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30 anni in Belgio

Breve viaggio dolceamaro nel boom di giovani italiani tra frites e birre, creatività e sfruttamento.

 

La prima volta che ho messo piede in Belgio, nel 2013, sono andata a trovare un’amica appena trasferita a Leuven, capitale del Brabante Fiammingo, una regione delle Fiandre situata a 30 km della capitale Bruxelles.

Leuven è famosa per la sua Università, fra le più antiche e prestigiose del Mondo, e per la Stella Artois.

Appena arrivata all’aeroporto di Charleroi, in pieno novembre, l’imbrunire di metà pomeriggio e il paesaggio desolato, spoglio e triste, mi hanno fatto chiedere perché avessi preso un aereo per approdare in un paese che, effettivamente, non mi aveva mai attratta.

Ho pensato quindi alla mia amica e mi sono diretta ad acquistare il biglietto per raggiungere la destinazione, distante circa un’ora e mezza di autobus: una cittadina della profonda Vallonia, la regione francofona dello Stato che ne occupa tutta la parte meridionale, una zona conosciuta per essere povera e abitata da persone ignoranti e pigre creando un immaginario stereotipato in linea con il peggior stereotipo del sud Italia.

Arrivata a Leuven era buio pesto, ho subito provato il desiderio di scappare a gambe levate da quel quadrato di strade ordinate fra file di case basse in mattoni rossi e vetrine di broderjie, le tavole calde belga che servono la specialità più nota del paese, le frites: patatine fritte cotte nel grasso di bue.

Con il passare dei giorni, dopo una visita di Bruxelles e Anversa, la mia idea del Belgio si è modificata e ciò che mi era apparso un Paese grigio e di scarsa attrattiva storico artistica, si era trasformato in un luogo pieno di evidenti commistioni culturali, con sale da concerto di tutto rispetto. Finito l’improvviso entusiasmo per blanche e birre trappiste a prezzo modico, mitigata la mestizia che mi aveva colto ad osservare edifici tutti uguali, senza nessun guizzo architettonico che mi avesse attratta e superato l’imbarazzo nello scoprire che il monumento nazionale è il Manneken Pis – una statuina minuscola di un bambino ritratto nell’atto di orinare su cui circolano svariate leggende – ho cercato di capire quale fosse l’attrattiva di Bruxelles per i thirty something italiani.

Stando ai dati del Consolato, nel 2015 sarebbero infatti emigrate in Belgio ottomila persone dall’Italia mentre i dati ufficiosi parlano di una cifra fra le 24mila e le 32mila persone, soprattutto nella fascia di età 30-45 anni.

Grazie a questo flusso migratorio, alla naturale propensione del giovane precario italiano a individuare nuove Londra-Berlino ogni paio d’anni, a Bruxelles le pizzerie cominciano lentamente a fare concorrenza ai doner.

Nel 2013 pensavo che a Bruxelles non avrei messo più piede senza una buona ragione ma ecco che fra la fine del 2015 e l’estate 2016 comincia a diventare la meta preferita delle mie ricerche su Skyscanner.

Convinta da Giulia e Ambra, amiche residenti rispettivamente ad Anversa e Bruxelles, e grazie a Giorgio, temporaneamente di stanza a Leuven, comincio a prendere qualche aereo, a girare, a incuriosirmi sul perché di tanti, forse troppi, discorsi in italiano intercettati per le strade.

I miei amici residenti in Belgio svolgono tutti professioni “creative” e “culturali”: sono addetti alla produzione museale, alla comunicazione, artisti e insegnanti di Accademia, ricercatori, attori e architetti. Questa, mi dicono, è la prima categoria di immigrati italiani. Gli altri sono lavoratori non specializzati, non laureati, che emigrano in cerca di fortuna – molti nell’ambito della ristorazione.

Se il Belgio fosse il paese dei balocchi, questa distinzione sarebbe esaustiva per spiegare le motivazioni che spingono i connazionali verso un Paese che porta con sé una memoria lugubre, che nel 1946 siglò un patto con l’Italia che prevedeva lo scambio fra la forza-lavoro italiana e il carbone, e che è noto dalle nostra parti soprattutto per aver una strage di minatori nel 1956 a Marcinelle, una miniera di carbone dove morirono bruciati vivi più di 200 italiani.

Le cose però, com’è ovvio che sia, non sono così semplici.

Gli italiani registrati all’Ufficio Anagrafe – la burocrazia belga non è esattamente snella come ce la si immagina arrivando da un paese come il nostro – affollano a Bruxelles soprattutto i quartieri di Schaerbeek, Molenbeek – zona a maggioranza araba, noto per aver cresciuto gli attentatori di Parigi ma anche per un club, la Bodega, dove ho passato una nottata a gin tonic e dark wave senza pensare se l’ISIS stesse ascoltando i Bauhaus insieme a me – Saint-Gilles – un quartiere con una grossa offerta di locali hipster che fa il paio con Marolles – e Bruxelles Mille, ovvero il centro, quello della Grand Place e, appunto, del Manneken Pis.

La prima tipologia di italiano che si incontra comunemente è quella del wannabe artista, una folta categoria che stanca di ingrossare le fila dei baristi in città come Milano, Roma o Bologna ha deciso di cambiare semplicemente bar. Sono tutti lavoratori qualificati a colpi di lauree e master che però a Bruxelles trovano lavoro principalmente come barman o, se particolarmente fortunati, come commessi in negozi di abbigliamento vintage. L’italiano, si sa, ha gusto nel vestire e parlantina facile, quale migliore occupazione per lui se non quella a contatto con clienti malcapitati a cui raccontare la propria storia in un francese zoppicante? Li riconosci subito, e non solo per l’accento. Il wannabe artista ti rivela, mentre asciuga i bicchieri, che lui è un pittore, scrittore o producer di musica elettronica, che si trova a Bruxelles per le innumerevoli opportunità di realizzazione che offre ma che per il momento, essendo appena arrivato, si paga l’affitto spillando birra. Nulla di più comune e onesto, non fosse che la categoria sta conoscendo un’esplosione tale che nemmeno il Belgio così dinamico può affrontare la presenza di tanti novelli Basquiat e Carver.

Il wannabe sa però che, per uscire dal loop dei lavori di sussistenza, deve fare rete. Gallerie come Art Thema organizzano opening di mostre d’arte contemporanee con fiumi di birra a 1 euro: è lì che i connazionali artisti si fiondano per le pr, parlando solo inglese o francese stentato, perché parlare l’idioma nazionale (anche fra di loro) li identifica come poco cosmopoliti.

L’eurocrate, sia esso tirocinante o funzionario, è l’altra categoria da non sottovalutare dell’immigrans italicus: di lui è stato raccontato qui: si tratta della categoria più posh, quella che, insomma, ce l’ha fatta, che è nella capitale d’Europa perché è necessario all’UE. Fra i più mondani, perché dotati di disponibilità economica, gli eurocrati non disdegnano di praticare alcuni vizi della classe politico-istituzionale, dall’aperò Milano a 14 euro, fino ai corsi di afro danza per sentirsi più “arty”. In un’altra galassia c’è chi non insegue sogni di gloria, né aperò costosi, ma si sposta semplicemente per migliorare le proprie condizioni di vita basilari, finendo però a fare da manodopera sfruttata nei franchising della ristorazione italiana.

Gli astuti proprietari italiani, quelli che sono emigrati almeno una decina di anni fa, offrono una sistemazione a connazionali disoccupati, facendoli lavorare 12 ore al giorno e dormire in case con tre stanze spartite fra otto persone per cui pagano l’affitto, naturalmente detratto dalla paga. Nell’unico giorno libero della settimana, o dopo l’orario di lavoro pre-Seconda Rivoluzione Industriale, i camerieri-lavapiatti-cuochi si possono incontrare alla birreria più turistica di Bruxelles, Delirium, che si trova accanto alla Grand Place e che offre centinaia di tipi di birra.

Questa immigrazione di sopravvivenza, non strutturata, esattamente come quella di settant’anni fa, non ha altra funzione che quella di generare sfruttamento e pure una forma di nostalgia per la patria perduta, dove almeno non pioveva così tanto. La cosa che più mi ha colpito, parlando con alcuni italiani in Belgio, è il grado di razzismo che un immigrato può rivolgere a un altro suo pari, ma di un’altra nazionalità.

Lo scorso inverno mi trovavo nel distretto di Anderlecht con una delle mie guide, nella sosta a un bar abbiamo incontrato al bancone un italiano, F., cinquant’anni, in Belgio da quando ne aveva venti. Mentre sorseggiava il suo caffè, F. si lamentava della presenza “straniera” nel suo quartiere: “trent’anni fa non c’erano così tanti stranieri!” ha esclamato, scordandosi di far parte della categoria.

Questo fenomeno di perenne attaccamento alla terra patria, anche fra italiani residenti in Belgio da almeno dieci anni, lavoratori e con famiglia, è particolarmente evidente frequentando forum e gruppi Facebook dedicati agli italiani in Belgio. Le ossessioni tipiche dell’italiano, soprattutto di quello appena emigrato, si aggirano attorno a questioni patriottiche paradossali: c’è chi chiede dove trovare il mascarpone per preparare il tiramisù (non sanno forse che i Carrefour, la catena di supermercati più diffusa, vendono persino le olive taggiasche), chi si informa su come evitare di pagare una multa presa in Belgio in quanto italiano, e chi cerca insistentemente dove mangiare una buona pizza.

A quanto pare, però, il mito della libera circolazione è destinato a tramontare.

Il 15% degli ODT, ordre de quitter le territoire, ovvero i fogli di via, vengono emessi nei confronti di italiani. Il foglio di via viene emesso in base a una norma del 2004 creata per evitare che il welfare attirasse troppi cercatori d’oro. La decisione è in mano a burocrati che a propria discrezione decidono di espellere gli immigrati senza lavoro e senza indennità di disoccupazione, il famoso plus che attira molti lavoratori e probabilmente incoraggia l’assistenzialismo. Lo stato sociale, insomma, non è più così sociale per tutti. Se è vero che Bruxelles è una città profondamente eterogenea perché formata da 19 comuni, è altrettanto vero che in ogni comune la decisione di espulsione, è a discrezione di questure e municipi. Per proteggere gli italiani che si trovano ingiustamente fra le mani un ODT, è nata La Comune del Belgio, un’associazione di emigrati italiani che promuove la cooperazione e la solidarietà fra emigrati, in rete con associazioni simili spagnole, greche e portoghesi. Qui lavorano a titolo gratuito sindacalisti e avvocati, un fronte comune, fra gli altri, contro l’abuso degli ODT a cui far ricorso.

La crisi economica ha fatto aumentare gli arrivi e la paura del governo belga è che la nuova immigrazione gravi sulla spesa sociale. Non una bella notizia per gli italiani brava gente, i pizzaioli e i camerieri, gli scrittori e i pittori che si aggirano al Bozar.