Commenti

Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare Kafka

Cercare una casa in affitto a Londra è un'esperienza grottesca. Quando va bene.

 

L’agente immobiliare mi guarda soddisfatto e mi dice: “Capitate in una giornata superlativa, la mia ragazza mi ha detto che avremo un bambino”.

Non ci crederei nemmeno se lo vedessi. Anche se stesse dondolando un neonato fra le braccia penserei a un rapimento. “Mi dai una sigaretta? Ho smesso ma insomma, capirai, la notizia…”. Come vuoi, agente immobiliare. Eccoti tutto il pacchetto. Prenditi queste sigarette, la caparra, la mia dignità.

L’agente immobiliare fa una giravolta su se stesso abbracciando il suo cazzo di bebè ologramma: gira le chiavi nella toppa e spalanca la porta su un appartamento luminoso, mal tenuto, con la moquette vecchissima.

“La tv è degli anni Cinquanta, quindi ve la sostituiamo volentieri.”
“Ok, però è chiaramente fine anni Novanta.”
“Scherzi? Al massimo anni Sessanta.”
“Direi che ha trent’anni di meno.”
“Ti sbagli! È vecchissima!”

Ok. Visitiamo questa casa.

*

Il luogo comune vuole che Londra sia cara, sporca, piena di inglesi che cucinano male e non sciacquano i piatti. Londra è bella ma non ci vivrei.

Non si è mai sentito nessuno dire “Londra comporta il sistematico annientamento della carta dei diritti dell’inquilino, ergo non ci vivrei”. Eppure, la frase, dipingerebbe un ritratto molto più fedele della cantilena a Londra costa tutto tanto. Non è vero! A Londra, basta cercare, e alcune cose non sono poi così care. Se parliamo di costo psicologico, però, è tutta un’altra storia. Londra è una ricca capitale, è ovvio che gli affitti siano alti, ma quanta stabilità mentale richiedono gli appartamenti su cui spendiamo tutto il nostro stipendio ogni mese?

La connivenza di agenzie e proprietari sta in un’area grigia tra legalità e paralegalità: il modo in cui  agiscono potrebbe essere considerato immorale, ma non è illegale. In un panorama di locatori in buona percentuale composto di oligarchi e faccendieri, il problema è concreto. Poiché tutti si comportano in un solo modo, le aspettative di angoscia, sudiciume e furto (reale o metaforico) diventano la normalità. È normale, insomma, aspettarsi il peggio da un appartamento quando lo si va a visitare.

La domanda c’è, è dilagante, è esplosiva, e quindi perché offrire un servizio decente? Se gli altri non garantiscono condizioni di abitabilità agli inquilini, perché dovrei farlo proprio io? I risvolti di questa disposizione mentale sono molteplici e possono essere riassunti in tre parole: “J.”, “G.” e  “Ballard”.

A gennaio, i membri del Parlamento britannico hanno votato contro una modifica di legge promossa dai laburisti perché ogni proprietà sia giudicata abitabile e sicura prima di essere data in locazione, una mozione promossa anche alla luce del fatto che un terzo delle abitazioni affittate privatamente non raggiunge il “Decent Home Standard” – un insieme di requisiti che garantisce l’agibilità di un’abitazione.

La proposta laburista è stata bocciata, 312 voti contro 219. Marcus Jones, MP conservatore e non esattamente l’Eugenio Montale della House of Commons, ha commentato sottolineando che una mozione simile avrebbe comportato “burocrazia e costi inutili per i proprietari.” Il caso vuole che il 39% dei parlamentari conservatori abbia degli inquilini in affitto.

E ora, facciamo un bel respiro:

 

BALLARD

 

Come per il 95% delle cose in Inghilterra, ha poca importanza se sei un emigrante inesperto o un londinese nato. Prima di tutto è una questione di classe sociale. Se puoi permetterti di spendere 2500 euro al mese per un appartamento di lusso, la possibilità di trovarti di fronte a mediatori senza scrupoli che hanno tutta l’intenzione di offrirti il meno possibile al prezzo più alto si riduce esponenzialmente.

Per quanto riguarda l’altra fascia della popolazione, le cose si mettono meno bene. Il costo medio dell’affitto di un bilocale si aggira intorno ai 1500 euro mensili; il costo dell’affitto legale di una camera singola è situato tra i 600 e i 700 euro. Il concetto di camera singola è di per sé aperto all’interpretazione individuale, ed è questo uno dei motivi per cui la rubrica di VICE UK “London Rental Opportunity of the Week” è la pagina più tristemente gloriosa – e lucida – che analizzi l’assurdità del mercato immobiliare londinese in questo momento storico.

Cosa definisce una camera singola? Le pareti? L’avere una porta? A quanto pare, no. Una camera singola può trovarsi in un ripostiglio, nella cucina di qualcuno, in un capanno per gli attrezzi o, per 450 sterline al mese, al centro di un salotto condiviso da quindici persone in un ex-magazzino in Zona 4, più vicino all’aeroporto di Luton che al tuo posto di lavoro.

Quando, diciottenne in una città di cinquantamila abitanti, ascoltavo Jeffrey Lewis dire della sua zoppicante esistenza da artista newyorkese “Hapless in our hipness crowded five to an apartment / relegate our dreams to hobbies and deny our disappointment”, interpretavo lo stato abitativo del trentenne moderno della grande città (“crowded five to an apartment”) come un sintomo della sua angoscia esistenziale, non come una causa. Il particolare sul numero di coinquilini era un inciso che dava colore a una situazione di per sé disagiata. Ahi, giovane padawan, quanto ti sbagliavi. La disillusione sgorga direttamente dalla situazione abitativa del trentenne di Londra.

Cosa definisce una camera singola? Le pareti? L’avere una porta? A quanto pare, no. Una camera singola può trovarsi in un ripostiglio, nella cucina di qualcuno, in un capanno per gli attrezzi.

Anche accettato il prezzo, anche decidendo di dormire pendendo da un attaccapanni a quaranta chilometri dal centro, il problema non è l’agibilità dell’abitazione, bensì la sua precarietà. Se è vero che traslocare è una delle più gravi cause di stress dell’Occidente, seconda soltanto a un lutto familiare, il trauma si intensifica più ci si fa strada verso il cuore della capitale britannica, dove il più assoluto nomadismo fa parte della normalità. 4 + 4? Pfui: accortezze medioborghesi. Nei contratti a breve termine, il preavviso dato dai proprietari è minimo; l’aumento annuale dell’affitto è inevitabile e ricattatorio. “È la crisi immobiliare,” dicono. “Purtroppo dobbiamo alzarti l’affitto del 12%.” Ci si può opporre, ma vincere è molto raro. Quello di “nessun proprietario si lascerebbe scappare un inquilino per un aumento” è spesso un falso argomento in una città dove anime sconsolate fanno la fila per vivere nel tuo capanno per gli attrezzi a 500 euro spese escluse.

Se c’è qualcosa di positivo che possa scaturire dal referendum sulla Brexit – un’iniziativa promossa da un governo che la teme, sostenuta soltanto per tenere fede a una promessa che nessuno avrebbe mai voluto fare – se c’è qualcosa di positivo, si diceva, è il conforto del pensare a tutti quei giovani incravattati nei cubicoli astratti che sono le agenzie immobiliari di ogni via principale di Londra. Loro, che si credono Alec Baldwin in Glengarry Glen Ross e si muovono come ghepardi soddisfatti di sé. Eccoli lì, per una volta, letteralmente intenti a cagarsi addosso. Cosa farai, se il Regno Unito uscirà dall’Europa? Verrai a dirmi che quella tv è degli anni Cinquanta, aspettandoti che annuisca per il timore di contraddirti? Cosa farai, agente immobiliare?

Che i londinesi affittino qualsiasi cosa e cerchino di spacciarla per una casa non è, storicamente, una novità. In un capitolo di Senza un soldo a Parigi e Londra, il suo memoriale del 1933, George Orwell descrive la sistemazione tipica dei senzatetto nella capitale. Chi non poteva permettersi quattro penny per dormire in una scatola di legno aveva l’opportunità di dormire in ciò che era noto come un “penny sit-up”: per uno o due penny, gli venivano offerte una panca e una corda tesa a cui appoggiarsi per dormire. Al tempo un esperimento semi-socialista di riconoscimento dello status sociale dei senzatetto, oggi potrebbe sembrarci un raffinato metodo di tortura.

Le persone con cui ho parlato non si trovano sulla soglia della povertà; ognuna può permettersi di spendere, attualmente, un minimo di 400 sterline in alloggio. Questo, senza appoggiarsi al sistema di welfare. Nessuno degli intervistati era particolarmente contento del proprio alloggio attuale, ma era ben felice di essersi finalmente affrancato dalle precedenti esperienze. I nomi sono stati cambiati.

 

Salvation Army Shelter (Blackfriars): The "Penny Sit-Up"

 

Maya si era dovuta trasferire da una casa senza contratto perché il soffitto del bagno era crollato a causa della muffa. La nuova casa offriva una prospettiva incoraggiante: l’edificio – un ex condominio popolare – poteva considerarsi fatiscente, ma il prezzo era di conforto: soltanto 120 sterline a settimana.

Il suo coinquilino, spagnolo come lei, subaffittava l’intero appartamento all’insaputa dell’agenzia. Lo chiameremo Diego. Il giorno del trasloco, il salotto non c’era già più: un caro amico di Diego aveva bisogno di un appoggio e in fondo che esseri umani siamo se non dimostriamo un po’ di solidarietà verso il prossimo? In cambio del salotto, lo spagnolo offriva a tutti uno sconto di venti sterline.

Maya aveva accettato l’offerta con riluttanza e, pochi giorni dopo, aveva cominciato a notare una serie di dettagli sulla casa in cui aveva scelto di abitare. Innanzitutto, il citofono era stato strappato dal muro: in questo modo, democraticamente, nessuno poteva rispondere – altrimenti, la polizia avrebbe potuto presentarsi in qualsiasi momento e scoprire il piccolo commercio di droga di Diego. In secondo luogo, il caro amico non era poi tanto caro, anzi, non era neanche un amico: era, a sua volta, un inquilino – cui lo spagnolo, sovente, telefonava minacciando di mandargli la gente a casa per spezzargli le gambe. Diego, che non avrebbe potuto subaffittare a nessuno, si pagava l’affitto con i soldi dei suoi sub-inquilini e pagava una percentuale all’altro intestatario del contratto, un suo amico inglese che non viveva più nella casa ma era un prestanome cruciale perché aveva un lavoro. Il cerchio della vita. Per questo motivo, quando il proprietario si presentava all’appartamento, il salotto doveva essere riconvertito e gli altri inquilini dovevano andarsene di casa o nascondersi.

La paranoia di Diego, che aumentava di giorno in giorno, era sfociata in un soggiorno in ospedale. Al suo ritorno a casa le condizioni non erano poi tanto migliorate. La mattina entrava in camera di Maya, furioso, a staccare la stufetta dalla presa di corrente (l’uso della stufetta elettrica era preferito ai termosifoni – proibiti – per contenere le bollette: un ragionamento logico che richiama in maniera spontanea questo meme). Una mattina, prima di andare al lavoro, di punto in bianco, Maya si era ritrovata con la ruota anteriore della bicicletta smontata. “È per fare spazio”. Il punto di rottura sarebbe giunto poco più tardi, con Diego che convocava le due coinquiline intorno al tavolo della cucina. In grembo aveva un blocco A4 sul quale si era appuntato ciò che aveva da dire. L’aveva fatto in ospedale, mentre rimuginava sulla sua vita. “La vostra presenza qui è estremamente ostile,” aveva cominciato. L’energia di Maya era così negativa che lui, per proteggersi, era costretto a tenersi sempre in tasca una tormalina, una pietra protettiva. “Ora che ho tutti questi problemi di salute, se volete rimanere in questa casa, le cose devono cambiare. Per cominciare, quando cucinate per voi, mi spetta un po’ del vostro cibo, direi”.

*

Il mio primo padrone di casa londinese viveva all’estero, forse a Chicago, anche se rispondeva sempre con il fuso orario di Greenwich. Il suo contratto – una scrittura privata firmata da un notaio – era relativamente attendibile, ma prevedeva che noi non potessimo andarcene per un anno intero e lui ci potesse dare, invece, un preavviso di sfratto di un mese soltanto. Noi avevamo fatto pressioni perché cambiasse almeno una delle due cifre. Non poteva certo modificarle, ma non c’era da preoccuparsi. “Non notifico mai con un solo mese di anticipo.” Poco tempo dopo, avrebbe dato quel preavviso di un mese ai nostri coinquilini, due bancari neozelandesi dai denti sporchi. Si sarebbe trasferito nella stanza accanto alla nostra. Non era un bel periodo della sua vita: nei weekend in cui doveva tenere la figlia, la piazzava davanti a Peppa Pig e si chiudeva in bagno a farsi le canne. Ci ha sfrattato con un mese di preavviso.

*

Appena trasferito a Londra dal Portogallo, Marco ha subito le estorsioni di un locatore che imponeva, illegalmente, che l’inquilino pagasse una quota supplementare per qualsiasi persona ospitasse. In pieno giorno, una mattina di gennaio, l’appartamento era stato saccheggiato. In un alloggio che non restava mai vuoto dato il numero di coinquilini, misteriosamente erano stati rubati solamente i beni che il proprietario aveva visto girare per casa. “Dopo una settimana di ricerca, non riuscivo a trovare nessun posto decente a un prezzo ragionevole. Avevo un’ultima casa da visitare. Prima di bussare alla porta, lancio una moneta in aria e faccio a testa o croce. Dico al mio futuro coinquilino: questa è quella giusta.”

La padrona era una donna sugli ottant’anni. Era ricca, gestiva una serie di proprietà in tutto il Nord-Est di Londra. Il contratto era a norma di legge. Ogni mese, la signora si presentava alla porta per ritirare il denaro in contanti, e “la bolletta dell’acqua”, che improvvisava e maggiorava di volta in volta. Ogni mese, Marco e il suo coinquilino accettavano i nuovi termini, terrorizzati dall’idea di non trovare un altro alloggio. Era un inverno freddo, e per un mese era mancata l’acqua calda; nel frattempo, il gabinetto era esploso più di una volta. I muri erano così sottili che la notte si poteva sentire lo spacciatore al piano di sopra che picchiava sua moglie.

 

 

L’anziana aveva cominciato a presentarsi con sempre più solerzia e sempre meno preavviso. Ogni volta che passava a ritirare i soldi, lasciava per tutta la casa una scia di paura. Una mattina prestissimo, entrata senza bussare, annunciava un nuovo aumento della “bolletta dell’acqua” che motivava affermando: “La vita è dura” .

Marco, praticamente addormentato, lasciava la busta coi soldi sul tavolo del salotto e si chiudeva in bagno. In quel momento, il suo unico pensiero era liberarsi della fragile vecchina e centrare il buco del cesso. Sul tavolo del salotto c’erano trenta sterline – separate, appoggiate in un angolo: i soldi per fare la spesa. Con grande sollievo di Marco, al ritorno dal bagno la signora se ne era andata. Con lei, anche le trenta sterline.

*

La mia quarta abitazione in quattro anni non è poi così male. Ha un’asciugatrice – il caviale e champagne della bolla immobiliare a Londra – e ciò significa che le lenzuola non si incrosteranno di muffa al primo contatto con l’atmosfera.

Quando ci siamo trasferiti, nelle dispense della cucina correvano ratti lunghi 20 centimetri, ma nonostante il dettaglio, l’agenzia ha un volto umano e manda qualcuno ad aggiustarti gli elettrodomestici in giornata. Poco prima del rinnovo del contratto per il secondo anno, l’agenzia ha inviato un documento ufficiale e firmato che precisava il prezzo dell’abitazione per il nuovo anno. Straordinariamente, era più basso dell’anno precedente. Poteva essere? Con Londra, i proprietari pazzi, la crisi degli immobili? Era un errore? Per capirlo, inviamo una scansione all’agenzia. L’agenzia finge di non vedere l’allegato. La inviamo tre volte, in tre mail separate, e finiamo per essere sottilmente accusati di aver falsificato il documento. “Sono confusa anch’io,” ci scrive l’agente. “Ho il documento proprio qui, sotto i miei occhi: la cifra è diversa. Allego uno screenshot.” Lo screenshot presenta, sotto la cifra, il cursore di testo – a significare che è stato scattato da una pagina Word.

 

verticale-kafka

 

Quando Meredith ci accompagna a fare un giro della sua abitazione attuale – una stazione di polizia in disuso – imbocca un corridoio completamente buio. “Questa parte non l’ho ancora visitata” ci dice, “da sola avevo troppa paura.”

Meredith si è trasferita da poco: fino a tempi recenti, lo stabile era uno squat, poi è stato dato l’incarico a un’agenzia di cacciare gli abitanti: agli squatter non è stata data l’opportunità di prendere le loro cose, il loro cibo, i loro abiti. Oggi, una/due stanze vengono affittate per 400 sterline. L’agenzia ha lasciato tutto esattamente com’era: sul soffitto di una stanza è conficcata una siringa usata; sugli scaffali sono appoggiati lacci emostatici; la moquette è ricoperta di macchie sospette; all’acqua potabile si attinge da un lavabo nel quale – ai tempi in cui la stazione era ancora attiva – si versavano sostanze chimiche.

Di tanto in tanto, qualcuno dei precedenti inquilini abusivi si presenta al parcheggio della stazione di polizia, nella speranza di poter ritirare le sue scatole di vestiti.

Meredith è una dei 4000 “guardiani” di Londra. La stazione di polizia è ciò cui, insieme a undici altre persone, deve fare la guardia. È in costante crescita il numero di agenzie che si occupano di “guardianship”: organizzazioni che mettono a disposizione una serie di edifici disabitati in cambio di un affitto basso e della promessa, da parte dell’inquilino, di tenere lontani gli abusivi. In una nazione costellata da seicentomila abitazioni lasciate vuote e 185.000 senzatetto, non sia mai che si lasci a uno squatter un edificio inabitabile.

Il lato positivo della guardianship, e la ragione della sua popolarità, è che, spesso, gli spazi affittati sono enormi: da nessuna parte, a Londra, potresti vivere in 20 o 30 mq a quattrocento sterline, se non in un manicomio abbandonato. Il lato negativo è che gli sfratti accadono in qualsiasi momento, nessuno aggiusta niente, e – ops – talvolta i tetti contengono ancora amianto.

Meredith, con la sua siringa che accoltella il soffitto a ricordarle la fugacità dell’esistenza, è tutto sommato contenta della sua nuova sistemazione. È a quel punto che mi racconta cosa le è successo prima di trasferirsi.

 

 

Lei e un gruppo di amiche avevano affittato, tramite una rinomata agenzia, una casa a Nord del centro. Il giorno dopo il trasloco, il gruppo di amiche aveva scoperto che l’appartamento sotto di loro era un bordello. I clienti andavano e venivano, e tre volte su quattro suonavano al campanello di Meredith domandando l’equivalente inglese di “È qui la festa?”. Occasionalmente, i gemiti si facevano così vivaci che le inquiline di Meredith dovevano cantare a squarciagola “Roxanne” dei Police per contrastarli, con prostitute e clienti che scoppiavano a ridere in risposta. Meredith aveva chiesto all’agenzia una rescissione del contratto. Non aveva ricevuto risposta. Si sentiva tutto, dal pavimento, e così, le intraprendenti coinquiline avevano registrato le istruzioni che la maîtresse dava alle sue sottoposte riguardo le strategie aziendali. I gemiti li fai così, le fellatio le fai così. L’agente immobiliare aveva ricevuto il file con la registrazione e, per telefono, aveva accettato di risolvere il contratto. Tuttavia, a un sollecito di Meredith, pochi giorni più tardi, rispondeva “Non abbiamo messo niente per iscritto. Il contratto non verrà annullato.”

Non credo, tecnicamente, si possa definire un colpo di fortuna, ma le cose sono cambiate quando un gruppo di energumeni con le mazze da baseball ha fatto irruzione nel corridoio condiviso dello stabile e ha cominciato a picchiare chiunque, prostitute e non, si trovasse nelle vicinanze. In quel momento, la proprietà ha consentito all’agenzia di rescindere il contratto di Meredith. A una condizione: firmare una liberatoria per cui Meredith e le sue compagne non avrebbero potuto muovere reclami o accuse nei confronti degli obblighi del locatario stabiliti da contratto. In sostanza, potevano andarsene dall’appartamento a patto di non sporgere denuncia. Presa per spossatezza, Meredith ha accettato di firmare. Oggi abita in una stazione di polizia abbandonata che, tutto sommato, potrebbe essere peggio.

*

L’agente immobiliare, un diciannovenne con la testa grossa, ci carica in auto. Guida come un pazzo. Sarà cocaina? Lo scopriremo solo vivendo.

Arriviamo a destinazione: il blocco con le planimetrie è scomparso. Se l’è dimenticato sul tetto della macchina prima di ripartire. A giudicare dalla guida dell’agente, il blocco si è probabilmente disintegrato nello spaziotempo. La casa che ci ha appena fatto visitare puzzava di morto – lui l’ha descritta come un “angolo cucina caratteristico”. L’appartamento che ci mostra adesso è uno dei più incredibili che abbia visto con i miei occhi, e naturalmente non ce lo possiamo permettere. È situato in uno di quei grattacieli nuovi di pacca e tutti identici: palestra in cantina, casse acustiche e luci d’atmosfera incluse nel prezzo, tutto uguale, tutto uniforme, alloggio ultralusso dopo alloggio ultralusso, oligarca dopo oligarca. L’appartamento è al dodicesimo piano e si affaccia su un enorme cantiere: ovunque, intorno, stanno costruendo palazzi della stessa altezza. L’agente nota che li sto osservando. “Oh, non dovete preoccuparvi.” Con le nocche, dà un colpetto alla finestra per dimostrarne la solidità. “Tripli vetri!” È la prima volta che vedo tripli vetri, o doppi vetri, a Londra. L’agente ritorna a fissare l’orizzonte, assorto. “Poi, non so voi, ma a me osservare un palazzo che cresce ogni giorno dà una certa pace.”