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Quando l’Alaska si riscalda

A Shishmaref, il villaggio che ha deciso di traslocare per via del global warming.

 

Shishmaref, Shishmaref. A forza di ripeterlo sembra di sentire lo sciabordio del mare e la brezza che soffia, e non è tanto per dire, perché Shishmaref è un piccolissimo villaggio costiero nello stato dell’Alaska a cui il vento e le onde ormai sono venuti a noia.

Tanto per cominciare, questo nome così poco anglosassone e così tanto esotico deriva dalla sua vicinanza con la Russia orientale; Shishmaref si trova infatti a nord dello stretto di Bering, in quelle terre ghiacciate contese per anni dallo Zar Alessandro II e gli Stati Uniti d’America, vendute poi per sfinimento nel 1867 a questi ultimi per circa 7 milioni di dollari, meno di 3 centesimi l’acro. Ma la ragione vera di quel toponimo è nel mare che gli sta attorno in cui una ciurma di esploratori russi, e magari un po’ brilli, si è trovata a navigare. Mentre la compagnia solcava – e forse inalava – gli ebbri flutti del mare dei Ciukci, ha preso a battezzare tutto ciò che le stava a tiro affibbiandogli il primo nome che veniva loro in mente; così quando nel 1821, in preda a quest’impeto creativo, il capo della spedizione Otto von Kotzebue ha avvistato quella zolla di terra ghiacciata abitata giusto da pochi eschimesi impellicciati, si è rivolto all’uomo che aveva accanto, il tenente comandante Gleb Semënovič Šišmarëv, e ispirandosi a lui ma storpiandone un po’ il nome, col cuore pieno di spirito e la testa piena di alcol, ha dichiarato quella come la terra di Shishmaref.

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Le coordinate di Shishmaref (fonte: NBC News)

Come molte altre città e regioni prima di lei, anche questa ha avuto lo stesso destino ibrido e ambiguo; quello tipico delle zone di frontiera e un po’ bastarde che prendono qualcosa da tutti i luoghi con cui confinano ma che alla fine sono tutto e niente, motivo per cui nessuno capisce mai dove si trovino esattamente.

Oggi però il problema del villaggio non è più tanto la sua appartenenza; la questione è un’altra, e sta proprio nel nome, in quella etichetta eccessivamente onomatopeica che da quasi due secoli si tira sempre dentro il mare, forse anche po’ troppo. Tanto che a forza di sbattergli contro se lo sta mangiando piano piano, dagli orli fino al centro, come fosse un biscotto, e tutto ciò che c’è sopra viene giù con l’arenile. La costa si è dissolta di oltre un chilometro in circa trent’anni, la terra scompare e l’acqua si alza per il riscaldamento globale, e i cartografi dovranno ripassare da queste parti se vorranno capire quanto mare e quanto blu aggiungere sulle loro mappe. Sta venendo giù pure il paesino e le sue case in legno che provano a difendersi come possono. Qualcuna è stata già sollevata di peso dagli abitanti e ricollocata qualche metro più giù verso l’entroterra, qualche altra invece non ce l’ha fatta e se ne sta accasciata su un fianco quasi fosse appena caduta dal cielo come la casa di Dorothy ne Il meraviglioso mago di Oz.

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Fonte: Gabriel Bouys/Getty Images.

Lo scorso agosto, i pochi abitanti hanno preso quindi la drastica decisione di spostare Shishmaref in un posto più sicuro: non si tratta di abbandonare il vecchio villaggio per costruirne uno nuovo, ma di spingerlo letteralmente da un punto all’altro dell’isola come una grande roulotte. Che poi una cosa è traslocare una casa, tutt’altra è farlo con un’intera cittadina; forse si tratta del più grande trasloco della storia in cui non basterà mettere tutte le cose negli scatoloni scrivendoci sopra col pennarello il contenuto, ma occorrerà costruire delle scatole monumentali in cui infilare per intero le case. E già mi immagino le scritte sopra: my home oppure my life and other stuff.

Insomma non dev’essere stata una scelta facile, al punto che ci sono voluti più giorni di consultazioni e un referendum vinto sul filo di lana dai leave per avviare il piano di rimozione; una sorta di piccola Brexit in cui stavolta l’allontanamento da una comunità o da un altro paese non è stato un atto politico né finanziario ma decisamente logistico, anzi cartografico.

Se tra qualche tempo un altro pioniere dovesse passare da lì, ciucco o non ciucco, non potrà battezzare nulla e ogni nome a cui penserà gli morirà in bocca ancora prima di uscire; perché il villaggio e le sue case non ci saranno già più; non sarà una città fantasma perché non si vedranno edifici fatiscenti e abbandonati a fare da sfondo al paesaggio, ma giusto qualche traccia di ciò che è stato o è passato da quelle parti, come delle ditate su un vetro. E ci saranno forse le ombre dei muri e i segni delle fondamenta semisepolte dalla sabbia, un paio di badili abbandonati dove prima c’era la stalla, le reti da pesca che nessuno ha più avuto il tempo di rammendare, alcune matasse di cavi elettrici che non accendono più niente, un orto diventato selvatico, delle buche nel terreno dove c’era il cartello che diceva Welcome to Shishmaref, i vialetti consumati e le strade inutili senza più un nome e un indirizzo a cui condurre.

Qualcosa galleggerà sul pelo dell’acqua, magari una trave sbiancata dal sale, dimenticata lì nella furia della dismissione; il mare la prenderà e la rilancerà contro la riva un milione di volte, fino a consumarla del tutto. Ci saranno soprattutto delle sagome geometriche disegnate sul suolo, le orme lasciate dalle abitazioni in transumanza, come un vuoto che prima conteneva qualcosa ma che è profondamente diverso da un vuoto che non è mai stato occupato da nulla e nessuno. Per intenderci, come una piscina secca in inverno, un parcheggio deserto o uno stabilimento balneare chiuso, in cui ti sembra di sentire ancora l’eco della calca e l’affollamento col presentimento di essere arrivato troppo tardi.

Gli ultimi giorni di Shishmaref.

La nuova Shishmaref invece avrà lo stesso nome, le stesse case e gli stessi abitanti ma diverse coordinate e forse un clima appena un po’ più dolce. Le persone riprenderanno a fare le medesime cose che facevano prima, esattamente gli stessi gesti – come andare a fare la spesa o tirare la macchina fuori dal garage. Ma lo sfondo in cui si muoveranno sarà leggermente diverso e per i primi tempi tutti avranno un’incessante sensazione di spaesamento e anche di déjà vu che non li lascerà in pace neanche per un minuto.

Nella casa in cui è nato, Sam Kallik laverà i piatti in cucina come ogni giorno, la finestra sarà sempre al suo posto sopra il lavello, con la solita tendina verde ma quando la tirerà un poco per vedere fuori, non ci sarà più il mare ma una collina brulla e qualche animale al pascolo, Alasie invece dovrà sbrigarsi a stendere le lenzuola nel giardino sul retro perché ormai lì il sole ci batterà solo la mattina presto e quando il fox terrier di Yuka uscirà alle otto per la sua consueta passeggiatina serale, annuserà a lungo il palo della luce su cui ha orinato per una vita ma stavolta qualcosa non gli tornerà, e dovrà girarci intorno almeno tre volte prima di convincersi a farla lì.

Insomma ci saranno dei piccoli cambiamenti a cui dovranno abituarsi. Ma dopo un po’ tutto si depositerà, e sembrerà che Shishmaref sia sempre stata al suo posto.