la terra e le sue radici, anche nei suoi testi (principalmente pastorali) che sono profondissimi nonostante la loro semplicità, come quando canta ‘non so se dire Cristo se poi mi scappa dalla croce’ o ‘terra, ti guardo, sei sempre come una mammella che mi da latte pure quando non ho sete’, o ancora ‘non togliete l’aria agli uccelli o non potranno volare’. Ha un talento naturale che ha sviluppato in 50 anni di carriera, è l’ultima voce di una scuola siciliana che forse dopo di lui non esisterà più: per me l’ultima stella siciliana di questo calibro è stata Rosa Balistreri. La sua tecnica è incredibile e viene da lontano, ha influenze che mi fanno pensare che esistano dei suoni e delle dinamiche primordiali: suoni e dinamiche che Alfio magicamente conosce e detiene”.

 

Foto per gentile concessione di Alfio Antico.